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Mahler, tra musica e poesia: intervista a Boghetich e Guerini

di Matteo Macinanti - 28 Giugno 2021

Il legame tra le pagine di Quinte Parallele e la musica di Mahler è, come sapete, ben forte. Questa volta non affronteremo direttamente la sua produzione, ma ne parleremo attraverso un’intervista, anzi, una doppia intervista. Abbiamo infatti incontrato Adele Boghetich e Nicola Guerini, autori di un nuovo volume fresco di pubblicazione: Mahler. Dialoghi tra musica e poesia (Zecchini, 2021). In questa conversazione abbiamo cercato di ricreare il dialogo sempre vivo tra i due autori che tesse le pagine di questo nuovo libro.

Leggere Mahler. Dialoghi tra musica e poesia significa immergersi in un dialogo vivo che si rivela già ben temprato e consolidato. A quando risale l’inizio della vostra collaborazione e quando e come è nata l’idea di mettere su carta le vostre riflessioni su Mahler?

Boghetich: Ho conosciuto il Maestro Guerini nel maggio 2018, da lui invitata per la rassegna “Il Golfo Mistico” a presentare i miei due precedenti lavori su Tristan und Isolde e Parsifal di Wagner. Un anno dopo abbiamo insieme tenuto, per la Società Letteraria di Verona, una conferenza su Gustav Mahler ed è stata subito “simbiosi” di interessi e idee, che non poteva non risolversi in un libro, scritto con il piacere della ricerca tra le trame liriche, biografiche e spirituali di uno straordinario musicista, crepuscolare, eclettico, visionario, moderno.

Guerini: Un libro che, nello stile narrativo di un dialogo “da salotto” della Vienna fin de siècle, intende condurre il lettore tra i sentieri della scrittura mahleriana, tra le immagini e le suggestioni di un visionario viaggio che attraversa l’intera produzione artistica, dal Quartetto in La minore alla Decima sinfonia, tracciando un percorso estetico che coniuga Musica e Poesia, pensiero filosofico e arti visive.

Il viaggio nell’universo mahleriano proposto dal volume permette di “planare dall’alto” sulle più importanti composizioni e sui principali episodi della vicenda artistica e biografica dell’artista. Qual è stata la composizione che ha segnato il punto d’incontro tra la vostra esperienza di musicisti e studiosi con la musica di Mahler?

B.: Ci siamo intesi sempre perfettamente su ogni opera, liederistica o sinfonica, su ogni tratto, lirico o drammatico, della musica di Mahler. Nuova esegesi abbiamo, però, voluto offrire ai territori dei grandi Adagi e a quel lungo arco che unisce i dolenti Kindertotenlieder con il visionario Das Lied von der Erde; al valore di quei canti di angoscia esistenziale, a quei policromi intrecci tra suoni di Natura e canti di Morte che riportano a luoghi immaginari in cui cogliere la silenziosa Ruhe come luogo dell’anima. Una esegesi che supera il nichilismo, la “disfatta” adorniana, per tentare approdi verso orizzonti di un mondo che è già “oltre”…

G.: … verso quei luoghi della partitura dove il tempo sembra sospendere le sue pulsazioni e la polifonia si spoglia dai densi strati sonori e mostra la sua fisionomia più intima con le sue linee sottili e solitarie. Dalle fessure della maglia sinfonica sembra filtrare una dimensione nuova, un silenzio che rallenta e sospende ogni gravità. Quel silenzio è Voce dell’Universo mahleriano. Una presenza che vibra e dialoga con il paesaggio sonoro, lo condiziona e lo invade fino ad assorbirne i contorni: una dimensione che diventa sempre più luogo mahleriano e i suoni sono finestre per accedervi, ponti per raggiungerlo, per attraversarlo.

Maestro Guerini, in che modo, a suo avviso, l’esperienza di Mahler come direttore d’orchestra ha plasmato anche il suo modo di fare musica? Penso ad un approccio “materico” ed estremamente attento ai singoli timbri e ai giochi di chiaroscuri orchestrali… 

G.: La figura del direttore d’orchestra ha certamente segnato il suo percorso creativo: pensiamo al vasto repertorio che Mahler dirigeva, l’esigenza di ritoccare ed elaborare l’orchestrazione delle opere, la contaminazione e la continua ricerca di nuove strade, nuove risposte. Ma è anche vero che Mahler era un grande direttore d’orchestra perché era un grande compositore, un sapiente artigiano, un cesellatore di timbri, un esploratore di spazi sonori. Il suo stesso linguaggio, che coniuga i segni della civiltà mitteleuropea con gli influssi della musica popolare, è una trama intrecciata e coesa di cellule intervallari, su cui nascono imponenti architetture che si dilatano fino a lacerarsi. Una massa sonora pronta a ribellarsi, lasciando gridare le sue voci, e poi stingersi, spegnere i propri fragori per ascoltare i presagi del bosco e gli appelli lontani che promettono salvezza. Un tessuto organico che accumula materiali, ricerca nuovi percorsi, nuove direzioni.

Una domanda invece per Adele Boghetich: Studiare la vita e le opere di Mahler equivale a entrare a contatto con una vita travagliata sin dalla prima infanzia che entra prepotentemente anche nella sua estetica musicale. Esiste però il rischio concreto di leggere unicamente in chiave biografica le sue musiche? Se infatti è impossibile scindere il Mahler-artista dal Mahler-uomo, è però possibile che le istanze dell’artista vengano messe in secondo piano rispetto alla componente del vissuto? Quale può essere un giusto equilibrio nell’approccio al compositore da studiosi?

B.: Non possiamo leggere la musica di Mahler solo in chiave biografica o politico-sociale, né tentare fascinosi altri metodi. Ogni Artista vive un proprio complesso mondo, scisso dalla realtà e stratificato da esperienze storiche, intellettuali, spirituali: un mondo intimo da custodire, plasmare e restituire in immagini, suoni, emozioni sempre differenti. Il visionario mondo mahleriano è popolato da fantasmi ed eroi, luci e abissi; un mondo di simboli e immagini proteiformi, nel quale miraggi di vita celeste cedono ad angoli silenziosi di solitudine estatica, voci primigenie a grandi Appelli, altezze salvifiche a padiglioni di leziosa porcellana… E se vi affiorano Ländler, canti militari, moravi o di tradizione ebraica, sono reminiscenze coscienti di appartenenza a territori di confine e non di potere, mentre le esperienze della vita soccombono sotto le istanze estetiche di un malessere interiore: pensiamo, per esempio, alla tragica Sesta sinfonia, scritta durante una tra le più felici estati di Maiernigg e diretta a Essen, due anni più tardi, da un Mahler ancora atterrito all’idea di poter essere travolto dalla violenza della sua stessa musica! Richiamerei un aforisma di Robert Schumann: «Si richiuda così, l’artista nel suo dolore creativo! Verremmo a sapere cose spaventose se potessimo vedere fino al fondo della genesi di ogni opera!». È importante, però, anche considerare la formazione intellettuale, le letture, le scelte poetiche, il pensiero. Mahler è artista colto, che accoglie, dunque, in sé la poesia popolare (sentita come poesia naturale) e, insieme, il ricercato lirismo di Rückert e Goethe, l’aspirazione al divino e l’irrazionalismo di Nietzsche, il magico mondo Wunderhorn e il pensiero negativo di Schopenhauer: universi luminosi e oscuri, apollinei e dionisiaci, di redenzione e di morte.

Un aspetto su cui vi siete molto concentrati lungo le vostre riflessioni è il rapporto di Mahler con il sacro nelle sue forme più disparate. Perché a vostro avviso questa è una delle chiavi di lettura più efficaci per accostarsi al grande compositore e da dove nasceva questa sua forte aspirazione?

B.: Il “sacro” in Mahler assume caratteri molto interessanti. Della Natura – entità empatica che vive, respira, “canta” con l’artista attraverso suoni, colori, immagini – Mahler coglie il mistero, la sacralità della Vita, della Morte, della Notte: un panteismo goethiano di simboli che l’artista reinterpreta in arcani Naturlaute. Poi vi è l’aspetto propriamente “religioso” del Mahler ebreo e cattolico, il suo atteggiamento filosofico, l’attrazione per il misticismo, per l’elemento “rivelato”, che traspaiono vivi nella scrittura poetica della Seconda, Terza e Ottava sinfonia, espressioni di una spiritualità profonda, di una fede che rifiuta materialismo e razionalismo, confrontandosi con la morte e con il cielo.

G.: L’Ottava sinfonia, oratorio della Salvezza scolpito da una fede personalissima e autentica, consolatrice sul dolore e sulla crisi della coscienza, è l’opera di sintesi del suo pensiero religioso: un grande Inno, elevato a un Dio-Amore che con la sua forza esorcizza gli assalti di quello che Mahler stesso definisce il Mondo.  Una partitura che fonde insieme la scrittura vocale con il tessuto strumentale per un sodalizio inscindibile che si fa preghiera, dialogo profondo dell’anima con Dio. Nella poetica mahleriana vive una forte attrazione verso il metafisico, luoghi con liturgie proprie dove, in oasi timbriche cangianti, la luce rivela tracce di Infinito.

Viviamo in un tempo di Mahler Renaissance e non c’è stagione sinfonica che non proponga almeno una delle sue sinfonie all’interno delle proprie programmazioni. A distanza di più di un secolo dalla sua morte, è forse questo il tempo della riscoperta che lui stesso aveva preconizzato in vita?

B.: «Il mio tempo verrà! Verrà il tempo in cui gli uomini si accorgeranno di essere rappresentati, descritti, identificati nella mia musica, e capiranno che essa è in loro da sempre!», amava ripetere Mahler. Ma quel tempo “era già” quando egli, consapevole della decadenza culturale dell’Occidente, lanciava in tragiche note il suo grido d’allarme sul destino dell’umanità, sulla morte dell’anima, sul tragico tempo della Storia, profetizzando gli orrori del Novecento e l’infausta avventura della Zerrissenheit, intima lacerazione dell’anima nel conflitto tra l’Io e il mondo. Un conflitto ancora aperto.

G.: Mahler costruisce le sue sculture raccogliendo detriti e scorie di una civiltà stremata nei valori, spingendosi al limite estremo per sgretolarne ogni certezza. L’uomo moderno coglie le lacerazioni di quel dilaniato mondo interiore, imprigionato tra sogno e dolore, vita e morte, smarrito e sospeso… una zattera solitaria tra i flutti dell’oceano, tra miraggi e orizzonti lontani…

Matteo Macinanti

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