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Il compositore alla prova CD: intervista ad Emanuele de Raymondi

di Filippo Simonelli - 18 Giugno 2022

Il CD è un medium che fatica ancora a trovare la sua collocazione nel mondo della musica classica. Le immagini di Herbert Von Karajan che teneva orgoglioso tra le dita i primi prototipi della Deutsche Gramophone hanno segnato certamente uno spartiacque, e per molti decenni la forma compact disc è stata usata come prassi per le case produttrici anche nel mondo della musica classica. L’accelerazione del processo tecnologico tuttavia ha reso parzialmente obsoleta questa forma, e in un mondo di nicchia come la musica classica, dove le sacche di resistenza analogica o di musica dal vivo sono sempre state considerevoli, questo potrebbe essere un colpo fatale. Per questo ci sono operazioni da tenere d’occhio per il modo in cui reimmaginano la funzione discografica fin dalle fasi della scrittura musicale. Il caso di cui ci occupiamo oggi è quello di Naive Bayes, ultima uscita del label ProMu, frutto della collaborazione tra il compositore Emanuele De Raymondi e l’ensemble Sentieri Selvaggi diretto da Carlo Boccadoro. Il progetto è stato pensato per essere proprio un disco a tutti gli effetti, con una serie di accortezze specifiche, pur non disdegnando chiaramente le altre forme – ci sarà un edizione in vinile in inverno e sarà comunque disponibile nei digital stores –  e sarà presentato in una versione in edizione limitata anche in occasione di concerti dal vivo, a partire dal prossimo 10 luglio quando andrà in scena tutto il programma nell’ambito dell’Appia Antica Chamber Music Festival. Ma la questione musicale di fondo, ovvero come si rapporta un compositore con la finalità esplicita di scrivere musica per un CD, ci ha dato l’occasione per una ricca conversazione con Emanuele De Raymondi, mente musicale e compositore sui generis.

Come è stato lavorare con un ensemble di specialisti come i Sentieri selvaggi, che al tempo stesso si definiscono una band, una cosa che con la musica contemporanea non ha niente a che fare?

È stato per me un grandissimo piacere ed onore in quanto sono un fan dei Sentieri selvaggi fin dagli inizi. Li ho da sempre apprezzati molto proprio per questo loro approccio meno convenzionale, da band. Prima di essere un collaboratore ho avuto con loro una lunga storia di ascoltatore, verso la fine degli anni ’90 andai a sentire a Roma un loro memorabile concerto monografico su David Lang.

Lavorare con loro è stato sia bello che spontaneo, ritenendomi un musicista assolutamente trasversale, in loro ho trovato una sponda naturale per alcuni aspetti. Sono stati veramente in grado di capire la mia musica e di dargli vita, ed essendo musicisti straordinari mi sono anche potuto permettere un certo tipo di complessità nella scrittura.

Quale tipo di complessità racchiude questa musica?

Sicuramente il rapporto con l’elettronica è la prima complessità, in questo caso riprodotta e innestata nella partitura, scritta e trattata quasi come fosse un alto strumentista. Sappiamo che tradurre in notazione tradizionale l’elettronica è tutt’altro che semplice, nonostante la troviamo spesso con riferimenti temporali e visivi, rimane comunque come un elemento notazionale libero.

Questa è una complessità anzitutto per i musicisti classici, abituati a suonare attenendosi alla partitura anche con una certa libertà della temporalità. Qui invece in un certo senso li ho messi in una gabbia, perché l’elettronica ha un suo tempo, incastrato in un click che va seguito al millisecondo, che non lascia spazio per una libera interpretazione a livello temporale. Questa elettronica non è live, ma precostituita, che obbliga l’esecutore ad attenersi a paletti strutturali molto severi, il che ovviamente aggiunge complessità. La stessa scrittura inoltre, ha degli incastri metrici complessi ed i tempi sono molto veloci. Non è una musica di facile interpretazione, ma loro sono dei musicisti veramente eccellenti.

Nella tua fase creativa personale, quanto c’è di pura ispirazione e quanto invece di influenza a seconda dell’esecutore di destinazione?  

In questo progetto i pezzi per solisti sono nati in maniera decisamente spontanea, risultano variegati e scritti di getto, in un periodo surreale come quello del lockdown nel 2020. La stesura del Sestetto invece ha una genesi molto lunga, e ha richiesto anni di lavoro.

Il Sestetto nasce inizialmente su commissione di Carlo Boccadoro, con la richiesta di un pezzo con l’elettronica destinato a Sentieri selvaggi, scrissi così i prime due movimenti fra il 2017 e il 2018. Trovandoli molto interessanti, Boccadoro mi suggerì di aggiungere un terzo movimento, che però ha richiesto un tempo gestazionale molto lungo. Questo terzo movimento, temporalmente dunque scritto per ultimo, è diventato il primo nel disco, ed è un tributo allo stesso Boccadoro, completamente basato sulla sua composizione Zingiber. Il pezzo è una sua completa rielaborazione, infarcita di citazioni e riferimenti specifici.

Il sestetto quindi è stato un lavoro sudato e lungo nel tempo, mentre i pezzi solisti sono venuti quasi di getto, in un periodo molto particolare, come quello del lockdown. Il pezzo per pianoforte è stato scritto interamente nel mese di Marzo 2020, in quel periodo surreale per tutti, ed anche gli altri pezzi  solisti sono stati molto spontanei.

L’idea del pezzo per solo vibrafono è nata durante l’ascolto del sound check di Sentieri Selvaggi, alla presentazione del Sestetto a Milano, nell’estate 2021. In quell’occasione Carlo Boccadoro, sapendo dei miei trascorsi jazzistici, mi ha consigliato di scrivere un pezzo di respiro più libero per Andrea Dulbecco che non solo è un grande musicista di classica contemporanea, ma anche un grande jazzista. Durante il sound check, Dulbecco ha suonato un standard jazz di Steave Swallow intitolato Falling Grace, e da li è nata l’idea del pezzo: ho preso la struttura armonica di Falling Grace, giocando sulle variazioni temporali, dilatando il tempo e l’armonia, ci ho costruito sopra una parte elettronica. Ed è così che è nato il pezzo per vibrafono Raising Grace, un canovaccio armonico ed elettronico precostituito, arricchito da una meravigliosa improvvisazione di Andrea Dulbecco. È stato un esperimento interessante e diverso dal resto del disco che invece è stato scritto maniacalmente nota per nota nella tradizione più precisamente occidentale, quasi filologica e senza nulla di lasciato al caso.

Questo disco è molto stratificato, con idee diversificate al suo interno, spunti citazionali e anche tanta complessità da un punto di vista sia del pensiero che dell’esecuzione. In quali prospettive si canalizzano questa serie di laboriosità nell’esecuzione dal vivo? 

Sicuramente c’è una complessità tecnica di rapporto con la diffusione della parte elettronica, ed una difficoltà diversa tra il pezzo per Sestetto, che ha una complessità maggiore di fattibilità tecnica, soprattutto in una circostanza live, rispetto al pezzo per solista nel quale si tratta di coordinare un solo musicista con la parte elettronica.  Nel sestetto è stato più complicato perché inizialmente i musicisti erano poco familiari con questo tipo di linguaggio, man mano è stato progressivamente assorbito.

E l’interazione con l’elettronica invece?

In alcuni progetti l’elettronica ha un ruolo dinamico, i musicisti possono avere più interazione. In questo progetto invece no, c’è un approccio quasi dogmatico con l’elettronica e l’ensemble. Nel caso del sestetto, l’idea di base è che l’elettronica sia il più possibile considerata come uno strumento a se stante nella performance, percepita nello spazio esecutivo da ogni esecutore dunque evitando il più possibile l’uso delle cuffie. Essenziale ovviamente in questa prospettiva il lavoro del fonico, soprattutto in una performance live, il fonico da palco, che dovrà far percepire la parte elettronica, non solo per il pubblico, ma soprattutto agli esecutori, dato che dovranno suonare con un rientro elettronico sul palco con il quale si rapportano costantemente.

Domanda di rito: che prospettive e sviluppi futuri può avere questo tipo di collaborazione e di progetto?

Questo progetto in particolare sicuramente potrà avere uno sviluppo importante dal punto di vista della performance live, quindi del concerto. L’ idea alla quale stiamo lavorando è quella di svilupparlo con una parte visiva, per renderlo un’opera in qualche modo multimediale, audiovisiva. Mi affascina molto poter collaborare con dei bravi artisti visivi che permettano una visualizzazione artistica della partitura basata su una forma di accompagnamento visivo, che non sia un banale accompagnamento tanto per fare, perchè questo lo reputo solamente una distrazione dalla musica.

Mi piacerebbe l’idea di visual molto rigorosi che seguono la partitura, quasi come nell’epoca modernista degli anni 50, mi vengono in mente gli interessanti esperimenti di musica elettronica di Ligeti, nei quali spesso la musica veniva anche visualizzata. Quel mondo mi affascina e l’idea di una visualizzazione non didascalica, ma sicuramente filologica della forma musicale della partitura, credo sia interessante a livello artistico divulgativo e possa aiutare anche i non addetti ai lavori a capire meglio questo genere. Noi diamo per scontato, essendo cultori del settore, ma sappiamo che la musica contemporanea è molto ostica per un pubblico più ampio. In questo mondo visivo, oggi più che mai

Continuare sicuramente questo dialogo fra elettronica e musica suonata che è come una sfida, quindi continuare a lavorare con musicisti di area classica, ben consapevole di tutte le difficoltà e anche i problemi che questo comporta. Questo ingabbiare un musicista in una prigione ritmica. A me come compositore pone anche dei problemi, ed è una sfida in divenire anche per il futuro, perché è stimolante per un compositore avere dei problemi da risolvere. Questo è stato un primo esperimento, anche se faccio musica elettroacustica da tutta la vita, però con questo rapporto con la performance dal vivo è la prima volta.


Naive Bayes è disponibile online su tutte le piattaforme principali tramite questo link per l’ascolto!

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