Ultimo aggiornamento 1 agosto 2026, alle 10:16

È difficile imparare ad amarsi se nessuno ci mostra come farlo   

di Natalia D'Angelo - 1 Agosto 2026

La musica di Angel-A tra identità, emozioni e accettazione di sé

Angel-A: «Guarda nello specchio e dimmi cosa vedi.»

André: «Una donna stupenda.»

Angel-A: «Eh, grazie. E accanto a lei cosa vedi?»

André: «Non lo so.»

Angel-A: «Ah, bene… fai progressi.»

André: «Tu dici?»

Angel-A: «Sì, prima vedevi solo merda, adesso almeno non vedi niente. Vuol dire che hai fatto pulizia. Ma ora dobbiamo metterci qualcosa, in questo niente. Non si può lasciare così. Su, guarda bene. Davanti a te. Non c’è niente che ti interessa in questo bel viso?»

André: «Non molto, no.» 

Solo per un istante provate ad immaginare di avere davanti la vostra immagine riflessa, mentre una musica accompagna i vostri pensieri, ma qualcosa vi impedisce di pronunciarli ad alta voce. Ecco, in queste poche battute il sottofondo musicale si intreccia al ritmo delle parole, alle pause, ai respiri ansimati. 

La musica è il riflesso di un’identità che ancora non riesce a riconoscersi, perché incapace di ascoltarsi.

La musica è il riflesso di un’identità che ancora non riesce a riconoscersi, perché incapace di ascoltarsi.

Per comprendere come André arrivi davanti a quello specchio bisogna fare un passo indietro ed entrare nel mondo in bianco e nero costruito da Luc Besson. Angel-A è un film del 2005. Il fatto che sia girato in bianco e nero potrebbe farvi pensare a qualcosa di antico e distante, ma vi garantisco che non lo è. Anzi, la scelta del bianco e nero è il valore aggiunto della realizzazione filmica. Il mondo di André, il protagonista, è in bianco e nero perché è lui, per primo, a non riuscire più a vederne i colori: non riconosce la bellezza della sua Parigi, non vede quella del proprio corpo e non riesce a immaginare per sé una possibilità diversa dalla vita che sta conducendo. Si è arreso alla propria condizione.

André è un mentitore abituale, sommerso da debiti, con problemi con creditori e polizia. Quando si troverà davanti al proprio riflesso non potrà far altro che guardarsi davvero, per la prima volta. Angel-A, invece, è un angelo nelle vesti di una prostituta di lusso che dice parolacce, fuma e beve. È un paradosso, eppure lei ha un compito ben preciso: cade dal cielo per aiutare un reietto della società, un uomo senza patria come André.

La compositrice norvegese tesse il suo paesaggio sonoro lasciando muovere i protagonisti al suo interno.

È proprio a questo punto del percorso di André che entra in gioco la musica di Anja Garbarek. La compositrice norvegese tesse il suo paesaggio sonoro lasciando muovere i protagonisti al suo interno. André ha un forte peso a livello melodico e armonico: le sue camminate tra le vie parigine sono cadenzate dalla presenza insistente di bassi percussivi e la musica scandisce il ritmo dei suoi passi. Tra André e il suono si crea una sinergia inconsapevole; la musica sembra assumere una forma fisica, tangibile.

Angel-A una volta entrata nel mondo di Andrè, lo conduce davanti ad uno specchio: il conflitto non è più con il mondo esterno, ma con l’immagine che ha di sé. Nella scena, in cui Angel-A e André si trovano l’uno accanto all’altra, la musica accompagna il dialogo senza mai voler emergere, con suoni indistinti, quasi trascendentali, mentre l’arpa distende un tappeto sonoro dal quale affiora una parte nascosta dell’identità di André: è la voce che lui aveva sempre soffocato e che, davanti al proprio riflesso, comincia finalmente a riconoscere.

Intorno ad Angel-A, invece, la musica cambia prospettiva, diventa più sospesa, eterea. Compaiono gli archi, le voci modificate elettronicamente e molti più richiami dell’arpa, che suggeriscono una dimensione ultraterrena. La voce si presenta quasi sempre modificata ed elettronica, viene resa a tratti irriconoscibile, come voler suggerire una dimensione soprannaturale che non possiamo conoscere fino in fondo.

Anja Garbarek è capace di attraversare sonorità molteplici, passando dal jazz al blues, dal rock all’elettronica. Voci naturali e manipolate, timbri acustici ed elettronici, archi, arpa e percussioni convivono in un’unica scrittura musicale che non sembra però voler appartenere a un unico luogo; anzi, ci ritroviamo in una sorta di banlieue sonora (uno spazio musicale periferico, senza confini, in cui generi e timbri diversi convivono senza appartenere del tutto a nessuno di essi).

La musica diventa una presenza simbiotica, si fonde e si trasforma insieme ai personaggi. È proprio nel dialogo tra la mutevolezza della musica e il rigore della fotografia in bianco e nero che acquista significato uno dei brani centrali della colonna sonora: No Trace of Grey («Nessuna traccia di grigio»). Il titolo richiama il gioco visivo costruito da Luc Besson e dal direttore della fotografia Thierry Arbogast.

Angel-A è avvolta da un fascio di luce; i suoi capelli biondissimi e la sua carnagione chiara sono in contrapposizione ad André, in abito scuro, quasi sommerso nella penombra. L’intero film si costruisce intorno a un continuo gioco di chiaro e scuro, di cui la fotografia e la messa in scena ne fanno il vero protagonista; mentre la musica trova il proprio spazio nel grigio, nell’indefinito. Per André non esistono le sfumature intermedie: o riesce oppure fallisce, o viene amato oppure è convinto di non valere niente. Non riesce ancora a immaginare che dentro la stessa persona possano convivere entrambe le esistenze. Anche musicalmente No Trace of Grey sembra sottrarsi a una forma precisa: il brano si apre con gli archi e i suoni elettronici, poi viene contaminato da sonorità jazz e la voce di Anja Garbarek affiora e scompare delicatamente come una presenza spettrale.

Il grigio è la fusione delle parti che sono costrette ad incontrarsi. È ciò che André non riesce a vedere quando si guarda allo specchio, perché per anni ha riconosciuto soltanto ciò che non funzionava, trasformando ogni difetto in una condanna. Ma questa fusione degli opposti non riguarda soltanto il modo in cui André guarda sé stesso, attraversa anche il rapporto tra i due protagonisti. Infatti, verso la fine André si rende conto che senza Angel-A è perso ed Angel-A capisce di avere bisogno di André, perché anche lei è mancante di amore. André e Angel-A non sono altro che la stessa identità, entrambi desiderosi di qualcosa che soltanto l’altro può offrire. Quando André comincia a porsi domande sulla vita di Angel-A, lei risponde: “se ti interessi a me significa che cominci ad interessarti a te stesso”.

In questa frase del film potrebbe riassumersi il significato più profondo del loro legame: per André guardare Angel-A significa riuscire a vedere quella parte di sé che aveva sempre nascosto.

Angel-A vent’anni dopo…

Quindi, vale ancora la pena tornare a un film del 2005, per di più girato in bianco e nero?

Forse sì, perché la difficoltà di André nell’accettarsi e riconoscersi, non è poi così lontana dalla nostra.

Viviamo in un tempo in cui impariamo molto presto a creare un’immagine, alle volte falsata, di noi stessi, senza riconoscere e ascoltare ciò che proviamo davvero quando quell’immagine si deforma o diventa più complessa da comprendere. Una canzone può accompagnarci per minuti senza che ne ascoltiamo davvero una nota: la lasciamo scorrere mentre pensiamo o facciamo altro. Se ci pensiamo bene, nel nostro mondo interiore accade una cosa simile: sentiamo le emozioni attraversarci, ma non sempre riusciamo ad ascoltarle davvero; anzi, preferiamo soffocarle con il rumore o l’indifferenza.

Ma la musica in Angel-A svolge un compito diverso, non si allontana mai, anzi, accompagna André nella scoperta di sé, restando sempre accanto a lui anche nei momenti di silenzio. 

Il viaggio di André trova il suo compimento nella scena finale dello specchio, dove Angel-A chiede ad André di rivolgere a sé stesso parole d’amore, una cosa che fino a quel momento non era mai riuscito a fare.

André: «È difficile dirlo.»

Angel-A: «Lo sai perché?»

André: «No.»

Angel-A: «Perché a te non l’ha mai detto nessuno, vero? È difficile amarsi se nessuno ti rimanda l’immagine…»

André: «Sì…»

Angel-A: «Ti amo, André… Visto? Hai ricevuto amore, adesso puoi dare amore anche tu…»

André: «Ti amo, Angel-A… o comunque ti chiami…»

Angel-A: «Hai ragione… Dillo ancora… senza il nome…»

André: «Ti amo.»

Angel-A: «Bravo. E adesso guardati bene e dillo.»

André: «…non ci riesco.»

Angel-A: «Sì che ci riesci. Guarda il tuo corpo, straziato dalla mancanza di amore, di fiducia… Non vedi che merita che qualcuno si occupi di lui? Allora non rifiutarlo, questo corpo ferito che ti ha sopportato per tanto tempo, senza mai lamentarsi. Digli quanto è importante, quanto conta. Dagli ciò che merita…»

André: «…Ti amo, André… ti amo.»

Angel-A: «Sono fiera di te, André.»

Forse è questo che resta del film.

André davanti allo specchio. La musica che non lo abbandona.

La difficoltà, comune a molti di noi, di riconoscere ciò che facciamo più fatica ad amare: noi stessi

Natalia D’Angelo

Autore

Natalia D’Angelo, laureata in Canto lirico e Teatro musicale al Conservatorio di Frosinone e in Musicologia alla Sapienza di Roma. La mia anima teatrale si muove come inquadrata da una videocamera: sono nel mio film. La mia soundtrack è lunatica: dalla classica al jazz, dal soul all’elettronica, fino al silenzio. La musica non ha confini. 

P.S. Sono attenta alla noia: Keep an eye on the staircases. They like to change.

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