Ultimo aggiornamento21 maggio 2024, alle 23:14

Divulgare la musica oggi: intervista a Giovanni Bietti

di Gioia Bertuccini - 23 Dicembre 2021

Alle volte mi capita di avere l’impressione che il mondo culturale dei nostri tempi si regga su linguaggi sempre più complessi e su concetti spesso contorti, inutile dirvi che l’effettiva difficoltà di molte nozioni culturali sta nel comprendere il modo in cui esse sono espresse. Ecco che per contrastare nel miglior modo possibile il disinteresse nei confronti della cultura e l’indifferenza alla bellezza tipica del nostro tempo, il ruolo di una divulgazione brillante e accurata diventa fondamentale.

Di recente, ho avuto il piacere di instaurare un dialogo sull’argomento proprio con uno dei migliori divulgatori musicali italiani del nostro tempo, Giovanni Bietti, compositore, pianista e musicologo, conosciuto da molti grazie alle sue seguitissime “Lezioni di Musica”, che vanno in onda settimanalmente su Rai-Radiotre. Ecco la nostra chiacchierata:

Cos’è che l’ha spinta a dedicarsi alla divulgazione?

Moltissimi anni fa, ormai 25 anni fa, mi hanno chiamato, insieme al mio trio (violoncello, clarinetto e pianoforte), a suonare per un evento piuttosto importante a Roma. Il nostro pubblico era composto da circa 400 ragazzi del liceo. Con il trio suonavamo un pezzo meraviglioso, il Trio op. 114 di Brahms, devo dire che lo eseguivamo alquanto bene, avevamo infatti anche vinto un concorso con quel brano. Sta di fatto, che i ragazzi del pubblico hanno retto forse i primi tre minuti del primo movimento. Finito il primo Allegro, che tra l’altro non è neanche lunghissimo, dura sette minuti circa, ho guardato i miei colleghi e ho detto: “Innanzitutto, non possiamo andare avanti così, e poi, io di certo non ho intenzione di smettere di suonare”. Quindi mi sono fatto dare un microfono e ho cominciato a parlare ai ragazzi. Gli ho detto che capivo che la musica che gli avevamo proposto era complessa, ma che adesso gli avrei spiegato quello che avevano appena sentito. Gli ho fatto riascoltare il tema iniziale del violoncello, li ho fatti concentrare sulla particolarità del suono del clarinetto e gli ho fatto risentire il suo ingresso all’interno del movimento e così ho fatto per tutti gli altri movimenti successivi. L’atmosfera in sala è cambiata totalmente, sia per qualità di attenzione, che di partecipazione, che addirittura proprio a livello di empatia e comprensione effettiva di quello che gli stavo proponendo con il mio trio. Non era di certo la prima volta che mi ritrovavo a dire due parole davanti a un pubblico, ma quella è stata un’esperienza per me particolarmente forte e importante, perché è in quella occasione che ho capito che soprattutto con un certo tipo di pubblico, un pubblico nuovo, non composto dagli ‘addetti ai lavori’ e dagli appassionati (per i quali una guida all’ascolto è sempre utile), la musica da sola, le note da sole, non bastano.

Nei programmi delle scuole secondarie di primo grado c’è, fra le varie materie, anche l’educazione musicale: ha mai pensato a una proposta per far sì che questa materia possa essere comunicata in modo efficace? Non credo che l’ora obbligatoria di flauto dolce possa realmente avvicinare i ragazzi al mondo della musica…

Non c’è alcun dubbio… devo dire che io personalmente non ho mai pensato a una cosa del genere, però mi è capitato di essere contattato qualche anno fa da un gruppo di insegnanti di musica della scuola media, non ho capito bene se avessero pensato a me per scrivere un nuovo manuale o per fare una serie di incontri a scuola, comunque sia, causa Covid, non è stato possibile fare nulla. Io credo che da parte degli insegnanti, il disagio di doversi attenere a dei programmi di educazione musicale ormai vecchi e inefficaci sia percepito in modo forte. Posso dire che un altro dei motivi per cui ho deciso di dedicare una parte consistente della mia attività di musicista alla divulgazione e alla formazione è stata proprio stata la consapevolezza che dal punto di vista istituzionale ci sia veramente pochissimo spazio per la musica. L’educazione musicale è assente sia nei programmi ministeriali, che anche nella cultura del nostro tempo in generale; è quindi per questo che penso che dovremmo essere noi musicisti in prima persona a dedicarci a questo aspetto. Oltre al dover naturalmente sempre studiare, suonare bene e cercare di fare il nostro lavoro al massimo delle nostre capacità, dovremmo anche farci carico della didattica, della divulgazione e della formazione. Dobbiamo essere noi musicisti in primis a spiegare continuamente a tutte le persone che raccogliamo intorno alla nostra musica, il senso e la bellezza di quello che facciamo e che suoniamo e, cosa a cui tengo moltissimo, l’attualità, ossia tutto quello che ha da dirci ancora oggi quest’arte.

In un’epoca dove fatichiamo spesso a utilizzare a pieno il nostro intelletto e a potenziare i nostri strumenti cognitivi e in cui la musica viene spesso considerata solo come emozione e intrattenimento, come possiamo noi divulgatori fare il nostro mestiere?

Prima di tutto è importante approfondire fortemente i contenuti, e non è un caso che nei miei libri parlo molto di questo: ossia l’arte, e in particolare la musica, viste come un mezzo per sondare la ragione. Questo è assolutamente possibile quando troviamo un processo logico da seguire e che quindi ci permette di capire veramente il senso di una Fuga di Bach, come di un Quartetto di Haydn o di una Sinfonia di Beethoven. L’essere fortemente consapevoli del significato storico ed estetico del brano di cui ci troviamo a parlare e soprattutto trovare il modo di renderlo attuale, ossia capire come il pezzo parla al nostro tempo: queste sono per me le chiavi da utilizzare per svolgere al meglio il mestiere della divulgazione.

Per quanto riguarda lo “svegliare l’intelligenza”, sono d’accordissimo: questa è sicuramente un’epoca antilluminista a cui non sembra interessare l’intelletto delle persone, tanto che si mostra quasi propenso a delimitarlo entro lo schermo di uno smartphone. Ecco perché, proprio in questo momento, credo che la musica abbia una possibilità in più: la sua natura sfugge alla compressione temporale, e se non vogliamo limitarla a un’esperienza superficiale, i significati vanno capiti e approfonditi.

Lei crede che l’educazione all’ascolto possa aiutare a migliorare noi stessi e il mondo che ci circonda?

Profondamente, e non lo credo solo io ma lo credevano anche tantissimi musicisti: il primo nome che mi viene in mente è Beethoven ma possiamo parlare anche di Bela Bartók e di una infinità di artisti che hanno profondamente creduto che la musica fosse un modo per migliorare il mondo. La musica ci educa all’ascolto in generale, non solo all’attenzione dei suoni nelle sale da concerto ma proprio alla cura degli altri. In questo modo, secondo me, il valore educativo della musica è universale, basti pensare che il quartetto d’archi è stato visto come esempio del dialogo, l’orchestra come simbolo di democrazia fra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800: una repubblica di suoni in cui ognuno ha un ruolo e la possibilità di collaborare per un fine unico. Trovo che questi aspetti, che secondo me sono fortissimi, vengono tenuti troppo raramente presenti da noi musicisti, forse dovremmo esserne più consapevoli.

Quando lei fa divulgazione musicale, attraverso la radio, i libri, gli articoli, qual è il pubblico a cui ha in mente di rivolgersi?

Devo dire che non ho in mente un pubblico perché il mio obiettivo è quello di rivolgermi a più persone possibile ben consapevole che ci sono pubblici differenti, tutte le volte che mi trovo a parlare o a scrivere, cerco sempre di organizzare la comunicazione su livelli paralleli, cercando qualcosa all’interno della mia esposizione che possa essere veramente compresa e incuriosire chiunque. Io vorrei che chi non ha mai sentito un pezzo di musica, magari sentendo una lezione alla radio possa essere incuriosito e, allo stesso tempo, ho anche l’ambizione a far sì che il musicista, l’addetto ai lavori, il professionista che mi ascolta possa a sua volta scoprire qualcosa di nuovo. Sono molto contrario a questo dibattito che ogni tanto esce fuori: ‘divulgazione alta o divulgazione bassa?’ Secondo me sono sbagliati entrambi gli approcci, l’approccio sensato è invece provare a fondere altre facce, strutturando la comunicazione in modo che ognuno possa trovare qualcosa che riconosce e che si porta a casa.

Cosa dovrebbe fare, secondo Lei, l’Italia per promuovere la cultura?

Beh, prima di tutto dovrebbe valorizzare l’istruzione artistica partendo da una nuova ed efficace proposta didattica e istituzionale, questo penso che sia fondamentale ed essenziale. La seconda cosa, probabilmente la più delicata, il nostro paese dovrebbe ristrutturare l’erogazione dei fondi: in questo momento abbiamo un sistema che per per vari algoritmi o quello che sia, tende a incentrare tutte le risorse nelle mani di pochissimi. Negli ultimi anni nel nostro paese sono spariti, o stanno languendo in condizioni disperate, una quantità di piccole realtà, soprattutto a livello di piccoli centri, province, ecc. che invece costituivano davvero un grande tessuto connettivo. Io fino a pochi anni fa lavoravo con moltissime associazioni, istituzioni piccolissime, molte di queste oggi non hanno più soldi o addirittura hanno chiuso e sono sparite. Bisognerebbe ripartire da queste piccole realtà per ripensare la cultura, che invece sembra oggi riguardare solamente Pompei, gli Uffizi, la Scala e altre quattro o cinque grandi eccellenze di questo tipo; beh, non funziona in questo modo… anche perché la cultura, come dice la parola stessa, non è un qualcosa che arriva dall’alto, o che semplicemente si raccoglie, ma è un bene che si coltiva e che quindi parte dal basso, proprio dove mette le radici. Io dico sempre che il mio compito come divulgatore è quello di consegnare, a chi ha voglia di ascoltare, un seme che sia il più sano, fertile, ricco possibile e poi la cultura è l’operazione di che riceve il seme che lo innaffia quotidianamente e lo cura. Questa è la cultura.

tutti gli articoli di Gioia Bertuccini