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Isserlis e Beethoven: l’amore di una vita

di Redazione - 7 Febbraio 2021

Suonare Beethoven mi riempie di una gioia indescrivibile. C’è una forza nella sua musica, un’anima radiosa che non ha eguali. Le ultime Sonate sono certamente le più intense e toccanti del repertorio per violoncello e pianoforte (o, più precisamente, per pianoforte e violoncello); ma il mondo sarebbe molto più povero senza le prime opere. La forza dell’anima di Beethoven permea ogni nota di tutte queste opere. E la gloriosa Sonata in La maggiore, l’unica di questa raccolta che risale al periodo ‘medio’, è un capolavoro perfetto.

Steven Isserlis

Beethoven torna protagonista dell’ultimo forum del ciclo “Kirill Gerstein invites” dal titolo Steven Isserlis: ‘Portrait of a lifetime’s journey – the five Sonatas for piano and cello by Beethoven ideato dalla Kronberg Academy (il video del webinar è raggiungibile qui). Un’occasione unica per assistere a una lunga, entusiasmante conversazione di quasi tre ore fra due giganti come Gerstein e Isserlis che affrontano con rinnovata passione un’opera spartiacque – non solo per il repertorio violoncellistico – come quella delle Cinque Sonate.

Pur non avvicinandosi alla gigantesca ed estesissima opera per pianoforte, né a quella per violino, Beethoven instaura fin dall’inizio un rapporto curioso con il violoncello: al di là delle Sonate sfrutterà tutte le possibilità dello strumento e del duo con il pianoforte anche con le Variazioni, per poi allargarsi fino ai Tre Trii e infine al Triplo Concerto.

Gerstein mette in chiaro fin da subito la volontà precisa di Beethoven di creare una nuova forma, cioè quella per pianoforte e violoncello, anche se fin dalle prime Due Sonate dell’op. 5 il violoncello acquista la sua identità non attraverso l’ampio virtuosismo – come si era già sprecato Boccherini e la sua ventina di esempi nel genere della sonata, oltre ai numerosi Concerti – ma soprattutto nell’aspetto cameristico più complesso.

Pianoforte e violoncello s’inseguono, si imitano nelle loro peculiarità più disparate, ma soprattutto si divertono. È questo che Isserlis sottolinea continuamente ed è qualcosa che lo caratterizza come musicista: l’assoluta gioia sul palco e fuori, la trasparenza non senza carattere che mostra un pensiero molto preciso, ma anche una grande libertà di espressione trascinante, sincera. Lui stesso confessa, non per la prima volta, un rapporto non facile con Beethoven e la sua musica: «Mi ci è voluto del tempo per amare Beethoven.

Non è un cliché affermare che si apprezza Beethoven in maniera crescente man mano che s’invecchia». Qui lo stesso Isserlis, alle prese con la Prima Sonata insieme a Mishka Rushdie Momen al pianoforte, sembra divertirsi come un bambino.

https://www.youtube.com/watch?v=WSFYdGeUywk

https://www.youtube.com/watch?v=WSFYdGeUywk

Le Sonate giovanili

Già dalle Due Sonate op. 5 che Isserlis definisce come due brillanti pezzi da concerto, Beethoven non si nasconde dietro il modello classico e rovescia le carte, crea volutamente scompiglio nella forma, nella caratterizzazione dei temi. Nella Prima Sonata la forma haydniana è continuamente arricchita, estesa.

Dall’Adagio Sostenuto sospeso, inusuale, dolcissimo eppure cupo del primo movimento, alla Coda, Beethoven sembra volersi burlare del pubblico: ecco quindi un rigo di Adagio e la sua rapida evoluzione al Presto, che poi si calma per rispondere finalmente all’interrogativo aperto all’inizio del Tempo I, gettandosi in un Rondò finale, pieno di ironia.

La Seconda è invece un primo esempio di una dualità tra i momenti cupi, immobili, imprevedibili del Primo movimento e la brillantezza, il sarcasmo, la vivacità del Secondo movimento. Una dualità che diventerà una delle firme stilistiche di tutta la sua opera. Isserlis connota la Seconda Sonata quasi come un omaggio all’opera seria nell’Adagio iniziale e poi dell’opera buffa nel Rondò.

Sappiamo che i contemporanei di Beethoven non ebbero di certo lo stesso slancio; la Gazzetta Universale di Lipsia definì nel 1796 la Seconda Sonata come «un ammasso di cose sapienti, senza metodo, nulla di naturale, mancante di melodia». Insomma, una grande confusione. Confusione dalla quale Beethoven estrapola idee compositive, armoniche, che acquistano invece ordine e potenza espressiva.

A confondere e stordire il pubblico ancora oggi sono sicuramente anche i silenzi, calcolatissimi, delle ultime battute dell’Adagio, risolte su un accordo ‘sbagliato’ che apre il sipario, svela il vero punto di partenza della Sonata. L’incertezza tonale, una delle tante burle con le quali Beethoven si beffa dell’ascoltatore, che utilizzerà nella Prima Sinfonia.

https://www.youtube.com/watch?v=o94JYeLkxNo

(invito all’ascolto: Steven Isserlis e Shai Wosner eseguono la Sonata op. 5 n. 2)

L’op. 69 e la perfezione

La Sonata op. 69 è un gioiello della musica da camera, per Isserlis e non solo la Sonata più equilibrata e sicuramente una delle composizioni di Beethoven che più compiutamente raggiungono la perfezione; la melodia salta da uno strumento sull’altro, calma e tormento si presentano con la stessa potenza.  L’incipit del primo movimento è qualcosa che i violoncellisti studiano per tutta la vita (vi si riconosce una citazione letterale dalla Passione secondo Giovanni di Bach, forse per pura coincidenza), e il violoncello insegue l’equilibrio di scale ascendenti e discendenti così naturale sul pianoforte: tutta la Sonata sembra pretendere dai due strumenti e dai due interpreti la stessa perfezione e lo stesso equilibrio che la contraddistingue.

La continua trasformazione, mutevolezza del primo movimento ritrova come nella Prima Sonata un ordine, questa volta con l’uso della perorazione del tema iniziale. La ricchezza della scrittura pianistica dona a questo primo movimento una vasta ampiezza, mentre i passaggi a doppie ottave del pianoforte, qui non gesto virtuosistico ma di bellezza carezzevole, permettono al violoncello di acquisire consapevolezza della propria cantabilità, delle proprie potenzialità espressive.

Dalla Terza Sonata in poi, tutta l’opera per violoncello e pianoforte finirà sempre per affacciarsi a questo primo esempio di perfezione. Lo Scherzo centrale spezza ancora una volta la forma classica con il suo secondo movimento lento ed è geniale nella sua schematizzazione. Beethoven decide di trasportare lo schema della ripetizione del Trio e della doppia ripetizione dello Scherzo che aveva già utilizzato tre anni prima, nel 1806, sia nel Quartetto op. 59 n. 2, sia nella Quarta Sinfonia, in un gioco di sincopi, oscillazioni, scambi umoristici. All’ascolto, e anche durante l’esecuzione, si viene inevitabilmente catturati da questo incespicarsi continuo eppure ordinatissimo, che sembra condurre ogni volta in un luogo differente, per poi ripetersi identico, eppure nuovo. L’ultimo movimento si apre ancora una volta con un Adagio Cantabile di poche righe, di assoluta bellezza, per poi sfociare nell’Allegro Vivace luminoso, conciliante, dove i due strumenti corrono un’altra volta insieme, contendendosi il secondo tema che ricorda ancora il tema iniziale del primo movimento.

Le ultime due Sonate op. 102 sono considerate da Isserlis come le Sonate dell’astratto, dove la melodia è sempre più ridotta (soprattutto nella Quinta) e pura. In queste ultime Due Sonate si scorge un Beethoven non meno consapevole di quanto già non fosse agli esordi, ma sicuramente più maturo, con finalità diverse. Otto anni dopo la pubblicazione dell’op. 69, che sembra ormai lontanissima, Beethoven sceglie di dedicarsi a questi ultimi due lavori per violoncello e pianoforte concentrandosi questa volta sulla complessità compositiva; ne derivano due lavori diversissimi, ma perfettamente compiuta.

Le ultime due Sonate

L’op. 102 n. 1 si apre come nella Terza Sonata con il tema del violoncello che, come fa notare Isserlis con stupore, è alla base di tutta la Sonata: Beethoven ci costruirà tutto il primo movimento, richiamando poi la stessa pace nel secondo, con quel teneramente che segue l’Adagio più cupo, grave, dove anche i registri dei due strumenti sono lontani e non sembrano intenzionati a incontrarsi. Ne evocherà poi frammenti, elaborati di quella frase iniziale calma, dolce e cantabile anche nell’Allegro vivace. Isserlis sottolinea infatti questa rinascita continua, a volte pacifica, a volte violenta o ancora giocosa, sorprendente, un rincorrersi di atmosfere diverse racchiuse in due movimenti, costituendo tra l’altro la Sonata più breve delle cinque. Ancora una volta emerge l’elemento della sorpresa, la carezza dopo lo schiaffo, riconoscibile eppure così lontano dalle due Sonate giovanili.

Se la Quarta Sonata si apre con una calma assoluta, a bassa voce, la Quinta è prorompente, densa, a indicare fin dall’inizio l’esigenza di una libertà espressiva (in questo lavoro mancano le indicazioni di metronomo, dettaglio particolare e difficilmente una dimenticanza, dato che le Due Sonate vennero pubblicate contemporaneamente e nell’op. 102 n. 1 sono invece presenti): nell’Adagio con molto sentimento d’affetto, Isserlis e Gerstein parlano di una potenza immobile, capace di far cadere la terra sotto i propri piedi, e ancora una volta la sfrontatezza già vista nel primo movimento, ora in un fugato ferreo, mai rigido, nella quale il duo è ormai uscito dalla sua forma classica: soprattutto in quest’ultimo movimento è ormai evidente la necessità dei due esecutori di affermarsi sopra le gerarchie che Beethoven stesso aveva stilato nelle opere giovanili (intitolate addirittura “Sonate con violoncello obbligato”).

(Invito all’ascolto: Steven Isserlis e Peter Evans eseguono la Sonata op. 102 n. 4)

L’inesauribile percorso di Beethoven

Perché approcciarsi dunque a queste Cinque Sonate? Sono l’opera di una vita, un esempio dell’evoluzione compositiva di Beethoven e cinque grandi composizioni, entusiasmanti da ascoltare, studiare, conoscere, amare.

A conclusione del webinar dopo tre ore di confronti appassionati e di grande ispirazione, Gerstein congeda Isserlis con rammarico: su questi lavori, come su Beethoven, ci si potrebbe interrogare per ore ed ore. È, purtroppo e per fortuna, la stessa esigenza che si prova anche a studiare la sua musica, a parlarne, scriverne. Dire che i grandi dell’arte sono fonti inesauribili di confronto non è un luogo comune, ma un dato di fatto e una grande consolazione a tutte le età: in quest’oasi infelice e immobile che siamo costretti a subire in questo periodo, soprattutto nel campo artistico e soprattutto senza alcuna ipotesi di ritorno alla normalità nell’imminente futuro, poter tendere a qualcosa di inesauribile come l’estro di Beethoven è un dono, una grande opportunità per non restare fermi nel nostro isolamento e inaridimento culturale.

Margherita Succio

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