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Musica e parola: il melologo secondo Fausto Sebastiani

di Filippo Simonelli - 5 Agosto 2022

Il melologo è una delle forme principe della musica contemporanea. La sua diffusione così capillare dal punto di vista creativo per i compositori e anche una discreta popolarità, pur relativa alla ristretta nicchia degli ascoltatori della musica d’oggi, ne fanno un banco di prova interessantissimo e al tempo stesso oggetto di riflessioni teoriche che vanno anche oltre l’aspetto puramente musicale. C’è un mondo artistico e professionale che coinvolge anche il teatro di prosa ed altre forme artistiche che non si possono ignorare e che costituiscono nuove possibilità agli autori e alle loro combinazioni con altre esperienze creative; dall’altro lato, la possibilità di comporre con ensemble ridotti e più “pratici” da montare rispetto alla tradizione sinfonica. Anche qualora questa condizione venisse meno, il melologo può essere attraente per un organizzatore anche alla luce della sua trasversalità e dei temi forti che vengono spesso trattati.

Abbiamo parlato – anche – di questo con Fausto Sebastiani, compositore che ha costruito una parte molto importante della sua carriera, soprattutto recente, proprio sui melologhi, andando ad esplorare soprattutto la versione “impegnata” di questa forma basandosi su temi storici o di attualità politica.

Ma andiamo con ordine:

Un compositore che oggi faccia della sua arte una professione, a che tipo di modelli deve guardare?

 Nell’ambito della musica “colta” si sta riflettendo sulla necessità di ritrovare un rapporto tra compositore, interprete e pubblico ed è per me importante indagare come nel passato si siano trovate soluzioni stimolanti.  Un grande contributo in tale direzione è stato dato dall’Associazione Musica / Realtà che, negli anni 1970, vide impegnati Luigi Nono, Claudio Abbado e Maurizio Pollini in lezioni/concerto destinate soprattutto ai giovani per divulgare la musica classica e contemporanea. Era questa una prospettiva che voleva ripensare il modo di fruire la musica e che partiva dal presupposto di non considerarla come forma di svago ma come parte attiva nello sviluppo della sensibilità. Le parole di Pollini sono in tal senso molto chiare: “l’artista non dev’essere necessariamente impegnato, non è un obbligo, ma l’impegno politico è una cosa positiva per ogni uomo”. Sulla scia di queste riflessioni sento come urgente la ricerca di una nuova relazione con il pubblico basata su un rapporto serio e di riflessione. Uno spunto utile per conseguire questo obiettivo sono quelle opere in cui l’impegno di Nono abbandona la dimensione politica mantenendo tuttavia quella ideologica.

Tra le tue pagine principali e che hanno suscitato un maggiore interesse da parte del pubblico figurano numerosi melologhi “impegnati”. Come hai scelto di dedicarti a questa forma?

 Ultimamente sembra che alcuni compositori “colti” valorizzino una piacevolezza sonora o la ricerca di novità sonore rifiutando tuttavia un più concreto impegno sociale. Il rischio è quello di incorrere in una forma di narcisismo “autoreferenziale”, dal quale vorrei prendere le distanze.  Ho sviluppato un’attenzione verso il Burkina Faso, grazie soprattutto all’incontro con Sandro Cappelletto. Egli ha affrontato dei periodi di volontariato in questo paese, dove l’emergenza umanitaria è critica. La chiusura delle scuole è un problema enorme perché colpisce la gioventù privandola della possibilità di riflettere in modo nuovo su aspetti della loro cultura. Tra questi il tema della stregoneria, soggetto trattato da Cappelletto per la mia composizione Delwende (Alzati, salva tua madre – 2020), commissionata con il sostegno di Siae – Classici d’Oggi 2018/2019.  In questo melologo abbiamo voluto porre l’accento su alcune cause dell’attuale migrazione dall’Africa verso l’Europa, la quale oggi per un’evidente molteplicità di cause non si può fermare.

Il melologo è una delle forme più impiegate dagli autori odierni: come ci si approccia a un genere che ha modelli così “recenti”? 

Il melologo è una forma musicale che negli ultimi anni è stata rivalutata dai compositori “colti”. Tra questi Fabio Vacchi è sicuramente il più attratto dal rapporto con la voce recitante; ha composto numerosi melologhi come Irini, Essalam Shalom per grande orchestra dove ha inserito la voce di Moni Ovadia.

Io appartengo a quei compositori che oggi vogliono rinnovare il melologo e lo vedono come una forma con cui attuare le proprie idee musicali.  Sono sedotto dalle possibilità che possono nascere dalla relazione tra la composizione e un testo e sono convinto che ogni parola, ogni nostro atto non siano fini a se stessi, ma si trascinino dietro una quantità di risonanze emozionali collettive. Quando si pronuncia una parola – per esempio “vento” – essa ha una quantità di risonanze emotive che vanno al di là dell’oggetto da noi immaginato. La musica può valorizzare tali risonanze utilizzando il canto di un soprano che può ripetere quella parola, oppure una voce narrante che pronuncia un termine e intorno il suono strumentale crea un’atmosfera fatta di sfere emozionali.

Nel rapporto con il testo – sia esso parlato o cantato – come viene modificato il processo creativo rispetto alla musica “assoluta”?

 Nel mio melologo Il paese degli uomini integri Cappelletto aveva già scritto un racconto dedicato alla figura di Thomas Sankara e io decisi di musicarlo apportando dei tagli, ovvero cercando di concentrare la narrazione sul personaggio politico così importante.  Lui ha aderito senza esitazione alla nuova versione valutando bene le mie modifiche, ora accettandole ora proponendo delle alternative. Ne è risultato un racconto “orizzontale”, dove ogni personaggio, ogni episodio si legano con gli altri in una continuità che non si arresta. Il suo testo si articola in una narrativa fatta per punti di scena: sezioni importanti, grandi pause e poi la frase epica, dove il punto focale è l’ultimo discorso di Sankara fatto nel 1987. Io ho individuato alcune parole e ho creato una vera e propria trama interna, che evidenzia le parole già di per sé molto significative. La mia musica si integra nel percorso narrativo con sonorità ricorrenti. Tra queste le “note tenute” del soprano, dal carattere evocativo, passano nei sax creando un’eco sotterranea. Ho così cercato di condurre la tensione dell’ascoltatore sino al “discorso del 1987” e qui improvvisamente la musica tace, perché quelle parole non si possono cantare. Come disse Antonio Rostagno nel 2019, in occasione della presentazione del cd dall’omonimo titolo Il paese degli uomini integri: “qui la musica fa un passo indietro perché quelle parole vanno lette nel silenzio e devono risaltare come impresse nel marmo”.

Il 2022 sarà un anno dedicato anche all’anniversario pasoliniano: quali sono le tracce del lavoro del grande scrittore nella tua produzione?

 Ho avuto, da sempre, un grande interesse verso Pier Paolo Pasolini, rimanendo spesso attratto e incuriosito dal suo rapporto con la musica perché era capace di apprezzare sia il grande repertorio classico che le canzoni Pop.

Nel 1999 ho pensato ad un suo testo da musicare e mi sono concentrato su Orgia, una delle sue tragedie, da cui ho selezionato dei brevissimi frammenti o delle singole parole. In questo senso si può dire che il brano è “ispirato” alla tragedia e non usa in modo letterale il testo. Il brano è per supporto digitale e si basa su dei suoni strumentali elaborati elettronicamente che contrappuntano la mia voce intenta a pronunciare lo scritto.

A livello narrativo, Orgia è la cronaca delle emozioni sadomasochiste di due coniugi piccolo-borghesi in una desolata Pasqua padana, ma è chiaro che questa serie di “fattacci” sono metafora di altro. Si presentano delle pulsioni violente che agiscono dentro e intorno a noi. Evidente è l’idea della mancanza quasi totale dell’azione scenica, aspetto che Pasolini aveva teorizzato nel suo “Manifesto del Teatro di Parola” del 1968. Un teatro che ricerca il suo “spazio teatrale” non nell’ambiente ma nella testa ovvero gli attori e il loro testo di fronte al pubblico, in un tentativo di “parità culturale” tra questi due interlocutori. Reputo tale approccio, seppur utopistico, molto attuale. Per questo motivo credo che meriti di essere indagato e, non a caso, è stato un mio riferimento nella composizione dei due melologhi.

Dopo una lunga attività creativa, quali sono i consigli da dare ad un giovane che aspira a percorrere una strada simile?

Non è facile “consigliare” un giovane studente di composizione perché ognuno ha la sua personalità e le proprie aspirazioni e, oggi più che in passato, il docente deve considerare questi aspetti dell’allievo. Allo stesso tempo i giovani non devono dimenticare che lo studio della composizione dura una vita intera e si deve poggiare su basi solidissime, tenendo sempre le orecchie ben aperte verso tutti i repertori musicali. Il contesto musicale attuale è molto diversificato e anche la comunità dei “compositori colti” ha ormai accolto approcci linguistici differenti. Si richiede dunque al giovane una capacità di gestire linguaggi diversi e di essere duttile e pronto per ogni progetto. Indispensabile è una conoscenza approfondita ed ampia che va dal passato alle nuove tecnologie, compiendo dei periodi di residenza all’estero, scegliendo con attenzione gli Istituti più interessanti. È comunque fondamentale cercare una propria autonomia espressiva, un proprio vocabolario; in breve, coniugare lo studio appassionato con le inclinazioni personali.

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