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Gianni Trovalusci

di Filippo Simonelli - 9 Dicembre 2019

un flauto all’avanguardia

Il flauto è uno degli strumenti più antichi tra quelli che abbiamo ancora oggi in uso, nonché uno dei primi a cui i compositori hanno iniziato a fare riferimento come strumento solista a cui dedicare concerti o brani che oggi definiremmo cameristici. La vocazione però del flauto “a-solo” è decisamente più recente, ed è figlia senza dubbio dell’eredità di un grande virtuoso italiano, Severino Gazelloni, che con le sue imprese musicali, i suoi passaggi televisivi e il suo carisma fuori dal comune ha aperto una nuova strada per uno strumento antico. Su questa strada troviamo oggi Gianni Trovalusci, flautista specializzato nei due opposti della musica per il suo strumento, ovvero la musica contemporanea a cui si è dedicato fin dagli studi con Pierre Yves Artaud e la prassi barocca che ha approfondito dopo il suo diploma al Conservatorio di Santa Cecilia con la Schola Cantorum di Basilea.

Nel versante contemporaneo rientra certamente la sua collaborazione pluriennale con l’Associazione Nuova Consonanza, per cui quest’anno ha presentato un programma dedicato interamente al repertorio flautistico che a partire dalla seconda metà del novecento e dal grande impulso creativo generato dalla figura centripeta di Gazzelloni, che arriva fino ai giorni nostri, con delle prime esecuzioni assolute a lui dedicate. Il concerto porta il titolo di “Creativo Romano”, e offre la possibilità di una retrospettiva sullo sviluppo delle avanguardie compositive nella capitale, con uno sguardo anche sul panorama attuale con tre brani composti nel nostro millennio.

Il programma del concerto di Nuova Consonanza è particolarissimo, diciamo che è il frutto di una costruzione che ho messo in piedi nel corso di numerosi anni. Il focus sull’area romana è incentrato prevalentemente sulla scrittura aleatoria: vengono definiti alcuni degli aspetti dell’esecuzione sulla partitura, mentre altri vengono lasciati alla scelta “estemporanea” dell’interprete, entro però determinati limiti. Questo è stato un salto decisamente importante per la musica del secolo scorso, e come gran parte delle novità di questo genere è nato dagli Stati Uniti con i lavori di Braun, Wolff e del più celebre John Cage, ma le strade che si sono aperte poi con l’influenza dell’intelligentsia europea, soprattutto a Darmstadt, hanno portato nuove soluzioni. La strada romana poi è ancora più peculiare, e fu frutto prevalentemente del lavoro di Franco Evangelisti, che ha sviluppato un modo di far musica personale e la cui opera ho scelto di rappresentare. Un altro grande musicista che ha intrapreso questa strada è stato Walter Branchi, uno dei componenti assieme allo stesso Evangelisti del leggendario GINC (Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza).

All’aspetto della musica aleatoria ho scelto di affiancare un’altra grande innovazione di quegli anni, che pur essendo diversissima ha offerto grandi spunti di sviluppo, ovvero quello delle partiture grafiche. Il passo successivo che porta in questa direzione è anche quello di produrre delle opere d’arte che hanno senso sia in sé come “fogli”, ma nascono anche per essere interpretate musicalmente. Uno dei capiscuola di questa corrente è stato Sylvano Bussotti, anche se non era romano quindi non l’ho incluso in questo programma specifico: c’è però una nuova opera di Luigi Esposito, che segue la sua strada e che offre un pezzo non solo da sentire ma anche da vedere. Anche la musica di Branchi detta molto le regole all’interprete dal punto di vista grafico oltre che strettamente “musicale”.

Uno dei brani non strettamente, o meglio non necessariamente flautistici del programma è “Bis” di Marcello Panni, che secondo il programma è stato composto per un non meglio precisato “strumento”. È anche vero che questa versione specifica è stata poi ripensata per flauto proprio con lei come destinatario…

Il lavoro di Marcello Panni è ancora più particolare a suo modo: si tratta di un’opera che merita anch’essa di essere vista, perché dal punto di vista musicale e visivo è una sorta di dado a molte facce, con indicazioni di “durata” che possono essere riadattate e reinterpretate.

Mentre Dialoghi Migranti di Nicola Sani specifica anche il tipo di flauto necessario, un flauto contralto.

Sì, anche questa è un’opera musicalmente e compositivamente molto aperta, ma contiene dei cambi di scrittura e di interpretazione inequivocabili, oltre che molto impegnativi per il povero flautista…

E invece che posto ha Alvin Curran, l’unico “straniero” di questo programma?

Sì, Alvin è americano di nascita, ma c’è un motivo che giustifica la sua presenza in questo circolo capitolino: Curran venne a Roma, e vive qui tuttora, proprio per studiare con Evangelisti ed approfondire la sua strada.

C’è un ultimo protagonista di questo concerto che non è stato ancora chiamato in causa…

Esatto, Giacinto Scelsi. Che dire, stiamo parlando di un musicista unico nel suo genere, sia per la sua personalità, visto che era uno dei centri di attrazione di tutti i musicisti di Roma o che venivano a Roma, compreso lo stesso Cage che lo andava spesso a trovare, sia per la sua incredibile e peculiarissima vena compositiva. Mantram, il pezzo che porto in programma, è stato pensato per uno strumento grave, il contrabasso di Stefano Scodanibbio. In questa trascrizione (autorizzata dalla Fondazione Scelsi, NDR) ho cercato di mettere in luce la dimensione mistica che Scelsi metteva in musica sia a partire dalle sue celebri improvvisazioni che poi su quello che ci è stato lasciato su carta.

Accanto a questo tipo di avanguardia è presente quella altrettanto innovativa e in un certo senso parallela della musica elettronica. Come interagisce l’elettronica con uno strumento “tradizionale” come il flauto?

Storicamente il flauto è stato proprio il primo strumento a convivere con l’elettronica! Dobbiamo questa commistione proprio al grande Severino Gazzelloni, al quale proprio il brano di Evangelisti è dedicato. Tutti scrissero per lui la nuova musica. E per lui (nonché con lui) Bruno Maderna scrisse la “musica per due dimensioni”, che è il primo brano in assoluto mai composto per strumento solo ed elettronica. Da quando è nata l’elettronica, il flauto è sempre riuscito ad interagirci.

Nel caso particolare di questo concerto ho optato per un solo brano con elettronica, che è Luz di Domenico Guaccero. Nel descrivere questo brano il compositore parlava più di uno “sfondo” elettronico, a mo’ di vibrazione su cui poi si innesta l’esecuzione e l’azione performativa in senso stretto. Non è un’elettronica interattiva, come accadeva ed accade molto nella composizione di oggi.

Filippo Simonelli

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