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La chitarra elettrica contemporanea: a conversazione con Carlo Siega

di Carlo Emilio Tortarolo - 29 Agosto 2023

Seconda intervista agostana (qui potete recuperare la prima) a giovani interpreti del panorama italiano attuale, abbiamo fatto alcune domande, questa volta, al chitarrista contemporaneo e performer Carlo Siega, in occasione della sua nuova uscita discografica ‘Italian Electric Guitar Project’ (EMA Vinci).

Artista e musicista, docente e ricercatore, di formazione filosofo. Un cursus honorum che sembra raccontarci di un interprete classico ma…tutto declinato alla musica contemporanea. Da dove è nato questo interesse? Perché proprio la musica contemporanea?

Le prime curiosità nei confronti del contemporaneo le sviluppai durante la ricerca di una composizione da eseguire all’(allora) esame di V corso, un lavoro di Bruno Bettinelli, autore della scuola seriale storica milanese, suggerito dal mio docente. Fu quella l’occasione che mi diede modo di constatare la bellezza – per me nuova – di investigare i timbri e colori dello strumento e di notare come la ricerca della qualità sonora fosse non solo centrale a quel pezzo, ma comune a moltissimi altri brani che avevo ascoltato. Di fatto, il repertorio novecentesco e quello contemporaneo furono la vera porta verso luoghi dell’ascolto non rilegati allo strumento chitarra.

Il suo primo impegno discografico è ‘Italian Electric Guitar Project’, pubblicato da EMA Vinci, e nasce da un desiderio particolare di dare una nuova vita al repertorio per chitarra elettrica. Come è nato questo progetto? E come si è arrivati alla registrazione?

Se dovessi ricostruire una genesi di questo progetto, direi che tutto è iniziato su mie riflessioni riguardo il repertorio per chitarra elettrica. Avevo chiara una progettualità e una visione di ciò che avrei voluto ottenere. Volevo “costruire” – innanzitutto – un progetto concertistico che fosse coerente nella sua proposta, capace di restituire al pubblico un’identità artistica chiara di me, ma che incontrasse anche i miei gusti. In poche parole: volevo selezionare e proporre della musica che io stesso avrei voluto ascoltare in concerto. La letteratura per chitarra elettrica, seppur si stia arricchendo di molti lavori, resta molto giovane. Questo non ha ancora permesso la costituzione di una “tradizione”, però vi è uno storico, quantomeno… e questo spesso “parla” italiano (basti pensare a due autori come Fausto Romitelli e Pierluigi Billone). L’intero programma si è andato a costruire pezzo per pezzo tra il 2018 e il 2022. La volontà di registrare è arrivata successivamente, in concomitanza con una mia piccola necessità di fissare la mia identità attuale di interprete e – insieme – di testimoniare la conclusione di un arco ben specifico del mio percorso artistico. A livello più concreto, la possibilità di realizzare questo processo si è manifestata sia grazie all’interesse dello staff della casa discografica EMA Vinci e del supporto economico del Fondo PSMSAD dell’INPS.

Il cd è composto cinque da opere prime di compositori italiani, fra loro differenti ma in cui si riconoscono degli elementi in comune. Che cosa differenzia i diversi lavori? Quale differente approccio ha dovuto seguire nello studio e nella registrazione/esecuzione?

Trattandosi di un progetto discografico contenente cinque composizioni di altrettanti autori, ogni lavoro porta con sé proprie peculiarità specifiche e identificative di ognuno. Personalmente, ritengo che il punto di forza di IEG Project stia proprio nella solidità e nella coerenza della proposta artistica e nell’aver trovato un fronte comune di intenti e pensiero, ovvero, nel ragionare sullo strumento ‘chitarra elettrica’ e indagare precise possibilità strumentali che essa offre, declinandole secondo modalità davvero eterogenee e personali. Le composizioni ampie di Davide Ianni e Mattia Clera indagano “territori” di limite delle capacità liriche e dinamiche contrastanti della chitarra attraverso l’e-bow e lo slide – in Ianni – e di un uso estremo del plettro (Clera), mentre i lavori Lorenzo Troiani e Giulia Monducci si stagliano come episodi quasi aforismatici che vedono nelle corde dello strumento dei tendini (Troiani) – che si allungano e si contraggono – o dei sentieri su cui articolare complesse geometrie tecnico-strumentali (Monducci). Il lavoro di Federico Costanza, scritto specificatamente per il mio strumento (e realizzato dal liutaio Andrea Ballarin di Manne Guitars su mie particolari specifiche capaci di catturare la risultante delle corde oltre la mano sinistra grazie ad una doppia amplificazione) insegue una “voce” multifonica e trasfigurata dello strumento che rimanda alla vocalità “animista” presente nella musica blues. Il lavoro di rifinitura svolto con i compositori antecedente alle registrazioni e il loro contatto in tempo reale durante le sessioni in sala (svolto a distanza, sia per contingenze logistico-geografiche che per difficoltà a coda delle ultime restrizioni post-Covid) sono state di grande aiuto, così come il lavoro intenso con Fabio Ferri di Millenium Studio, il quale non solo ha curato l’intero iter di registrazione, mixaggio e mastering, ma che – oltre a dare un apporto umano impagabile – ha avuto una controparte artistica molto importante in molte occasioni cruciali.

Che differenze ha notato fra la realizzazione discografica e la restituzione dal vivo? Il risultato per il pubblico è lo stesso?

Nell’immaginario più mainstream, si può ritenere che la chitarra elettrica sia più “facile” da rimanipolare in post-produzione, permettendo – così – di creare condizioni artificiali. Trattandosi, però, di un programma pensato per l’esecuzione dal vivo, anche in fase di registrazione ho voluto restituire il più possibile una dimensione performativa. Innanzitutto, da un punto di vista tecnico, non ho voluto proporre sonorità che io stesso non sia in grado di riprodurre in un contesto concertistico. Nonostante le dinamiche esecutive dello studio siano molto differenti da quelle del palco, questa volontà di approccio mi ha comunque permesso di riconsegnare una esperienza “live” e musicalità esecutiva anche in fase di registrazione. Tutto questo, però, non si è sviluppato in totale autonomia.

Lei come molti strumentisti italiani si è formato anche e soprattutto all’estero, dove ha ottenuto, fra i vari riconoscimenti, il Kranichsteiner Musikpreis per l’interpretazione ai Ferienkurse di Darmstadt. Quanto è importante l’esperienza internazionale per un interprete della musica contemporanea?

Ritengo che la cosiddetta “esperienza internazionale” sia una contingenza di carattere prettamente geografica, determinata da colui che ne parla. Da musicista italiano che si occupa di nuova musica – prima da studente e ora professionalmente – per me è stato molto naturale interfacciarmi con contesti internazionali, quasi sin da subito. Questo per diversi motivi. Innanzitutto, in Europa il contemporaneo ha già varcato le porte delle istituzioni accademiche da tempo; paesi come Austria, Belgio e Svizzera offrono da anni percorsi formativi consolidati che guardano specificatamente alla nuova musica e alle tecnologie applicate. Gli stessi Ferienkurse di Darmstadt, per esempio, offrono la possibilità di entrare immediatamente in contatto con interpreti e compositori che provengono davvero da ogni dove, permettendo la maturazione di relazioni e progetti lavorativi. In secondo luogo, in termini di numeri reali, la contemporanea non occupa gli stessi spazi della classica (né tantomeno del pop). Questo fa sì che, inesorabilmente, compositori e interpreti (soprattutto italiani) guardino a realtà artistiche anche distanti dal proprio contesto locale o nazionale.

Oltre all’impegno per la promozione del cd e gli impegni accademici, quali saranno i prossimi progetti in programma?

Per mia fortuna, i prossimi mesi saranno piuttosto stimolanti. Da un punto di vista concertistico più “tradizionale” (ma sempre nel contesto della nuova musica), insieme alla mia attività di solista dedicata al CD, nei prossimi mesi sarò nuovamente insieme a L’Arsenale Ensemble in occasione di una breve tournée italiana che toccherà città quali Trento e Mantova. Inoltre, ho recentemente instaurato una collaborazione con il collettivo Cantiere Zero (realtà triestina ma che conta “forze” internazionali), con cui avremo un fitto calendario di impegni sia in Italia che all’estero. Questo contesto mi vedrà coprire sia il ruolo di interprete che quello di autore, poiché sarò chiamato a realizzare una composizione audio-video. Da qualche tempo, però, sto portando avanti anche un mio progetto di ricerca artistica che mira ad investigare l’identità dell’interprete non solo come esecutore di musica d’oggi, ma anche come soggetto che, attraverso un fare creativo “aumentato”, è capace di restituire nuove istanze di composizioni esistenti (non necessariamente per il proprio strumento), ri-attualizzandole, anche attraverso forme di ri-scrittura performativa. Questo viene condotto sia tramite una nuova esplorazione del mio strumento che dell’utilizzo dell’elettronica audio e video. Output parziale di questo processo è un progetto concertistico intitolato RE///LOAD: si tratta di una performance multimediale dove si intersecano e convivono ri-manipolazioni e adattamenti di autori quali Bruno Maderna e Giacinto Scelsi, ma anche PanSonic.

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