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Un anticonformista visionario: intervista a Maurizio Baglini

di Marta Jane Feroli - 7 Luglio 2022

Maurizio Baglini non ha bisogno di presentazioni: pianista visionario, curatore artistico del Teatro Verdi di Pordenone, nonché direttore artistico dell’Amiata Piano Festival. Fin da giovanissimo affianca un’intensa carriera concertistica, che lo ha visto esibirsi nei più prestigiosi templi della musica a livello mondiale, ad un’instancabile attività di ricerca e divulgazione artistica culturale con un riguardo particolare per il giovane pubblico.

Venerdì 8 Luglio sarà ospite del Festival InNova Forma, in questa seconda edizione, nella quale la città di Firenze vivrà dieci giorni di incontri e condivisione attraverso l’arte e la musica. Quinte Parallele lo ha incontrato per parlare della costruzione del programma dedicato al festival e molto altro.

Maestro Baglini, ci racconta come ha pensato e costruito il programma da concerto che porterà per questa seconda edizione di InNova Forma?

Michele Sarti, direttore artistico nonché caro amico, ha chiesto la mia partecipazione. Ho pensato così, cercando di inserirmi in questa nuova situazione post pandemica che ha investito il mondo della cultura, di fare un concerto in forma divulgativa favorendo un cambiamento sociologico della musica. Per questo secondo evento di InNova presenterò dunque un concerto dal titolo Suite d’Infanzia, una lezione-concerto che si addentrerà nel fantastico ed eterno mondo della fanciullezza, attraverso le prospettive di quattro autori molto differenti tra loro. Tra i brani proposti ci sarà questo filo conduttore di sottofondo. Carnaval di Schumann ad esempio, e Quadri di un’esposizione di Musorgskij celano percorsi esistenziali, descrizioni della società fatti in ambiti diversi, in due brani scritti a quarantacinque anni di distanza uno dall’altro. Nel programma ci sarà anche un omaggio a Ugalberto de Angelis, e Francesco Filidei, con i suoi Tre Quadri per pianoforte solista, un concerto in tre movimenti, scritto durante il periodo più scuro del lockdown esplicitamente per me. In questo concerto, ispirato da una profonda visione etica, il pianoforte è trattato come un vero personaggio psicologico; nel primo movimento, November, alterna stati emotivi molto diversi, su un percorso segnato dai disegni del pianoforte solista. La Berceuse, si contrappone esplicitamente al dinamismo del primo movimento con un immobilismo atmosferico, scritta in modo algoritmico e con influssi chopiniani. Infine Quasi una bagatella, omaggio a Beethoven, nel quale il suo “Imperatore” viene demolito man mano con amore e sarcasmo, riprendendo anche la visione beethoveniana di Listz.

Dunque un programma che ha come filo conduttore l’importanza dell’infanzia, ma anche dell’esistenza dell’uomo. Come ha pensato all’accostamento di questi autori?

Assolutamente, anzitutto niente come il mondo dell’infanzia è così complesso nell’esistenza dell’uomo. Inoltre, partendo dal fatto che sono tutti dei polittici in forma di suite, con dei collegamenti filosofici abbastanza evidenti, ho accostato autori come Musorgskij a Schumann. Brani come Quadri di un’esposizione potrebbero sembrare brani didascalici, se pensiamo anche ai disegni ispirati ai quadri di Viktor Hartmann, ma se prendiamo il coraggio di andare oltre, ci accorgiamo che la Promenade non è solamente una passeggiata intesa come spostamento, ma un percorso esistenziale dell’essere umano, che passa dagli inferi di Gnomus, alla grande utopica apertura di un mondo universale e fantastico de La Grande porta di Kiev. La Promenade  ci offre il collegamento con Schumann: anche Carnaval si conclude con una Promenade, e anche qui, intesa come l’evoluzione dell’uomo che va avanti, nella quale il kronos non è recuperabile. Il Carnaval inoltre, cela molte riflessioni: il Valse Noble non è inteso come un valzer aristocratico, ma un trasformismo politico che già all’epoca esisteva e Schumann combatteva. Similmente in Bydlo, all’interno dei Quadri di Musorgskij, lo sforzo dei contadini polacchi sul carro dalle ruote quadrate con l’anelito alla sopravvivenza, potremmo traslarlo nei viaggi disperati che ancora oggi molte persone affrontano nella speranza di sopravvivere. Troviamo ancora, nella Coquette del Carnaval, una attualissima funzione descrittiva della mercificazione del corpo della donna.

Questi esempi banalmente immediati, sono due carrellate di descrizioni esistenziali del rapporto dell’uomo con la vita, il dolore e l’utopia di un mondo migliore. Il mio obiettivo e tentativo è quello di spiegare e fornire all’ascoltatore una chiave di lettura che possa non solo guidarlo durante il concerto, ma instillare in lui una curiosità più ampia che lo faccia distaccare da un ascolto decontestualizzato. Credo che non abbia senso proporre pagine sublimi rimanendo ancorati ad un ascolto sterile.

Lei propone programmi molto variegati ma al tempo stesso molto vicini non solo come interprete pianista nei suoi concerti, ma anche nella programmazione dei Festival che propone come direttore artistico.

Sì, perché credo fortemente che il contrasto e la comparazione siano i due elementi immediati essenziali, affinché l’ascoltatore possa capire la diversità e un universo così vasto come quello della musica. Se lo spettatore viene guidato riesce in modo immediato a godere del contrasto storico, capire e costruirsi una propria idea dell’ascolto. Mentre al contrario, rimanendo settoriali si rischia di diventare autoreferenziali.

Lei affianca alla sua carriera concertistica internazionale quella della direzione artistica, dedicando attenzione particolare al giovane pubblico, agli amatori e al territorio. Come inserisce il suo bagaglio storico culturale italiano e toscano nello spettro della sua attività artistica?

Mi piace fare il produttore di giovani artisti che, oggi più che mai, hanno problemi ad uscire dall’anonimato. Ritengo sia giusto restituire ciò che si è ricevuto nella vita, si arriva ad un giro di boa e si invertono le anagrafiche, e dunque dedicarsi ai giovani artisti e a tutti i tipi di pubblico in generale, con la consapevolezza che oggi non si può continuare a ragionare in termini abitudinari.

Io sono diventato direttore artistico più per gioco che per scelta di vocazione. Ho capito subito che il musicista non può e non deve essere quello che si alza la mattina e suona. Bisogna avere la consapevolezza del fatto che il musicista deve essere un artigiano o imprenditore, non solo di se stesso, ma soprattutto dei progetti da divulgare e condividere con altri colleghi artisti.

Dopotutto, storicamente è sempre stato così, quando la musica faceva parte della maggioranza e della collettività, fino agli inizi del Novecento. Pensiamo a quello che ha fatto Mendelssohn con il Gewandhaus a Lipsia, Wagner con il teatro, o Mahler, che era kapellmeister, sovraintendente, direttore d’orchestra, compositore, imprenditore, e sia a Vienna che a New York ha vissuto di frangenti poliedrici in ambito musicale.

Ma fondamentalmente c’è da constatare il fatto che, se non lo si fa, rimarremo una minoranza della minoranza. Oggi la musica tocca meno del 3% della popolazione mondiale, è un dato di fatto che va preso seriamente in esame, e credo che molti sarebbero ben contenti di scoprire l’esistenza della cosiddetta musica d’arte, quella colta, quella che richiede un impegno di ascolto. Oggi siamo bombardati dalla civiltà del tutto e subito, e bisogna necessariamente adeguarsi all’evoluzione sociale post pandemica dalla quale non si può prescindere. Dunque sì, inculcare la passione dell’ascolto e la fisicità del suono dal vivo, e avere anche la pazienza di formulare una ricetta che possa funzionare.

Gli equilibri musicali ai tempi della pandemia ci hanno portato a scelte inedite che nascono da esigenze pratiche, e di riflesso le contraddizioni del momento storico attuale hanno portato ad una molteplicità di stimoli ed evidenti crisi di valori. Come sostenere la complessità della cultura oggi e riportare la necessità di qualità e non di semplice e immediato intrattenimento nella quotidianità delle persone?

Non esiste secondo me un’equazione sicura, bisogna provare e sperimentare, e la storia ci ha insegnato che è un processo molto lungo, come lo è stato per tutti i cambiamenti importanti. Pensiamo alla seconda guerra mondiale: i teatri non si sono riempiti nell’immediato dopoguerra. Il punto cruciale a mio parere è la differenza fra la semplificazione di una proposta complessa, e una banalizzazione di quella che Pasolini già cinquant’anni fa definiva “civiltà dei consumi”. Occorre saper servirsi di una risorsa grande come quella mediatica, senza subire ciò che il sistema decide per noi. Inoltre, da direttore artistico ho realizzato che si è veramente indipendenti solamente nel momento in cui si è legittimati a usare i propri spazi e fondi, e come sappiamo purtroppo nessuno lo è perché tutti dipendiamo da finanziamenti. Dunque sarebbe opportuno ripristinare un valore di costi e benefici o investimenti ad incasso per ridare alla capillarizzazione della provincia il vero valore. In questo senso, si ripristinerebbe l’abitudine all’ascolto, regalando di nuovo alla collettività una disposizione quotidiana di un’offerta. Ritengo che questo sia un problema urgente e scottante.

Tornando alla traslazione, lei spesso si dedica a un repertorio scritto originariamente non per pianoforte. Pensiamo alla Nona di Beethoven, opera colossale con la quale si è cimentato varie volte nella magistrale trascrizione di Listz per dieci dita, o dell’Apprendista stregone per piano e organo o le trascrizioni di West Side Story per il suo duo con Silvia Chiesa. Quando si trascrive per organici così differenti si va inevitabilmente a ridistribuire e ripensare l’universo timbrico, modificandolo interamente. Come affronta questa difficile pratica, sia da trascrittore, che da interprete?

Anzitutto parto dal presupposto che non ci sia una comparazione diretta, parlando appunto della trascrizione della Nona di Beethoven, è impossibile e insensato cercare un’imitazione di ciò che offre l’orchestra beethoveniana.

Il principio di base è quello divulgativo, come poi storicamente ci ha insegnato la “hausmusik”, che trattiene una sorta di veicolazione della partitura originale, permettendo l’ascolto o l’esecuzione in un ambito differente da quello orchestrale. Dopotutto Listz trascrisse queste pagine per portarle dove all’epoca l’orchestra non arrivava, accompagnandole con un’impervia difficoltà esecutiva. Inoltre, spero che queste esecuzioni, come anche quella della Pastorale che ho appena inciso per l’etichetta Decca, facciano sì che il pubblico si possa costruire la propria idea e capire cosa è preferibile fra le varie visioni, stimolando anche la curiosità dell’ascoltatore a cercare un riferimento con la matrice originale, avendo oggi risorse mediatiche infinite.

Dopotutto se ricordiamo che Emerson, Lake & Palmer con la loro trascrizione rock letterale dall’originale, hanno reso molto più popolare Musorgskij di quanto avesse fatto Ravel con la sua orchestrazione, comprendiamo la potenza di questa musica, suscettibile dell’utilizzo di varie destinazioni d’uso diverse.

Inoltre, questa riduzione consequenziale di organico oggi ci semplifica più che mai, in un momento storico in cui la logistica dell’orchestra si sposta con un numero di contagi sempre dubbio.

Le faccio una domanda puramente strumentale. Come organizza lo studio e la sua preparazione tecnica dovendo affrontare spesso un repertorio molto variegato e unendo gli impegni discografici a quelli direttivi?

Gli Studi di Chopin insieme ai Preludi e Fuga di Bach hanno fatto la mia carriera da giovane pianista, e rimangono ad oggi lo stretching essenziale e impareggiabile. Eseguiti a metà tempo, sono la Magna Carta della tecnica pianistica, lo studium dal quale non si può prescindere, e sono la dieta che permette a mente e corpo di essere a proprio agio di fronte a qualsiasi repertorio.

Domanda di rito, progetti futuri?

Al momento sono impegnato con la continuazione della registrazione dell’integrale di Schumann, inframezzata da altri progetti, come ad esempio l’esecuzione della Nona di Beethoven, l’integrale per pianoforte e orchestra di Stravinskij da realizzare per i prossimi mesi, e la registrazione di Filidei, molto impegnativa pianisticamente. Per il solismo questo implica molte ore di studio. È appena uscito il mio disco Nature & Life, progetto incentrato sulla natura e l’esistenza stessa, che sicuramente meriterà delle esecuzioni dal vivo. È un disco che presenta all’ascoltatore legami indissolubili, come la figura centrale di Beethoven nella storia universale, l’inclusione delle culture esotiche nell’evoluzione sociologica europea, e l’intervento essenziale di Listz nella valorizzazione della musica di Beethoven. In questo disco, a dieci anni di distanza, ho inciso un’altra sinfonia, la Pastorale, associando di nuovo due compositori come Beethoven e Listz, presi sia in matrice originale che in connubio trascrittivo, in questo tentativo di abbattimento di cataloghi e barriere.

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