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Francesco D’Orazio, tra repertorio classico e musica d’oggi

di Filippo Simonelli - 28 Luglio 2023

Abbiamo intervistato Francesco D’Orazio al Castello Caetani di Sermoneta dove si trova per tenere il suo corso di violino e dove noi di Quinte Parallele abbiamo potuto assistere alle sue lezioni. Dal suo metodo di insegnamento traspare tutta la voglia di trasmettere agli allievi l’importanza dello studio del repertorio tradizionale e della musica di oggi. Oltre agli aspetti interpretativi, il Maestro D’Orazio, non tralascia alcun dettaglio dimostrando lui stesso l’esecuzione di un passaggio oppure facendo suonare agli allievi il suo strumento.

Accanto alla didattica D’Orazio porta avanti la sua carriera da concertista; nonostante la sua predilezione per programmi da concerto di brani contemporanei, ha deciso di eseguire l’integrale delle sonate di Beethoven.

Com’è insegnare nelle scuderie di un castello?

Per un musicista abituato a girare tanto, cambiare alberghi, teatri, posti, trovarsi di colpo a Sermoneta è spiazzante. Dormire in un Castello e avere la stanza che dà sul cortile ti dà la sensazione di avere le chiavi del castello, è una cosa unica, così come d’altronde fare lezione nelle scuderie. Sono molto legato a Sermoneta e ho iniziato ad amarla sin da ragazzino perché la prima volta che sono arrivato qui fu da studente non ancora ventenne, quindi tornare in veste di insegnante o musicista è una cosa davvero speciale ed emozionante.

Il Festival Pontino da sempre si impegna nella creazione e diffusione della nuova musica vista l’attenzione che viene data alla musica contemporanea. All’interno di questa cornice come si inserisce la sua didattica?

Non essendo uno che fa molti corsi di perfezionamento, eccetto qualche breve masterclass, questo di Sermoneta è l’unico corso che accetto, non avendo molto tempo a disposizione dati i tanti concerti; però insegno in conservatorio, quindi sono abituato con i miei studenti a cercare di dare delle informazioni su un repertorio molto ampio. I miei allievi devono fare, per la formazione, per crescere, e perché è bellissimo, il repertorio che va da Beethoven fino all’inizio del Novecento. Ho escluso Bach e Mozart perché hanno bisogno, essendo un’epoca barocca e classica, di quelle informazioni che vengono dalla pratica della musica antica. Oggi suonare una suite di Bach con tensione nel suono e nel vibrato, ossia come facevano i grandi violinisti di metà del Novecento, è totalmente inattuale perché oggi quando si suona la musica antica in un festival, si esegue con gli strumenti originali. Io cerco anche di portare i ragazzi ad uno stile e una prassi esecutiva, a una ricerca del suono, del fraseggio, le articolazioni e l’uso del vibrato classico. Al tempo stesso, cerco di sviluppare quello che è il repertorio del secondo Novecento, perché uno studente che esce da un conservatorio oggi, e che quindi si avvia ad un’attività professionale, non può non avere una preparazione a 360 gradi.

Ci vogliono soprattutto le chiavi per saper suonare e poter suonare questo tipo di musica e non rimanere spiazzati davanti a una partitura nuova.

Anche nel concerto di fine corso c’è una componente importante sulla musica di oggi, con pezzi di Fazil Say, Peter Eötvös, Krzysztof Penderecki e Ivan Vandor. Anche perché non ci dobbiamo dimenticare che un ragazzo di vent’anni, tra trent’anni ciò che considera contemporaneo non lo sarà più, sarà storicizzato, per cui devono abituarsi ai linguaggi che, se oggi sono sperimentali, domani saranno normali e ormai entrati nel repertorio.

La risposta degli allievi è più che positiva quindi?

Cerco di essere stimolante. Poiché lo studio della musica classica a volte è completamente svincolato da quello che l’arte produce oggi, ed è poi una delle cose più assurde del nostro mestiere, nonostante la nostra formazione sia affidata ai grandi classici che ci parlano e che hanno una profondità che fa parte del nostro quotidiano. Quando ascoltiamo un minuetto, per eleganza e reverenze magari ne apprezziamo la forma, ma non ci rappresenta. Io ad esempio amo la musica di Mozart ma mi sento meglio rappresentato dalla musica di Ivan Fedele o Salvatore Sciarrino parlando di compositori viventi. Loro sono quelli che mettono in musica ciò che siamo noi nel presente. Il resto è il passato che dobbiamo conoscere, che ci aiuta a formarci, ma non parla di quello che viviamo.

Come si svolge la giornata tipo al Campus?

La cosa bella del Campus è che più o meno a pranzo e a cena ci si ritrova tutti, poi ovviamente le lezioni sono aperte seppur individuali nella prima parte del corso e collettive nella seconda, dove anche io suonerò con loro dei duetti di Berio, quindi molte cose le dobbiamo fare insieme. È bello perché si crea il gruppo che aiuta a formarsi, nonostante sia per un breve tempo, visto che il musicista deve essere immerso in un contesto dove si produce musica.

Come si preparano gli allievi ad una performance come quella del concerto di fine corso, nonostante il corso duri pochi giorni e soprattutto se si tratta di allievi che lei non segue normalmente durante l’anno?

Loro sono arrivati con un repertorio già pronto e io poi in base alle caratteristiche di ognuno ho scelto e dato loro dei duetti di Berio, per esaltare le qualità di ognuno. È chiaro che poi molti pezzi sono arrivati qui il primo giorno che erano molto da lavorare, però il Campus aiuta a velocizzare il lavoro, per cui sono tutti progrediti.

Parlando invece della musica contemporanea, quale risposta si aspetta dal pubblico anche in base alla sua esperienza se ha notato un cambiamento nell’approccio della musica se divulgata/spiegata?

Io ho sempre visto che una buona esecuzione viene sempre premiata dal pubblico. Il problema della musica contemporanea spesso è che non si ha conoscenza di quello che viene fatto, cioè uno non sa quello che succederà, e quando una persona lo ascolta per la prima volta, non riesce in quel breve tempo a percepire tutto il lavoro preparazione, magari durato mesi, dietro un pezzo; quindi è difficile per il pubblico a volte, perché l’esecutore stesso ci ha messo un po’ prima di capire. Sta in questo la bravura di un musicista: riuscire a fornire quanti più elementi caratterizzanti affinché arrivino al pubblico direttamente.

Un secondo problema è di tipo formale: quando Mozart scriveva una sinfonia, quando usava la forma sonata, e di conseguenza quando uno la ascoltava o la ascolta tutt’oggi, sa che c’è uno schema preciso che gli permette di avere un’idea chiara di quello che sarebbe stato lo sviluppo formale. Questo nella musica del Novecento non c’è, quindi non hai in anticipo i punti di riferimento, perché la forma dipende dal materiale. Ecco questa è una delle difficoltà, e allora un buon esecutore è quello che riesce a trasmettere anche questo con un solo ascolto, senza la pretesa che il pubblico abbia capito completamente un pezzo. Io credo fortemente nella bontà dell’esecuzione, quando è buona arriva sempre al pubblico che capisce. L’esecutore ha un ruolo cruciale nella musica contemporanea più che nella musica del passato perché se io suono male una sequenza di Berio, uno che non l’ha mai sentita rimarrà perplesso, in confronto a uno che ascolta una sequenza di Beethoven al quale non verrebbe mai di metterlo in discussione. Per questo i grandi compositori, quelli che potevano permettersi di condizionare le scelte, si circondavano di grandi esecutori, perché erano la garanzia per trasmettere le idee.

Parlando della sua attività, accanto a questo periodo dedicato ai brani contemporanei, da dove viene l’idea di eseguire l’integrale delle sonate di Beethoven sempre nell’ottica di tenere tutto il repertorio?

Beethoven è uno di quegli autori come Brahms, Ravel, che sono completamente al di fuori del tempo, cioè contiene valori assoluti. Beethoven ci parla oggi forse anche meglio di come parlava al suo tempo. Beethoven è un compositore difficilmente collocabile storicamente, per uno come me a cui piace lavorare molto con gli strumenti originali, perché è bellissimo da ascoltare con il suo strumento (fortepiano e violino con le corde di budello) ma è altrettanto bello in chiave moderna, ed è possibile ancora trovare del nuovo in Beethoven guardandolo come punto di arrivo di una storia che parte da centro anni prima, come evoluzione, e allora il lavoro per esempio sulle articolazioni cambia completamente, diventando un po’ nuovo. Così come esiste la storia della musica, esiste la storia dell’interpretazione musicale, quindi ogni venti/trent’anni, tutte quelle che sono considerate le esecuzioni più incredibili, vengono superate da qualcos’altro che contiene degli elementi innovativi.

Quali sono i suoi progetti futuri?

A breve ho un concerto in Puglia e poi in Brasile dove suonerò La Tzigane di Ravel e il concerto di Terry Riley scritto per me nel 2010. In autunno riprenderò dei pezzi di Boulez che mi interessano molto, suonerò col Syntax Ensemble e altri concerti a Milano da solo. Quest’anno ho pubblicato due dischi: tutta l’opera per violino solo di Fedele edito Kairos e l’altro dedicato a Vito Palumbo con il suo concerto per violino eseguito con la London Symphony.

Intervista a cura di Giulia Sperduti e Paola Magnanini – realizzata con il supporto della Fondazione Campus Internazionale di Musica di Latina nel progetto QLAB

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