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Scoprendo la propria voce. Intervista a Lukas Geniušas

di Alessandro Tommasi - 22 Maggio 2021

Questa intervista nasce in un contesto che sembra rievocare tempi passati. Tre amici si trovano a cenare fuori la sera prima del concerto di uno dei tre, che per l’occasione è di passaggio in città. Questa è l’atmosfera della chiacchierata con Lukas Geniušas (e la partecipazione silenziosa di Leonora Armellini) che qui riporto. Il pianista russo-lituano, nipote della grande pianista e didatta Vera Gornostaeva di cui è stato anche allievo, si trova infatti a Padova per il primo di due concerti (6 e 25 maggio) che l’Orchestra di Padova e del Veneto ha dedicato ai suoi abbonati, che finalmente possono tornare ad assistere dal vivo alla loro orchestra. Su questo, e sui due Concerti di Chopin in programma, verterà quest’intervista rubata sui tavolini di un’osteria padovana.

Prima domanda: com’è il vino?

Eccellente. Secondo me abbiamo fatto la scelta giusta.

Perfetto, ora possiamo partire con le domande serie. Com’è tornare in Italia? È passato un po’ dall’ultima volta che sei stato qui!

A Padova sì, sono passati quasi due anni, ma sono stato fortunato: sono riuscito ad agguantare un po’ di Italia a marzo. Ho suonato per il Teatro Carlo Felice a Genova, ma è stato molto diverso da questi giorni. Ora devo esibirmi di fronte ad un pubblico, mentre lì ero sempre in streaming. Già ora sento la differenza, sembra quasi che qualcosa stia tornando come prima.

Ah, speriamo! Parlando di queste serate, eseguirai entrambi i Concerti di Chopin con l’OPV. Tu vincesti il secondo posto allo Chopin di Varsavia un paio d’anni fa…

Ah, un bel paio!

Com’è tornare sul compositore oggi, oltre dieci anni dopo il Concorso?

Suonare Chopin, per me, è naturale come gustarmi un buon bicchiere di vino! (ride) No sul serio, non mi richiede più alcuno sforzo, non nel senso che non devo più studiarlo, intendo proprio che suonare Chopin è un’azione naturale e spontanea. I due Concerti, poi, li ho suonati talmente tante volte… Semmai ora la sfida è trovare di nuovo l’ispirazione. Ecco, questo non è un problema in questi giorni, potendo suonare di fronte ad un pubblico in sala. Già questo cambia molto.

Pensi che sia cambiato il modo in cui suoni Chopin rispetto a quel “bel paio” d’anni fa?

Ah, moltissimo!

Come?

Hmm, credo di aver raggiunto una forma di semplificazione. Oggi non enfatizzo eccessivamente elementi drammatici presenti nella musica di Chopin, come tendevo a fare una volta. Era qualcosa direttamente derivato dalla tradizione russa, o meglio un modo in cui i russi comprendono la musica. Troppo spinto, troppo teso, mi sono allontanato molto da un’emozionalità di quel tipo, non mi suona autentica, o almeno non più.

Perché?

Beh, perché mia nonna non c’è più, il che chiaramente è tristissimo, però mi ha anche portato a rivalutare molte cose. Quando ero al Concorso Chopin suonavo spesso per riflesso, secondo una traccia lasciatami da mia nonna, seguendo una sua visione della musica che stavo quasi rappresentando, al concorso. E questo può anche essere molto positivo, visti i risultati! Però la mia visione, il mio linguaggio, ecco, stanno emergendo davvero solo recentemente.

E non solo in Chopin.

Esatto! Si tratta di trovare la tua voce. Sì lo so che suona male, ma è così, è qualcosa di essenziale.

Qual è la tua voce?

Mi sembra di star andando in generale verso una maggiore semplificazione, o meglio, aspetta che cerco come tradurlo… una sorta di principio di non intervento. Ossia non intervenire nella musica in un modo che la forzi ad esprimere qualcosa in più rispetto a ciò che ha da dire di per sé. L’idea è molto semplice: quando davvero suoni le giuste note, nel giusto ordine, con il giusto ritmo e le giuste dinamiche, analizzi bene ciò che succede nello stile del compositore e non sovraccarichi la musica con il tuo personale contenuto emotivo o intellettuale, la musica vive da sé e vive molto bene. Questa è la strada che voglio percorrere.

Ok, sto per fare una domanda molto indelicata: è perché stai invecchiando?

Penso proprio di sì! Quando sei più giovane vuoi dimostrare qualcosa, vuoi metterti alla prova, vuoi infondere la musica con una qualche idea che tu pensi essere davvero importante, ma più invecchi, più semplice è comprendere che è già tutto lì dentro e devi solo trovare il modo più naturale e spontaneo di portarlo alla luce.

E pensi che l’interpretazione rimarrebbe comunque “tua”? Ne abbiamo avute molte di riflessioni sull’obiettività dell’interpretazione nello scorso secolo.

Da quanto riesco a comprendere, la tua individualità è qualcosa che, qualsiasi sforzo tu faccia, non puoi nascondere. È intrinseco alla tua persona, in qualsiasi modo tu possa suonare sarebbe sempre lì, se hai talento non ti lascerà mai. Per questo non sono spaventato di perdere la mia personalità.

Il Primo Concerto di Chopin inciso da Geniušas poco dopo il Concorso Chopin

Pensi che comunque dare questo extra quando eri più giovane ti abbia aiutato ora ad ‘asciugare’?

Non saprei, quando avevo vent’anni non mi facevo molte domande, la mia famiglia irradiava quella tradizione russa, per me era la cosa più naturale del mondo. Le domande iniziano ad arrivare con il tempo. Il momento in cui ho suonato per la prima volta i due Concerti di Chopin era oltre dieci, undici anni fa, e li capivo bene attraverso le lenti di quella tradizione e non andavo alla ricerca di altro. Se sia stata una cosa positiva o negativa, questa è una bella domanda, ma ero comunque ben equipaggiato. Ora spero di non aver perso quell’equipaggiamento, ma di aver trovato un altro approccio, più mio.

Prima di chiudere vorrei tornare su una cosa di prima: sappiamo tutti che è diverso suonare di fronte al pubblico, ma come? Cosa cambia veramente?

Per me dipende molto dal repertorio, sai? Quando suono qualcosa come i due Concerti o i 24 Studi di Chopin, opere che conosco benissimo e che ho suonato tante volte, ho davvero, davvero bisogno del pubblico! Ho bisogno di qualcuno a cui raccontare la storia di nuovo, in un modo nuovo, trovando l’ispirazione per raccontarla ancora, perché è difficile suonare troppo spesso lo stesso repertorio. Se il repertorio è nuovo, invece, è un po’ diverso: ho recentemente suonato in streaming la Prima Sonata di Rachmaninov e ho notato che non era poi così determinante per me che ci fosse o meno il pubblico, stavo parlando direttamente con la musica, stavo cercando di capirla meglio, avevo così tante cose da “discutere” e su cui trovare un accordo, quindi suonare per lo streaming non era affatto un problema. Non è lo stesso con gli Studi di Chopin. Suonare tutti gli Studi è difficilissimo già di suo, ma per di più avevo potuto suonarli dal vivo per un piccolo pubblico giusto qualche giorno prima di trovarmi a suonarli di fronte a delle telecamere È stata una tortura, ho fatto veramente, veramente fatica. E anche l’idea di andare a prendersi una birra dopo il concerto non ha aiutato! (scoppia a ridere)

Pensi che sia diverso per la musica da camera essere di fronte ad una camera? Penso al recente recital con Asmik Grigorian e a questa vostra nuova incisione di cui non ero a conoscenza!

Ah, gravissimo! (ride) In ogni caso sì, anche durante la musica da camera il pubblico conta veramente molto, non importa che sia due persone, duecento o duemila, altrimenti la sensazione è sempre che sia una prova! Quando sei in concerto, quell’esplosione alla fine è qualcosa di più che un’autoesaltazione, è la naturale prosecuzione della musica, chiudere un grande finale, scritto apposta per scatenare l’applauso, e non sentire quell’energia che si libera… è terribile.

Beh, per fortuna sia domani che il 25 maggio avrai modo di sentire l’applauso del pubblico dopo i grandiosi finali dei Concerti di Chopin con l’Orchestra di Padova e del Veneto!

Sì, ne sono davvero grato.

Alessandro Tommasi

Autore

Viaggiatore, organizzatore, giornalista e Pokémon Master, studia pianoforte a Bolzano, Padova e Roma e management culturale alla Rome Business School e alla Fondazione Fitzcarraldo. È Head of Artistic Administration della Gustav Mahler Jugendorchester e direttore artistico del Festival Cristofori e di Barco Teatro.

Nel 2021 è stato Host degli Chopin Talk al Concorso Chopin di Varsavia.

Nel 2020 ha pubblicato il suo primo libro, dedicato all'opera pianistica di Alfredo Casella.

Dal 2019 è membro dell'Associazione Nazionale Critici Musicali.

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