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Giovani e musica da camera 2.0: intervista a Simone Gramaglia

di Margherita Succio - 20 Settembre 2021

Il Quartetto di Cremona (Cristiano Gualco, violino, Paolo Andreoli, violino, Simone Gramaglia, viola, Giovanni Scaglione, violoncello), fin dalla propria fondazione nel 2000 si rivela come una delle realtà cameristiche più interessanti a livello internazionale, riscuotendo grande successo di pubblico e critica nei quattro continenti. Nel 2019, il Borletti Buitoni Trust gli conferisce il “Franco Buitoni Award 2019” per il suo importante contributo alla promozione della Musica da Camera nel mondo. Nel 2020, il Quartetto di Cremona festeggia i suoi primi vent’anni di carriera, un ragguardevole traguardo coronato da ambiziosi progetti concertistici e discografici, tra gli altri l’Integrale dei quartetti di Beethoven e un tour con l’Arte della Fuga di Bach. In quest’incontro con Simone Gramaglia, parleremo della nuova generazione di quartetti, dell’arte e della bellezza dell’insegnamento e di come questo sia un processo fluido, arricchente, sempre nuovo.

Si è da poco conclusa la prima edizione del Premio Internazionale di Musica da Camera “Filippo Nicosia” a Faenza. Come si è svolto?

Questa prima edizione si è svolta a Faenza nell’ambito del “Corso estivo Marco Allegri”: è stato molto bello poterlo svolgere in questa sede perché si tratta di un corso dove s’incontrano professionisti, amatori e bambini o ragazzini che vogliono approcciarsi alla musica, musicisti o anche solo pubblico del futuro. L’edizione è stata ospitata dalla scuola di musica “Giuseppe Sardi” con un’affluenza di 23 studenti, di cui cinque trii con pianoforte e due quartetti. Un livello davvero molto alto, con una provenienza da un po’ tutta Europa e anche da Cina e Corea del Sud. Il vincitore è stato il Trio Boemo, che ha sede a Praga. Frequentano l’ECMA e stanno spopolando nei concorsi, sono fantastici; a novembre, in data ancora da definire, ci sarà il concerto di premiazione dei vincitori e mi unirò a loro per eseguire il Quartetto di Schumann.

Il concerto offerto dall’Istituto italiano di Cultura di Barcellona al miglior gruppo italiano è andato al Trio Rigamonti, un altro gruppo veramente di livello a conduzione famigliare, che si sono veramente distinti all’interno del Premio. C’è stata anche una menzione speciale anche al Trio Chimera, altro gruppo italiano. Ora aspettiamo la seconda edizione che presenteremo a novembre; vedrà un montepremi aumentato e di conseguenza si aggiungerà un secondo premio o un premio speciale, inseriremo anche un accordo con una casa discografica che offrirà la possibilità di registrare un disco. Sarà un modo per sostenere chi si vuole dedicare a questo mondo meraviglioso seppur difficile che è quello della musica da camera.

Cosa rappresenta la figura di Nicosia e perché dedicare a lui questo Premio?

Ho conosciuto Filippo Nicosia per la prima a Pyongyang, in Corea del Nord e poi nel 2011 in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia; si trattava di un progetto organizzato dall’Ambasciata d’Italia di Seoul e dal governo italiano che aveva l’ambizione di testimoniare la possibilità di un’unità anche in contesti di separazione, dovuta a visioni politiche differenti, a critiche talvolta anche drammatiche. Difficoltà che hanno avuto anche i nostri padri fondatori, che si sono battuti per poter un’Italia unita, pur venendo da una Storia di grandi divisioni. Lui aveva un anno in meno di me e lo ricordo come una persona splendida, con un’energia incredibile ma soprattutto con un grandissimo amore per la musica, la cultura e l’arte. Ha sempre fatto di tutto per supportare i giovani musicisti, per portare soprattutto la musica classica anche in Cina. Ho sempre avuto il desiderio di organizzare un Premio che sostenesse i giovani quartetti e ho voluto dedicarlo a lui, tristemente scomparso nel 2020, proprio perché è stato un esempio di come attraverso con passione, tenacia, forza d’animo si possano raggiungere grandi obiettivi rimanendo comunque persone normali. Sono caratteristiche che servono a noi musicisti per poter far partire una carriera: ci vuole tanta tenacia, tanta forza di volontà per affrontare tutte quelle difficoltà che s’incontrano in una carriera fin dagli esordi.

Il Quartetto di Cremona ha numerose occasioni d’incontro con giovani e giovanissimi che si buttano con slancio nella musica da camera. Come definiresti questa nuova generazione di quartettisti e di cameristi e com’è cambiato negli anni l’approccio di un giovane quartetto circa la formazione e le difficoltà di un inizio di carriera rispetto al vostro esordio?

È una domanda molto interessante e devo dire che il cambiamento c’è ed è grosso: simpaticamente mi verrebbe da definire i quartetti 3.0 e i trii forse addirittura 4.0 o 5.0. In un discorso di mobilità i trii sono molto più dinamici, si mettono molto più in discussione e si muovono di più. I quartetti restano un po’ più fedeli alla logica del quartetto stesso: quattro teste sono sempre più difficili da mettere d’accordo rispetto a tre e i quartetti ne hanno sempre una (ride). Il cambio d’approccio sicuramente c’è, vedo molta più attenzione per certi versi a cose poco legate alla musica ma comunque importanti per avere una certa visibilità: comunicazione, l’aspetto social e la presentazione del gruppo. Forse a volte riscontro un po’ più di superficialità nel preparare il repertorio e nelle scelte artistiche, manca magari un certo studio della partitura e non c’è una grande preparazione legata anche all’ambito culturale più generale. Pensando al passato, soprattutto nell’ambito della musica da camera questo aspetto veniva considerato di più, mentre l’immagine veniva curata molto di meno. È sicuramente positivo vedere che i gruppi di oggi sono più consapevoli del fatto che non basti suonare bene, ma che ci si debba promuovere e curare i contatti personali. In questo molti ragazzi sono eccezionali. Bisognerà trovare un equilibrio e capire che non basta avere una bella foto e cinquecento likes per avere concerti: le due cose non sono necessariamente collegate.

In generale vedo una grande voglia di muoversi e un grande entusiasmo. Credo che tanti ragazzi puntino sulla musica da camera perché si rendono conto che può essere un grande sbocco, anche migliore di altre carriere – quella solistica è sempre più difficile e lo è sempre stata, negli ultimi dieci anni si è visto come non basti vincere qualche concorso per davvero affermarsi. Con la musica da camera ci sono grandi circuiti che permettono di avere una carriera. È indubbiamente molto bello e soddisfacente, diventa un modo anche per stare insieme e dividere le fatiche del suonare e quindi capisco perché nascano tanti gruppi. Secondo me è bello così e penso che debba essere così. Per fortuna la musica è un po’ come l’amore, non sai mai dove vada a cadere: se l’amore è cieco lo è anche il talento. C’è meno difficoltà a partire, le famiglie sostengono di più, si è pronti a fare sacrifici. I gruppi della mia generazione erano più stanziali, fermi, con una mentalità diversa, anche perché era anche un modo di fare carriera diverso, quest’ultima oggi è più liquida. Ci sono molte più realtà che fanno lavorare i giovani anche in Italia, più attenzione anche a un aspetto economico: io personalmente parlo sempre con tutti i miei allievi, cercando di convincerli a non suonare gratis, soprattutto nel nostro Paese. Questo è uno degli aspetti che ha lasciato l’Italia così indietro da certi punti di vista, ma che va invece considerato. In quanto strumentisti, se tutti suoniamo gratis chi organizza saprà che il musicista italiano tende a non farsi pagare, e questo non contribuisce a far cambiare le cose. Vedo infatti più attenzione e consapevolezza da parte dei musicisti di oggi del mondo che li circonda e di come ci si debba muovere per poter emergere.

In occasione degli appuntamenti online organizzati dalla Fondazione Giorgio Cini, Dimore del Quartetto e Archipelago sulla storia del Quartetto ricordo l’intervento di Cristiano Gualco (primo violino del Quartetto di Cremona, ndr) circa l’incisione che aveva innescato il desiderio di intraprendere l’avventura del quartetto. Mi è rimasta molto impressa l’immagine di un giovane violinista italiano che, dopo aver comprato fisicamente un disco e averlo ascoltato decide così di cambiare per sempre la sua vita. L’accessibilità tecnologica delle piattaforme digitali ha aperto la strada a una quantità di incisioni, esecuzioni ed esempi potenzialmente infinita con degli standard sempre più alti, verso una direzione di perfezione tecnica e d’immagine quasi nauseante. Nella vostra generazione c’era un approccio molto diverso, con degli esempi molto più limitati e comunque verificati in qualche modo da anni di carriera o comunque da un’ufficialità dell’interpretazione che adesso c’è, ma è immersa in tante altre proposte più o meno buone o che comunque possono creare confusione a chi invece cerca ispirazione. Secondo te resta una grande arma a favore degli allievi o rischia di diventare estenuante e debilitante?

Quando ero ragazzo un po’ come diceva Cristiano c’era molta meno accessibilità alle cose. Il mercato discografico tra l’altro era ancora in un momento florido quindi nell’acquisto si era abbastanza parchi: penso al negozio Ricordi a Genova molto ricco, pieno di registrazioni, dove andavo a scartabellare e dovevo decidere con molta attenzione che cosa comprare. Avevo trovato il centro culturale italo-russo (che poi chiuse) dove vendevano a 5000 lire l’uno dischi con tutte registrazioni solo di artisti e quartetti russi, alcuni molto celebri, altri a me sconosciuti perché rimasti nell’ambiente russo. Ho ascoltato tantissimo, comprando il più possibile, ma si trattava comunque di un ascolto limitato.

Penso che il mondo vada avanti, e che la tecnologia stia dando prodotti molto utili per la creatività e per migliorare l’esistenza – il tablet in concerto, per esempio, perché no? Certamente c’è da dire che a volte avere meno mezzi portava a pensare di più a trovare il proprio stile. Avere a disposizione tantissimo materiale porta sicuramente ad ascoltare molto di più e ad avere più facilità a vedere come altri musicisti risolvano diverse problematiche. Allo stesso modo rischia di ovattare la creatività personale: se scelgo di replicare una scelta altrui solo perché banalmente mi piace, mi convince, ma non penso veramente a come voglio suonare io. Dal punto di vista di un insegnante, questo è un po’ un peccato: anche l’offerta dall’altra parte, di masterclass e corsi, è impressionante.

Per me è addirittura troppa!

È troppa e a me colpisce molto, se ripenso alla nostra esperienza: abbiamo avuto nel nostro percorso due maestri fondamentali, prima Piero Farulli (Quartetto Italiano), poi Hatto Beyerle (Quartetto Alban Berg). Abbiamo poi sviluppato il nostro stile, il nostro modo di suonare. Se penso al mio percorso individuale ho avuto il mio insegnante di Conservatorio, ho poi incontrato Kugel che m’insegnò tutto quello che so fare e al quale devo il mio modo di suonare, e poi Giuranna che mi ha dato una grande forma mentis riguardo l’organizzazione del lavoro e il modo di affrontare la tensione dal palcoscenico, grazie all’impostazione delle sue lezioni. Poi però ho fatto le mie scelte, prendendo le mie facciate, sono stato contestato da chi non condivideva le mie scelte musicali, sono stato lodato da chi mi ha apprezzato. È fantastico avere accesso a tutti gli insegnanti: ma ce ne sono troppi! E anche questo non aiuta, con questo eccesso di informazioni che cosa fai? Ho visto allievi arrivare a lezione e chiedermi: “Ma questo come lo faccio?”. A vent’anni non puoi chiedermi come lo faccio, devi trovare una tua diteggiatura, la tua arcata, il tuo modo, e solo dopo possiamo discuterne. Non bisognerebbe mai perdere il senso della ricerca individuale, della formazione di un proprio gusto, evitando anche di andare ad ascoltare subito trenta incisioni di un brano che s’inizia a studiare. Pensa a quando Schönberg compose i suoi quartetti: chi li eseguì per la prima volta non aveva la minima idea di cosa fosse quella musica, di come suonasse, ma hanno cercato, hanno usato la loro fantasia e trovato le loro soluzioni. Questo aiuta a sviluppare una propria personalità. Non sono attaccato al passato: non credo e non crederò mai che prima fosse tutto migliore, credo anzi che ogni tempo abbia le sue eccellenze. È reale però il rischio che i giovani s’impigriscano a causa di questa grande ricchezza di informazione e formazione disponibile. Bisognerebbe ricordarsi che in fondo questi sono solo mezzi, che vanno utilizzati per ottenere il risultato migliore. Nel nostro mestiere l’obiettivo dovrebbe essere stimolare la propria creatività. Se si usano così il risultato è fantastico: è bellissimo vedere soluzioni diverse a problemi che incontriamo tutti, e si può essere d’accordo. O no.

Quando insegnate ad altri quartetti siete quattro insegnanti che fanno lezione ad altrettanti allievi, che poi si uniscono nell’unica persona del gruppo: ho però imparato da voi che le diverse individualità, soprattutto nella musica da camera, devono rimanere autonome, senza sfociare nell’egoismo. Ripensando ai diversi anni da docenti che avete alle spalle, con giovani e addirittura adolescenti, ritieni che l’insegnamento abbia in qualche modo influenzato il vostro metodo di studio, anche su repertori già approfonditi? Credi che affrontare con diversi allievi anche grandi pagine di musica abbia poi influenzato la vostra ricerca personale?

Assolutamente sì! Tutti e quattro siamo molto cambiati e cresciuti in questi anni d’insegnamento. Quest’anno festeggiamo dieci anni della nostra cattedra in Accademia Stauffer, l’unica realtà che abbiamo deciso di mantenere anche per tutelare il nostro lavoro di quartetto. Come dici tu lavorare con gruppi molto giovani ha cambiato la prospettiva proprio dell’approccio ai pezzi. Quando insegni e vedi come i ragazzi affrontano la partitura, cambia anche la nostra percezione, a volte questo fa scoprire cose che si riflettono nel nostro modo di suonare. Credo sia questa la grande ricchezza dell’insegnamento ad alto livello, che davvero risponde alla regola del do ut des e dona sempre un grandissimo ritorno. È secondo me questa la ragione per cui credo tutti amino insegnare a livello di perfezionamento: funziona, permette di rimanere elastici. Chi insegna semplicemente dicendo: “Si fa così” non insegna. Per scoprire bisogna scoprire bisogna rimanere curiosi, e se s’insegna veramente non si può non essere curiosi.

Anche grazie all’Accademia Stauffer e a vostri progetti – il più ambizioso è sicuramente quello delle Dimore del Quartetto – avete aperto davvero molte possibilità a diverse formazioni di crescere non solo musicalmente ma anche umanamente, in un ambiente di condivisione anche del tempo che la musica da camera richiede. Dopo diversi anni d’insegnamento stabile, comincia a esserci in voi un certo senso di paternità dell’insegnamento? Trovo che la bellezza assoluta dell’insegnamento sia appunto la manifestazione del lavoro nel condividere il lavoro con i propri docenti o i propri allievi. Come vivete l’incontro con questi allievi che si trasformano in colleghi quando poi crescono e si affermano?

Hai proprio toccato il nostro obiettivo. Insegnare significa formare al meglio ragazzi che poi inizieranno la propria carriera. In questo tutti e quattro siamo sempre stati molto sensibili di fronte al talento, per cercare di valorizzarlo non solo tramite l’insegnamento ma anche potendo offrire occasioni reali. Come dici tu c’è un aspetto fondamentale che è il rispetto e la valorizzazione della crescita: in Italia siamo ancora un po’ schiacciati da queste vecchie generazioni di maestri che, quando hanno poi allievi bravi che fanno carriera tendono comunque a mantenere una distanza eccessiva, ingessandosi nella propria figura di docente. Lo trovo un po’ patetico. Per noi è stato di grande esempio lavorare con musicisti come Larry Dutton (Quartetto Helmerson), arrivato nel nostro quartetto con alle spalle quarant’anni di carriera. Noi non dovevamo chiamarlo Maestro o avere un timore reverenziale. Come lui giustamente diceva “Se siamo colleghi, chiamatemi Larry” e c’era un rapporto paritario, con uno scambio molto onesto. Pur essendo più giovani – la nostra prima esperienza con lui risale ormai a quasi dieci anni fa – nessuno era lì per farci lezione. È quello che dici tu: è bellissimo e giusto da maestro mantenere i ruoli, i titoli se vuoi, ma a un certo punto si diventa colleghi, e quando lo si diventa ci si chiama tutti per nome. Il rispetto è dato da altre cose. Noi italiani siamo sempre un po’ formali: quando studiavamo con Beyerle noi eravamo gli unici a chiamarlo Maestro. “Io mi chiamo Hatto!”, ci diceva.

Va bene finché si è allievi, ma dobbiamo poi dare una dignità anche ai giovani, se non vogliamo continuare, soprattutto nel nostro Paese, a schiacciare tutto e tutti, solo per lamentarci poi che le nuove generazioni non hanno personalità. Se non diamo loro credito, valore, e se fino a 39 anni sei giovane, e improvvisamente a 40 anni sei vecchio, non può funzionare! (ride). Se da un lato i ragazzi devono lottare per questo, dall’altro i docenti non devono perdere l’umiltà. È sempre stato molto importante per noi: quando collaboriamo con colleghi che fino a due anni prima erano nostri allievi li ascoltiamo con lo stesso rispetto che avremmo con qualunque altro musicista della nostra generazione. È e dev’essere fondamentale. Si rispettano tutte le regole legate alla forma, ma bisogna lanciare i ragazzi, dar loro fiducia. Un esempio molto vicino: il primo ottobre suoneremo il primo movimento dell’ottetto di Mendelssohn con il Quartetto Eos, in occasione dell’inaugurazione dello Stauffer Center for Strings. Sarà divertentissimo, e lo faremo da colleghi, anche se continueranno il loro percorso di perfezionamento, ma hanno iniziato una carriera. Non dobbiamo aspettare l’età della pensione per chiamarci per nome!

Margherita Succio

Autrice

Proud Gen Z che prende più aerei che autobus, legge tanti libri perché ha l'ansia di non averne letti abbastanza.

Musicista curiosa e grande amante della musica da camera, è titolare della Borsa di Eccellenza della Confederazione Svizzera per ricercatori e artisti stranieri ed è autrice e content creator per Quinte Parallele dal 2021.

Attualmente frequenta il suo secondo Master of Music presso il Conservatorium Maastricht con Gabriel Schwabe.

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