Un pentagramma di filo spinato: la musica nell’assordante silenzio dei Lager
di Redazione - 24 Gennaio 2026
Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è così che decido di ricordarlo: con la musica, come forma di resistenza. Una forza vitale che ha offerto una via di salvezza a coloro che, di fronte all’estinzione fisica e all’oblio della propria identità, hanno trovato il coraggio di continuare a creare. Eppure, mentre le vite e le identità di molte persone sono state brutalmente cancellate, la loro musica è giunta fino a noi. È nostro dovere, quindi, darle nuova vita.
Tra le testimonianze più disturbanti, ma necessarie, c’è Brundibár di Hans Krása su testo di Adolf Hoffmeister (il nome nel gergo ceco deriva dal bombo, insetto appartenente alla famiglia delle api), ricostruita e tramandata anche grazie al lavoro di Joža Karas ed eseguita nel ghetto di Terezín (in tedesco Theresienstadt) a partire dal 23 settembre 1943.


Terezín fu un campo di concentramento istituito dai nazisti nel 1941 nell’attuale Repubblica Ceca, usato come luogo di passaggio e successivamente di deportazione verso Auschwitz. Sebbene il campo di Theresienstadt fosse utilizzato dalla propaganda nazista come una sorta di “vetrina”, in cui l’arte sembrava prosperare, esso rimase a tutti gli effetti un campo di concentramento.
In questo contesto di messa in scena avvenne anche l’ispezione della Croce Rossa del 23 giugno 1944 : i nazisti prepararono il campo accuratamente, nascondendo le reali condizioni degli internati. Nella stessa operazione propagandistica rientrò la rappresentazione dell’opera per bambini Brundibár, filmata nel documentario Der Führer schenkt den Juden eine Stadt (Il Führer dona una città agli ebrei) e trasformata, in questo modo, in uno strumento di terribile inganno.
Il 17 ottobre, a Birkenau, furono brutalmente uccisi 1390 uomini, tra donne e bambini, provenienti dal campo di Terezín. Queste persone, tra cui musicisti, scrittori, pittori, poeti e scienziati, furono caricate sul Künstlertransport, noto come “il treno degli artisti”. Crollava così la favola utile al carnefice.
Brundibár soddisfaceva tutti i requisiti di un’opera per bambini. Fu rappresentata 55 volte, fino al 1944, nel ghetto di Terezín: si organizzava il palco, si cercava una “fossa” per l’orchestra, si recuperava il materiale per creare una scenografia dai colori vivaci e allegri. In questo modo, Brundibár divenne facilmente la principale attrazione – la richiesta di biglietti, senza i quali non si poteva accedere anche se l’opera era gratuita, era enorme.
La musica di Krása era scritta per bambini e per un pubblico non esperto, quindi doveva essere facilmente comprensibile. Nonostante l’accesso limitato alla strumentazione, Krása riuscì, con la sua abilità, a trascendere il contesto in cui si trovava, creando un intreccio musicale composto da elementi folkloristici, musica popolare e richiami all’opera classica.
Krása riuscì a trascendere il contesto in cui si trovava, creando un intreccio musicale composto da elementi folkloristici, musica popolare e richiami all’opera classica.
L’organico essenziale e inventivo: un sestetto d’archi (quattro violini, violoncello e contrabbasso), un flauto che alterna l’ottavino, clarinetto e tromba, la fisarmonica con il suo timbro immediatamente riconoscibile; pochi colpi di piatti e il pianoforte a reggere l’insieme.
In Brundibár tutto parte da una realtà quotidiana possibile. I due bambini protagonisti, Pepíček e Aninka, devono comprare il latte per la madre malata, ma non hanno soldi. Allora decidono di cantare in una piazza, ma la strada è già occupata dall’organettista Brundibár, che li caccia via con arroganza. La fiaba cambia direzione quando arrivano in loro aiuto il cane, il gatto ed il passero, e soprattutto quando entra il coro di bambini non come “sfondo musicale”, ma come vero motore collettivo dell’opera. Cantando insieme incantano i passanti. Raccolgono le monete, ma Brundibár le ruba. La risposta è immediata, uniti danno il via allo sviluppo della trama: inseguimento, recupero, giustizia.
Krása accompagna tutto con una scrittura rapida e vivace, indicando fin dall’inizio della partitura un “Allegro energico”. Un ritmo che corre, che spinge avanti la storia e che rende i protagonisti vivi, determinati, creando un’atmosfera coinvolgente fin dall’inizio. In un’opera nata a Terezín, questo slancio non è solo teatro, ma una forma di resistenza e dichiarazione di fronte al male. I bambini, protagonisti dell’intera opera, rappresentano la speranza per il futuro, mentre la storia stessa acquisisce una connotazione politica. Il malvagio Brundibár non è solo un cattivo da fiaba. Per rendere il messaggio ancora più esplicito, il poeta Emil A. Saudek interviene sul finale, trasformando un’idea di appartenenza (“chi ama i genitori e la propria terra…”) in un’idea di etica e coraggio (“chi ama la giustizia, non ha paura…”). Persino il gatto, personaggio dell’opera, proclama che solo “stringendosi insieme” si può sconfiggere il “dittatore”.
In un’opera nata a Terezín, questo slancio non è solo teatro, ma una forma di resistenza e dichiarazione di fronte al male.
Uno dei motivi per cui Brundibár funziona così bene, anche per chi non conosce la musica, è la sua chiarezza teatrale. L’opera alterna arie, duetti e soprattutto gioca un ruolo fondamentale il coro. Tutti questi elementi sono tenuti insieme attraverso temi che ritornano, i leitmotiv: melodie o gesti ritmici che si associano ad un personaggio o a una situazione, così che il pubblico possa riconoscerli quasi “a orecchio”, come accade nei film, accompagnando i momenti di tensione e sviluppo della trama.
Ai due fratelli spetta una scrittura melodica diversa: Pepíček tende a muoversi con maggiore esuberanza e ritmicità, Aninka ha una linea musicale più dolce e cantabile. Anche gli altri personaggi, come gli animaletti ed il coro, sono di estrema importanza, perché contribuiscono a dare maggiore rilievo emotivo all’opera e a rimarcare le azioni dei giovani protagonisti. D’altra parte l’orchestra, con tocchi precisi tra pizzicati degli archi, fiati acuti, effetti brevi e riconoscibili, diventa personaggio narrante.
Questa scrittura caratterizzata da una forte riconoscibilità tematica, fa in modo che musica e parola camminino insieme, rendendo l’operina una vera e propria fiaba musicale. Krása fa un uso attento di accordi e progressioni armoniche per evidenziare i cambiamenti di tonalità, creando così tensione e risoluzione nei momenti opportuni. L’introduzione di armonie più complesse o dissonanti è strettamente connessa a situazioni di conflitto o suspense, sottolineando in modo sottile le dinamiche emotive sottostanti.
Un altro elemento musicale notevole subentra proprio con Brundibár. Quando Brundibár entra in scena, Krása gli attribuisce spesso come motivo musicale la marcia, un ritmo duro, incalzante, immediatamente riconoscibile, che lo colloca dalla parte della prevaricazione. È come se la musica, prima ancora della parola, volesse avvertirci: “attenzione, questo personaggio vuole imporre il suo ritmo sugli altri”.
La marcia, del resto, nasce per accompagnare un avanzare collettivo, militare, regolando un passo uniforme e cadenzato, dando un senso di disciplina e dominio dello spazio. Ma la cosa più interessante è che, in Brundibár, Krása le dà un doppio significato: da segnale di minaccia diventa messaggio di resistenza e rivolta.
Il punto più chiaro è il finale. Nella marcia conclusiva, Aninka e Pepíček, insieme agli altri bambini e agli animali, si rivolgono quasi direttamente al pubblico per annunciare la fine dello spettacolo e intonano ancora una volta quel canto libero e gioioso che il “tiranno” avrebbe voluto far tacere.

(ed) Blanka Cervinkova casa editrice Tempo Praha, 1993
In questa scrittura musicale si rintracciano i temi di resistenza, battaglia e sopravvivenza che accompagnavano ogni giorno i prigionieri rinchiusi nei vari campi di concentramento. Brundibár rappresenta una sorta di inno della forza umana di fronte all’oppressione, sottolineando la capacità della musica di unire le persone e di resistere al male.
Con il filo spinato addosso, Krása ci ricorda che la musica può risuonare anche nelle circostanze più sfavorevoli, unendo le persone attraverso la forza eterna della creatività.
Natalia D’Angelo