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Quell’amore di Segovia per l’Italia: intervista a Stefano Picciano

di Marco Surace - 13 Giugno 2021

Non tutti gli appassionati, i fautori o i cultori della musica classica conoscono da vicino il mondo della chitarra classica, della sua storia, delle sue sonorità. La chitarra, infatti, ha sempre disvelato una duplice natura, quella popolare e quella “colta”, ma tra le due facciate è sempre prevalsa, nell’immaginario comune, la prima. Eppure, quando si parla di chitarra nella sua accezione colta, tutti fanno riferimento ad una figura ben precisa: quella di Andrés Segovia.
Il celebre chitarrista andaluso contribuì fortemente al consolidare la tecnica dello strumento, al rimpinguamento del suo repertorio (dalle musiche di Villa-Lobos a quelle di Ponce, Torroba e Castelnuovo-Tedesco, per citarne alcuni), alla ricerca – di concerto coi liutai – di nuove modalità costruttive della chitarra per soddisfare precise esigenze artistiche, ovvero quelle che l’avrebbero resa uno strumento adatto alla sala da concerto.

Di recente, in questo 2021, le Edizioni Curci hanno rilasciato una nuova pubblicazione dedicata a Segovia. Il testo, curato dal chitarrista e musicologo Stefano Picciano (già autore, tra l’altro, di testi dedicati a importanti figure del novecento chitarristico quali Miguel Llobet e Alirio Diaz), racconta il vasto itinerario di Andrés Segovia in Italia. Picciano ha raccolto tutti i concerti che il grande chitarrista tenne nel nostro Paese, fornendo anche al lettore numerose recensioni e programmi di sala, oltre che tutta la documentazione relativa al suo insegnamento all’Accademia Chigiana di Siena. Il viaggio di Segovia nel Bel Paese inizia nel 1926, con il suo primo recital a Milano, e finisce con l’ultimo storico concerto a Venezia, nel 1985.
Incuriosito da questa pubblicazione ho deciso di contattare l’autore che, gentilmente, ha voluto concedermi (e concedere a voi lettori, soprattutto) una splendida chiacchierata per parlare del suo libro.

In che modo e in che circostanze è nata in te la volontà di approfondire questo particolare aspetto della biografia e della carriera artistica di Segovia?

Prima di entrare in medias res vorrei raccontarti una cosa: qualche giorno fa mi ha chiamato Emilia Segovia, la moglie del Maestro (inizialmente pensavo fosse uno scherzo!), a cui avevo inviato il libro appena pubblicato. Questa telefonata è stata un vero regalo, abbiamo trascorso un’oretta in cui lei mi ha raccontato molte cose sul marito: della sua instancabile attività, dei viaggi e soprattutto del suo amore per la bellezza. Io le ho accennato questa idea, questa riflessione: che cosa muoveva quest’uomo pieno di energia e vitalità? Era un amore per la bellezza ancor più che per la chitarra, che lo spingeva a non fermarsi mai progettando continuamente nuove tournée, senza accettare di rallentare i ritmi. Mi ha sempre colpito questo: era un uomo innamorato dell’arte e del bello e questo è un punto importante da cui partire, secondo me, anzi è il punto decisivo.
La bellezza è un oggetto di studio mai pienamente definibile, mai del tutto afferrabile, mai circoscrivibile. Chi lavora con l’arte lo sa, perché è sempre affacciato a un orizzonte infinito e inesauribile: per questo il nostro è un lavoro che ha una dignità senza eguali.
È un po’ come nell’Odissea, quando Ulisse dopo tutti i suoi viaggi (ha attraversato tutto il mondo allora conosciuto) torna a casa e, misteriosamente, una volta ritornato, deve ripartire. Questo descrive la statura dell’uomo, il suo desiderio: è misterioso come l’esperienza dell’artista o di chi ha a che fare con l’arte, con la musica, sia quella di trovarsi di fronte a una bellezza mai esauribile ma allo stesso tempo intensamente presente.

Questa tua riflessione, che trovo affascinante e assolutamente condivisibile, mi fa pensare al momento in cui, sfogliando il tuo libro, mi sono imbattuto in questa citazione di Segovia:

Non imparo le cose una volta per tutte, ma le scopro ogni volta. Se l’emozione non si rinnovasse, l’arte sarebbe una professione.

 Vero, è un’affermazione molto indicativa del suo modo di concepire e vivere l’arte. Di queste parole di Segovia mi colpisce questo stupore sempre rinnovato, la volontà di riscoprire quello che conosciamo già o che pensiamo di conoscere. Pensa per esempio allo studio di un brano: vediamo che è sempre possibile “riscoprire” quello che suoniamo già, riscoprire tutta la bellezza di un passaggio, di una battuta, tutta la bellezza di quell’opera, che ci appare d’un tratto nuova! Segovia stesso diceva: “Bisogna ascoltare ogni nota e sentirla. Ogni nota è piena di poesia”.

Questa prospettiva dalla quale guardiamo la sua arte ci dice tanto, secondo me, anche dell’uomo Segovia. Mi fa pensare ad una citazione del libro in cui Segovia parla del viaggiare in maniera quasi eraclitea:

Chi viaggia non invecchia. L’acqua, quando è ferma, quando ristagna, imputridisce. Invece, quando corre si mantiene giovane conservando la sua freschezza e le sue magiche voci”.

Lui viaggiava molto, era un uomo sempre in movimento che quando tornava sui suoi passi riscopriva i luoghi e viveva in maniera rinnovata le esperienze forse sotto un’altra luce, così come faceva coi brani che suonava. Il viaggiare lo caricava di nuova energia, lo rinnovava.
Questo mistero dell’arte quindi, forse, ti ha spinto a perseguire questo tipo di ricerca.

Le cose nascono sempre dai particolari. Noi viviamo nell’hic et nunc, nel qui e ora, quindi nel particolare. E nel particolare c’è già in qualche modo, in nuce, tutto. La storia di questa ricerca ha un inizio semplicissimo, quasi casuale: qualche anno fa mi trovavo a Roma, all’Archivio Storico Capitolino, e in quelle sale stavo facendo una ricerca su Francisco Tárrega. In una pausa, per curiosità sono andato a consultare alcuni quotidiani degli anni ’30 e ho trovato una recensione di un concerto di Segovia del 1932. Pochissime righe, che scomparivano in una pagina immensa de Il Messaggero: lì c’è stata questa idea. Allora sono uscito dall’Archivio Storico Capitolino con la scansione di questa pagina di giornale e con il proposito di tornare sul tema. In quel momento non immaginavo il genere di lavoro che avrei intrapreso, anche perché ero appena uscito dalla ricerca su Miguel Llobet, che mi era costata un certo impegno. Mi ero proposto di non fare più lavori così ampi, però in realtà mi sbagliavo! [Ride]
Nel periodo seguente ho pensato che un progetto di ricerca su Segovia in Italia non sarebbe stato vano, nel senso che leggendo alcune fonti sulla storia della chitarra italiana mi son reso conto che l’ambiente chitarristico italiano era molto vivace nel primo Novecento – pensiamo a Benvenuto Terzi, Romolo Ferrari, Luigi Mozzani e altri – eppure era caratterizzato da un’ultima fragilità identitaria, come se dovesse ancora trovare una fisionomia stabile. Pensiamo all’organologia, ovvero alle discussioni sulla struttura (chitarra italiana rispetto a chitarra spagnola), pensiamo al repertorio, pensiamo a questi maestri italiani che, pur essendo eccellenti, alla chitarra affiancavano spesso un altro mestiere. Credo che l’ambiente italiano trovò in Andrés Segovia e nella scuola spagnola un punto di riferimento imprescindibile. Ne è una prova il fatto che Benedetto Di Ponio, a cui viene affidata nel 1954 la prima cattedra di chitarra in un conservatorio (al Santa Cecilia di Roma), imposterà i programmi di studio proprio sull’impronta del repertorio spagnolo di Tárrega, Llobet, Pujol, Segovia.

L’ambiente italiano trova in Andrés Segovia un punto di riferimento ma anche Segovia trova nell’Italia un punto di riferimento. Quali sono le ragioni artistiche (e magari personali) per cui egli venne così spesso in Italia? Quali le principali attività che il chitarrista andaluso ha svolto nella nostra penisola?

Segovia trova in Italia una seconda patria, si potrebbe dire. L’Italia è il paese della cultura e teniamo presente che egli era un uomo profondamente colto: non aveva compiuto particolari studi ma si dice che girasse con in valigia libri di filosofia e di poesia. Probabilmente concepiva la cultura in maniera unitaria e non settoriale, tant’è che diceva: “Bisogna pensare più alla musica che alla chitarra”. E parlando di concezione unitaria della cultura, l’Italia è forse il paese che per sua natura esplicita questo aspetto.
In secondo luogo probabilmente gli eventi di Siena (dal 1950 al 1964 Segovia tiene il corso di chitarra all’Accademia Chigiana) hanno giocato un ruolo fondamentale nel suo rapporto con l’Italia. Il primo anno ci furono pochi allievi, poi successivamente ne vennero molti di più; in generale c’è questa immagine del Maestro che mette soggezione agli studenti sedendosi su quello che sembrava un trono, anche se a questo atteggiamento austero credo affiancasse una certa ironia. Insomma, Segovia amava molto l’Italia e gli piaceva lavorare a Siena, anche se nelle lettere a Mario Castelnuovo-Tedesco si lamenta del caldo della città. Siena, in quegli anni, ospitò una delle massime espressioni del suo insegnamento.

Naturalmente in Italia è venuto in più occasioni anche e soprattutto per fare concerti…

Sì, io ho catalogato 188 concerti. Quelli su cui non vi era documentazione adeguata non li ho inseriti, quindi probabilmente ne ha fatti anche di più. C’è un aspetto che unisce un po’ tutto l’itinerario di concerti di Segovia: la meraviglia. Non esiste un anno in cui si spenga questo stupore per i suoi concerti, perché il pubblico si rende conto delle potenzialità di uno strumento noto eppure ancora poco conosciuto come strumento d’arte.

Capitava, invece, che venisse in Italia per soggiornare o per attività diverse da quelle didattiche e concertistiche?

Sicuramente in alcune occasioni Segovia prolungò la sua permanenza: mi viene in mente il Natale del 1938, quando va a trovare Mario Castelnuovo-Tedesco: un gesto di grande amicizia (da quel momento inizierà la loro collaborazione).
Un’altra occasione in cui coltivò i rapporti con le sue conoscenze è nel 1937, a Bologna. Dopo un concerto a Torino il 5 gennaio, andò a Bologna per incontrare Luigi Mozzani e per scegliere una sua chitarra da utilizzare per la tournée nei mesi successivi.

È indubbio, dai tuoi racconti e dalle varie altre fonti, che Segovia fosse stimato e ben voluto da musicisti, appassionati di musica ma in generale da molte personalità del Novecento. Nel libro si accenna, ad esempio, ai suoi incontri con Gabriele D’Annunzio e con Papa Giovanni Paolo II.

Segovia aveva riscosso una grande stima da parte di colleghi musicisti e di varie altre discipline, da Stravinskij, a Picasso, a d’Annunzio, per citarne alcuni. E qui forse torna un po’ il tema di cui parlavamo prima – quello della statura di un uomo di grande cultura – che ci spinge ancora una volta a tenere presente questa fondamentale unità della cultura, confermata nella ricerca della bellezza.
È significativo, anche in questo senso, il fatto che abbia voluto chiudere la sua tournée del 1985 chiedendo una udienza a Giovanni Paolo II. A quel punto della sua carriera, credo sia stato molto più di un semplice omaggio formale; era come voler dare una sottolineatura unitaria a tutta la sua carriera.

Sulla figura di Segovia è stato scritto e detto molto, sia per quanto riguarda la sua biografia e la sua vita privata che per quanto concerne l’attività concertistica, compositiva e didattica. Il tuo contributo è certamente prezioso e aggiunge ulteriori dati e testimonianze sul chitarrista andaluso; mi chiedo, però: ci sono ancora dei lati e degli aspetti di Segovia su cui bisogna fare luce o che vale la pena approfondire?

Noi dobbiamo guardare Segovia senza ridurre minimamente il suo apporto, cioè sostanzialmente lo dobbiamo guardare con una grande gratitudine. Ci sono però degli aspetti su cui possiamo fare delle osservazioni: per esempio, il rapporto coi compositori. Il repertorio segoviano è bellissimo ma dobbiamo notare che Segovia si è rivolto ad un certo tipo di compositori, quelli che avevano un linguaggio di matrice tardo-romantica affascinato, per così dire, da accenti impressionistici. Se oltre che a Castelnuovo-Tedesco, Moreno Torroba o Ponce egli si fosse rivolto a compositori di altri ambiti estetici, la storia della chitarra sarebbe stata molto diversa.
Un secondo aspetto riguarda non tanto nuove aree o nuovi aspetti da studiare propriamente della biografia di Segovia, ma è interessante piuttosto mettere a fuoco, secondo me, la prospettiva generale della storia della chitarra. Sappiamo che Segovia viene considerato, nella mentalità più diffusa, una sorta di “padre” della chitarra, e raggiunse una tale notorietà da essere identificato con l’immagine stessa dello strumento. È importante non sminuire il suo apporto, ma è opportuno chiarire al contempo il fatto che egli pose i suoi passi su una strada già tracciata da altri (Tárrega e Llobet in primis). Noi, nella giusta distanza storica, dobbiamo sottolineare il fatto che quando, nel 1924, Segovia fa il suo debutto a Parigi, i giornali scrivono: “una simile meraviglia destò Miguel Llobet alcuni anni fa nel suo debutto”.
Segovia pose tuttavia i suoi passi su questa strada con un’energia e un’intraprendenza che gli altri non avevano affatto avuto: questo è il suo grande merito.

“Conduco una vita sedentaria ad 800 Km/h”

Dopo questa pubblicazione immagino che tu, come Segovia, non ti voglia fermare e voglia sempre progredire. In che tipo di attività di ricerca e, in generale, legate alla musica sei impegnato al momento? Quali progetti nel futuro prossimo?

La mia area di interesse principale è quella che va da Tárrega in avanti (in particolare Llobet e la scuola catalana), che è un momento di grande svolta nella storia della chitarra.
In senso più generale, ho sempre visto il “fare ricerca” in questo modo: quando si ha un’ipotesi di ricerca è come trovarsi dinnanzi a una porta socchiusa che aspetta di essere aperta, per cui si deve andare lì e vedere cosa c’è dietro. Al di là c’è un’immensa bellezza – vedi che torniamo sempre lì – che aspetta di essere scoperta. Fare ricerca è un po’ come sottrarre le cose belle all’oblio. La bellezza tende a rimanere spesso nascosta, come noi nella nostra vita o anche solo in una giornata possiamo constatare: abbiamo tante cose belle che continuamente ci perdiamo; pensa, che so, all’alba o al tramonto. Allora dobbiamo chiederci: la bellezza è un optional oppure qualcosa di veramente importante? Impariamo da Segovia! È vero che faceva tante cose, che non si riposava mai, ma non tanto per il desiderio di fare tanto: il problema è la profondità con cui si fanno le cose, e in questo Segovia aveva capito tutto: il vero riposo è la contemplazione di una bellezza che non si esaurisce mai.

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