Morricone torna a Bari
di Redazione - 19 Luglio 2026
Una sera con Nuovo Cinema Paradiso al Petruzzelli
Il 6 luglio, nel sesto anniversario della scomparsa del maestro, il Petruzzelli ha ospitato una tappa di “Cinque città per Morricone”: la proiezione di Nuovo Cinema Paradiso con l’Orchestra della Fondazione Petruzzelli dal vivo, diretta dal maestro Roberta Peroni.

C’è un momento, appena prima che si spengano le luci, in cui un teatro è ancora soltanto un teatro: velluto e ori, il brusio di chi si sistema sulla poltrona giusta, qualche saluto scambiato col vicino, qualche foto scattata alla sala in attesa di ricordarsi (si spera) di mettere il telefono in modalità aereo.
I ritardatari, quella sera, erano parecchi, complice forse il caldo — a Bari era di quelli particolarmente pesanti, umido, da farti desiderare la sala buia solo per il sollievo dell’aria condizionata. Li sentivo arrivare a gruppetti anche a luci ormai spente, chiedere sottovoce a maschere e vicini di poltrona dove fosse esattamente il proprio posto, con quel misto di imbarazzo e urgenza di chi non vuole disturbare ma nemmeno restare in piedi in corridoio. Piccoli fasci di luce dei telefoni, qualche “scusi, è questa la fila?”, il fruscio di chi si scusa passando davanti alle ginocchia altrui.
Poi è arrivato il buio, finalmente, e per qualche secondo non è successo niente. In quel niente ho pensato che il titolo della serata, “film in concerto”, fosse in fondo un’espressione un po’ furba, quasi da marketing, un compromesso tra due linguaggi che rischiava di non appartenere fino in fondo a nessuno dei due.
Quando le luci si sono affievolite ed è comparsa la prima immagine di Nuovo Cinema Paradiso sullo schermo — il primo piano del vaso di terracotta sul balcone vista mare — l’orchestra ha attaccato subito, quasi senza darmi il tempo di prepararmi. Ed è lì che ho capito di aver sbagliato.
Quello a cui stavo assistendo non era un compromesso, era una restituzione. Come se il film, per trent’anni, avesse portato dentro di sé una musica registrata, congelata, e quella sera qualcuno l’avesse finalmente scongelata.

…Come se il film, per trent’anni, avesse portato dentro di sé una musica registrata, congelata, e quella sera qualcuno l’avesse finalmente scongelata
Preciso che prima di arrivare in teatro non sapevo che quella serata a Bari fosse solo una tappa di un progetto più ampio dedicato al maestro romano. L’ho scoperto leggendo la brochure di sala, come fa un bravo scolaro — il titolo era Cinque città per Morricone, un omaggio collettivo che ha toccato Ancona, Bari, Palermo, Roma e Torino, con l’esecuzione delle musiche del maestro e, per l’occasione barese, la proiezione anche dell’intera pellicola diretta da Tornatore in sincrono con l’orchestra.
Cinque città sono già una specie di orchestra. Ognuna con il proprio direttore, il proprio pubblico, la propria acustica, tutte a suonare, nello stesso periodo, la stessa assenza. Perché quel 6 luglio non era una data scelta a caso, è il sesto anniversario della morte di Ennio Morricone, scomparso esattamente il 6 luglio di sei anni fa. Mi sono chiesto se il pubblico intorno a me lo sapesse o se fosse lì semplicemente per il film, ma era una domanda tutto sommato poco importante. Contava il teatro pieno, tutti lì per un capolavoro firmato Tornatore-Morricone.
Sul podio, nella sincronia esatta tra gesto e fotogramma, c’era il maestro Roberta Peroni, direttrice musicale di palcoscenico del Teatro Petruzzelli. Ne parlo con un po’ di ammirazione tecnica: è un mestiere che da fuori — quello del direttore d’orchestra — sembra invisibile, e che invece rappresenta le fondamenta per la corretta realizzazione di un concerto sinfonico, e non solo. Tant’è che, nel caso di questa serata, l’atto di inseguire un film che non aspetta nessuno, che scorre alla sua velocità indifferente, restandoci dentro nota per nota senza altro metronomo che lo schermo stesso, è davvero complesso — soprattutto nel far combaciare i momenti “parlati” con quelli puramente musicali.
Mi colpivano in particolare le musiche legate all’infanzia e alla maturità, negli incontri con Alfredo, e più in generale alcuni piccoli momenti musicali che si incastravano dentro scene parlate: veri e propri micro-momenti, in cui immagino la difficoltà stesse tutta nella sincronia con questi ingressi minimi, quasi rubati tra una battuta e l’altra.
C’è poi un dettaglio che mi ha colpito più di ogni altro, forse perché è l’unico che sono riuscito davvero a “vedere” da spettatore tecnico, vista la mia posizione in galleria del secondo ordine. Davanti al maestro Peroni, su un piccolo monitor, scorrevano i secondi che mancavano all’ingresso della musica successiva, scanditi da una stanghetta verde che diventava rossa quando il margine si stava esaurendo. Una cosa piccola, quasi buffa da raccontare, eppure lì dentro c’era tutta la tensione della serata, il tempo del film che non aspetta, una lucetta che passa dal verde al rosso per dirti che il momento sta per arrivare e che non c’è più spazio per esitare. Mi sono distratto, per un attimo, a pensare a cosa voglia dire dirigere qualcosa che non si può rallentare. Il cinema è spietato, in questo — la pellicola va avanti comunque, tu puoi solo scegliere se arrivarci in tempo.
Poi però è arrivato il tema d’amore. Non so bene come descrivere quello che è successo in sala in quel momento, e forse è meglio non provarci troppo, perché rischierei di far sembrare tutto più ordinato di quanto sia stato. Diciamo che ho sentito, vicino a me, dei nasi tirare su. Una donna si è portata una mano alla bocca, non per stupore, ma per tenere ferma un’emozione che altrimenti sarebbe uscita rumorosa. Io stesso, che ero lì con il taccuino mentale acceso, pronto a osservare tutto da fuori, mi sono ritrovato semplicemente dentro, senza più nessuna distanza critica da difendere.
Non è un caso, credo, che sia successo proprio lì: c’è qualcosa, in quella melodia, che sembra costruita apposta per aggirare le difese. Non ti aggredisce, ti si avvicina piano, quasi come una carezza, e quando meno te lo aspetti hai già gli occhi lucidi. Non è stato soltanto il tema d’amore a creare, in teatro, quel genere di scenario.

Questi vortici emotivi si sono sentiti più volte nel corso della pellicola: penso al ritorno di Totò a casa per i funerali di Alfredo, al protagonista che rivede i luoghi dell’infanzia, le persone dell’infanzia, la demolizione del cinema, il ricongiungersi con la madre. Scene che, accompagnate dall’esecuzione dal vivo, hanno lasciato in giro per la platea più di qualche occhio lucido. E naturalmente tutto questo è tornato, ancora più intenso, nel finale.
Quello scelto per la proiezione di quella sera è il montaggio con i baci — le scene d’amore che il vecchio Alfredo aveva fatto tagliare dalla censura e che aveva conservato per Totò, pellicola su pellicola, per tutta una vita. Ogni volta che lo rivedo mi convinco un po’ di più che sia il finale giusto, quello che restituisce dignità a un personaggio che si potrebbe facilmente ridurre a “il padre severo che ha spezzato una storia d’amore”. Alfredo non appare come chi ha impedito a Totò e a Elena di stare insieme, bensì come chi, per tutta la vita, ha custodito quell’amore proprio conservando ciò che allora non si poteva mostrare.
C’è una specularità, in questo, che quella sera al Petruzzelli mi è sembrata più chiara che mai. Totò da adulto, solo nella sua stanza, rivede la pellicola che lui stesso aveva girato da ragazzo alla stazione: il filmino in cui, per la prima volta, inquadrava Elena. Un amore nato in gioventù, filmato in gioventù, restituito identico a se stesso decenni dopo, come se il tempo non fosse riuscito a intaccarlo. È un amore che non invecchia perché non gli è stato permesso di vivere abbastanza da consumarsi, e resta così cristallizzato in quella dimensione giovanile, intatto, proprio come i fotogrammi che Alfredo custodiva.
Ascoltarlo con la musica dal vivo, quella sera, ha reso ancora più esplicito questo doppio livello: la pellicola dei baci e il filmino della stazione dicono, in fondo, la stessa cosa. Che certi amori non finiscono. Si fermano. Quando si sono riaccese le luci — quelle vere, non quelle del film — mi sono reso conto che non avevo preso quasi nessun appunto. Avevo scritto due parole, forse tre, e per il resto avevo semplicemente guardato.
Mi è sembrato, in un certo senso, il modo più onesto di ascoltare quella musica.
Ettore Scandolera