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Imparare ad ascoltare nuova musica, con il Quartetto Mirus

di Filippo Simonelli - 3 Gennaio 2023

Il Quartetto Mirus è un ensemble di musicisti dalla formazione piuttosto “tradizionale” nelle scuole di prima categoria che formano i musicisti in Italia, con Accademie come Santa Cecilia e la Stauffer nei curricula e tanta solida esperienza orchestrale nei rispettivi background. Ed è proprio nell’orbita dell’orchestra Mozart fondata da Claudio Abbado, in cui tutti e quattro i musicisti hanno militato, che è nato il progetto.

Negli anni la loro vita di quartetto li ha portati ad affrontare grandi pagine del repertorio, a partire dalle immancabili pagine di Mozart e Beethoven fino ai capisaldi moderni di Bartòk. Accanto a queste attività più consuete hanno portato avanti anche progetti più inusuali, prestandosi a progetti più variegati e coinvolgendo anche altri strumenti, in primis la voce. Su questa scia è nato il loro ultimo progetto discografico dedicato alle musiche di Ades, Schnittke e Stravinsky. Il progetto però è parte di un disegno più grande: l’etichetta Promu, che ha curato la pubblicazione del progetto, ha usato il lancio del disco come occasione per fare un grande ragionamento pubblico sul senso e la finalità dell’ascolto. Per affrontare brani come quelli proposti in questo programma occorre una buona dose di consapevolezza del resto, ma la riflessione proposta va oltre il semplice atto di ascoltare ma coinvolge anche altre discipline e arti per cui l’ascolto può diventare un valore aggiunto.

La musica però, rimane al centro di tutta l’idea, e per questo abbiamo incontrato due membri del Mirus, i violinisti Federica Vignoni e Massimiliano Canneto, per approfondire il senso di questo progetto e soprattutto ragionare assieme del ruolo dell’ascolto nel suo complesso.

[Le risposte, salvo dove indicato diversamente, sono frutto di sintesi di quanto detto dai due musicisti.]

Partiamo dalla scelta del repertorio: perché proprio questi brani?

Forse il pezzo del disco è proprio the Four Quarters di Ades: lo abbiamo affrontato per la prima volta nel 2016 per i Concerti del Quirinale su Radio3, ed effettivamente avevamo fatto un buon lavoro… ed era anche la prima esecuzione italiana.

Avevamo dedicato tanto tempo e tanto lavoro al quartetto, quindi eravamo convinti di volerlo registrare prima o poi, era un proposito rimasto nell’aria dal 2016 in poi. Arrivata la pandemia, ci siamo arrivati con la nostra agenda svuotata: quale momento migliore, ci siamo detti, per chiuderci a studiare e registrare?

Schnittke invece lo abbiamo estrapolato da un’altra esperienza: anni fa avevamo in repertorio la Grande Fuga di Beethoven, e spesso per chiudere i concerti in cui c’era mettevamo anche lo Stabat Mater di Orlando di Lasso. Al che abbiamo unito le due cose e abbiamo deciso di completare il programma con Schnittke perché raccoglie citazioni sia dalla Grande Fuga che da Lasso.

Stravinsky poi è il giusto collante per unire i due brani, e anche qui si tratta di un brano che avevamo già sotto mano.

Come mai questi brani sono riusciti già ad entrare in repertorio anche per dei gruppi di non specialisti?

In realtà – risponde Federica – noi del Mirus non siamo specialisti, questo è vero, ma ci siamo sempre impegnati a spostare in avanti l’orologio per i nostri ascoltatori proponendo musica sempre più vicina. Certo, in questo progetto in particolare lo mettiamo in difficoltà, ma ci piacevano questi contrasti per quanto non sia un progetto facile da ascoltare nel suo complesso, oltre che da suonare.

C’è poi da dire, gli fa eco Massimiliano, che in questo anche rientra la “democraticità” del quartetto: il programma di questo disco, ma così come degli altri progetti precedenti, è frutto di una forte mediazione tra i nostri gusti, le nostre scelte e il nostro desiderio di rivolgerci al pubblico.

All’inizio doveva essere un progetto interamente di rottura: sempre Ades, poi John Zorn… ma era un progetto un po’ fine a sé stesso concepito in questo modo. E invece quel che ne è nato così è assolutamente soddisfacente.

Come si può spiegare un disco con un materiale così complesso a dei non addetti ai lavori?

Il disco si può pensare come diviso in tre parti: ognuno dei tre pezzi ha un suo mondo, dei suoi colori e delle sue immagini. All’inizio del disco, immaginavamo anche di registrare ciascuno dei brani in un posto diverso per restituire anche fisicamente l’idea che fossero tre dimensioni diverse, ma alla fine ci siamo trovati benissimo in questa ex-Chiesa sconsacrata di Pesaro, l’Annunziata.

Una chiave di lettura per i non addetti ai lavori potrebbe essere questa: dal punto di vista sonoro si parte da un’idea molto “muscolare”, come Schnittke, si passa a uno Stravinsky invece più spigoloso, angolare – matematico! – per arrivare poi ad Ades, che è un mix dei due ma all’ennesima potenza: struttura, colori, ma con tanta complessità.

È scientifico, ma con un’atmosfera vera e propria. Se vogliamo Ades è una sintesi, il punto di arrivo di un percorso in cui ci si può ritrovare passo passo. È musica difficile da studiare, ma con la giusta chiave di lettura di può ascoltare in maniera molto semplice!

Per costruire un programma del genere, c’è bisogno di una grande comprensione reciproca: quanto avete lavorato individualmente e quanto invece vi siete ascoltati a vicenda, per mettere in piedi l’insieme? Quanto ascolto reciproco c’è, dietro ad un progetto così ambizioso?

Chiaramente un quartetto d’archi è fondato sul mettere a disposizione degli altri quello di cui c’è bisogno. I tenores sardi parlano di “sa quinta”, un termine molto terra terra per definire qualcosa che è in mezzo ai quattro. Ognuno di noi mette a disposizione il proprio suono, la propria tecnica e la propria energia per un quinto elemento, e questo è alla base del quartetto. Poi per suonare proprio il brano di Ades serve un interplay incredibilmente complesso, cose che non si trovano altrove: ne nei brani che abbiamo suonato in orchestra, nelle nuove commissioni di compositori con cui abbiamo lavorato, nei brani della seconda scuola di Vienna. C’è una logica davvero incredibilmente complessa: c’è voluto un mese solamente per sedersi li e trovare la quadra.

Per mestiere abbiamo imparato che nei brani per gruppi o ensemble, anche i più complessi, c’è sempre una linea più quadrata sulla quale il compositore costruisce e poi gli altri sono più complessi, come una sorta di multistrato. Su Ades non c’è quasi mai questa cosa: si perde la verticalità, nessuno “sta fermo” e offre la base per far lavorare gli altri su qualcosa di quadrato. È un concetto simile, per certi versi, a quello che succede in altre culture musicali o nella musica circolare di Steve Reich. Se in Ades ci affidiamo completamente a quello che è scritto ne nasce qualcosa, e questo è già sufficiente.

Il quartetto Mirus in azione nel 2020. Un repertorio mai banale, peraltro

Com’è stato replicare un programma così complesso dal vivo dopo il battesimo discografico?

Per alcune cose eravamo già abbastanza sicuri, ma per molti aspetti ci dobbiamo affidare all’acustica della sala in cui suoneremo di volta in volta. È un po’ un problema, o meglio un fattore che ogni quartetto d’archi deve tenere in considerazione; è anche chiaro che avendolo registrato ci siamo guadagnati delle paranoie in più…

Quindi siete effettivamente tranquilli.

Quando manca abbastanza prima del concerto si. Se rifacciamo questa domanda dieci minuti prima di salire sul palco…

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