Storia di un bambino capriccioso
di Nicola Giaquinto - 26 Dicembre 2025
L’Enfant et le Sortilèges di Maurice Ravel
Questione di età
La nostra mente non è un’enciclopedia di ricordi sempre pronta ad essere consultata, non tutti i nostri ricordi sono indelebili.
Si tratta di primordiale inclinazione umana… né tu né io siamo programmati per processare più di una manciata di informazioni al secondo, e spesso quelle poche che riusciamo a incassare ci scivolano di dosso a fine giornata. Il cervello è furbo, filtra ciò che ritiene superfluo per sopravvivere all’overload quotidiano. E così i ricordi pian piano impallidiscono, in balia dello Stige sensoriale che chiamiamo “vita di tutti i giorni”.
Esiste una parentesi di tempo che sembra, però, a prova di sbiadimento. Una pittura rupestre di ricordi chiamata infanzia, sulla quale i colori delle nostre emozioni vissute rimangono accesi come delle istantanee, completamente ignoranti il passaggio del tempo. Quell’odore di libertà misto a salsedine del primo giorno d’estate, l’euforia nel giocare a nascondino con gli amichetti al parco dietro casa, la paura di dire a mamma o a papà che avevamo preso un brutto voto a scuola… tutti archetipi emotivi, calore dei quali a stento riusciamo a replicare nella frenesia nella vita adulta. Una magia riservata ai bambini.

Il modo in cui assorbiamo dati e l’ingenuità con cui elaboriamo le nostre emozioni da piccoli è da tempo ormai oggetto di studio scientifico, nonché grandissima fonte di ispirazione in campo artistico. L’esempio musicale più particolare è senza dubbio Kinderszenen; celebre suite per pianoforte Schumanniana nella quale il compositore riesce, attraverso le proprie note, a immedesimarsi nei panni di un bambino, descrivendo in tredici piccoli quadri le meraviglie e i timori di un viaggio fatto di scenari e personaggi che vivono e respirano quel candore e quella purezza di spirito che Schumann tanto inseguiva nelle sue opere.
La lista di compositori che si sono dedicati a questo genere di letteratura musicale non è di certo esigua, ma la tendenza è quasi sempre quella di scrivere musica “da bambini, per bambini”. Fiumi di inchiostro dove una narrazione di tipo fantastico e infantilistico non è altro che una maschera celante quello che in verità è un fine didattico, qualcosa volto a facilitare l’apprendimento di uno strumento o l’avvicinamento ad un certo genere musicale.
Pochi, come Schumann, sono riusciti a calarsi nella dimensione più profonda dell’infanzia… a diventare bambini per poi riemergere e raccontare a noi ascoltatori – adulti presumibilmente capaci di razionalizzare qualsiasi cosa – che suono ha la musica quando i freni della nostra fantasia non sono ancora del tutto rodati. Primo fra tutti, Maurice Ravel.
Tonton Maurice et ses ouvres
Il temperamento e le attitudini sociali del compositore più importante di Francia sono aspetti più che documentati.
Svariati i giudizi di critici arrivisti che descrivono Ravel come una persona raffinata e misteriosa, un uomo capace di far pendere chiunque dalle proprie labbra armate di cinismo aguzzo – quest’ultimo sempre ben celato dai suoi modi di fare nobiliari e dalle fantasie disparate delle sue cravatte – ma ben meno sono le persone davanti alle quali il dandy ebbe il coraggio di presentarsi come il semplice uomo che era.
Sono proprio le testimonianze dei suoi parenti e più cari amici che ci portano davanti ad una persona dalla sensibilità unica, un piccolo uomo affezionato ai gatti, bambini e molto più incline a preoccuparsi della salute del suo piccolo giardino giapponese che dei titoli sensazionalisti delle testate giornalistiche più in di Parigi. Édouard Ravel descrive con simpatia la particolare affinità che Maurice aveva con i suoi nipotini – i quali affettuosamente lo chiamavano “tonton” (zietto, in francese) – notando come ad ognuna delle sue numerose visite, il fratello sembrasse trovarsi molto più a suo agio nel mondo dei bambini, immerso in una dimensione parallela dove, almeno per un po’, poteva appendere al muro tutta la gravosità della sua vita adulta.

In termini strettamente musicali, moltissime delle opere di Ravel sono costernate di elementi fiabeschi o, in qualche modo, presentanti una certa narrazione fantastica. Ascoltando le primissime composizioni è possibile osservare come già all’epoca il particolare linguaggio armonico raveliano si dimostri estremamente plastico nell’evocare paesaggi suggestivi; dal castello immaginario dove il fantasma di una povera infante défunte balla a ritmo di Pavana, ai più sconfinati promontori asiatici di Shéhérazade.
Le potenzialità espressive di un’opera basata su una fiaba non erano da ignorare per Ravel, il quale già dal 1898, appena ventitreenne, provò a cimentarsi nella scrittura di Olympia; pagina del compositore poi mai portata a termine, ispirata all’omonimo automa presente nel racconto “L’uomo della Sabbia” di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann. Il primo esempio riuscito fu senza dubbio la celeberrima suite Ma mère l’Oye, dedicata Mimie e Jean Godebski.
Già nel 1910, anno della pubblicazione, Ravel si era affermato come compositore sopraffino e aveva manifestato il suo interesse per temi figurativamente aspri e occasionalmente macabri, come quelli che tratta in Daphnis et Chloé o Gaspard de la Nuit. Qualora supponessimo un rapporto di proporzionalità diretta fra difficoltà tecnico-espressive di un brano e i temi in esso trattati, non sorprende come la scelta compositiva sia stata in Ma mère l’Oye quella di semplificare il linguaggio melodico e armonico. Per quanto ben più famoso ed eseguito oggi, Ma mère l’Oye non fu che l’entrée di un tema che Ravel non smise mai di esplorare e che portò a frutto ultimamente nel 1925 con l’ultima sua opera, l’Enfant et les Sortilèges.
Impresari, librettisti e bombe
Il giovane Ravel si era affermato come compositore di musica da camera e pianista in un primo decennio del XX secolo dove l’opera era spesso più vista come rampa di lancio.
Fu anche per questo motivo che si cimentò, anche un po’ controvoglia, nella scrittura de l’Heure Espagnole (1907), un’opera volutamente provocativa e reazionaria, dove Ravel, sfruttando la fame un po’ superficiale che il pubblico parigino aveva per tutto ciò che trasudava multiculturalismo, critica sia la serietà della grand opera francese e la frivolezza dell’opera comique, giocando pur sempre in casa e partendo da un tema che gli dava modo di esplorare direttamente le sue origini basche.
L’Enfant et les Sortilèges ebbe una gestazione diversa e ben più significativa.
Il 25 novembre 1913 vennero date le redini dell’Opéra Garnier a Jacques Rouché, impresario di chiara fama nonché una delle figure più importanti per la vita culturale di Parigi. Il rapporto fra Rouché e Ravel era contornato da una stima reciproca, l’impresario riconosceva la magnitudo del giovane compositore e il giovane compositore, a sua volta, gli era riconoscente per la costanza con cui metteva in scena i suoi balletti come il prima citato Ma mère l’Oye.
La sfortunata parentesi della guerra mondiale frenò bruscamente la produzione dell’Opéra per un quinquennio, ma il seme di l’Enfant et les Sortilèges venne piantato poco prima del suo scoppio dalla librettista Colette, la quale convinse Rouché a lasciare il comparto musicale di questo piccolo racconto nelle mani del suo caro amico Maurice.
Dal punto di vista di un impresario, lavorare con un compositore noto per i suoi tempi di scrittura biblici non è sempre la scelta giusta, pur considerando la fama di quest’ultimo. Ravel non fu infatti la prima persona designata a intraprendere questo progetto, e nemmeno la seconda. Colette provò prima a discuterne con Paul Dukas, noto per la sua avversione alle collaborazioni, e chiese addirittura al giovane Igor Stravinsky, che quasi accettò, vista la somiglianza al suo Rossignol. Non è chiaro il motivo per cui Stravinsky non si prese carico del progetto, ma evidentemente questo portò all’eventuale ingaggio Ravel, il quale prese il libretto con sé al fronte e del quale si innamorò follemente. Una piccola oasi di ricordi e conforto in un mare di morte, trincee e bombe.
Una piccola oasi di ricordi e conforto in un mare di morte, trincee e bombe.
Il lavoro fu ovviamente lento, scrupoloso, non privo di ostacoli e occasionali attriti (specialmente fra Ravel e Diaghilev, al quale venne incaricata la coreografia), ma il 21 marzo 1925 – dopo quasi nove anni di stesura – l’Enfant et les Sortilèges vide finalmente le luci del Grand Théâtre de Monte Carlo e venne assordato dagli incessanti applausi del pubblico al suo interno.
La chanson de l’enfant
A differenza di Ma mère l’Oye, l’ormai maturo Ravel prende la decisione conscia di sfruttare il tema e i personaggi assurdi tipici dei libretti Colettiani per sperimentare con texture timbriche e linguaggi tonali ben più coraggiosi.
L’Enfant et les Sortilèges inizia con una cantilena modale – quasi ritualistica – di due oboi che, con un andamento di quinte parallele, introducono il canto in armonici al contrabbasso. La dimensione dell’assurdo è già resa evidente da questa prima scelta del compositore, il quale stravolge la solita gerarchia dell’orchestra attribuendo una melodia acutissima ad uno strumento dal timbro grave, solitamente volto al supporto armonico.
È in questo contesto tonale ambiguo che facciamo conoscenza del protagonista; un bambino che, chiuso nella propria camera, lamenta la sua svogliatezza nel fare i compiti, distratto dall’impulso di tirare la coda al gatto. Un leitmotiv di accordi di settima discendente introduce subito il personaggio della madre, la quale non si fa vedere, ma bensì ci mostra solo il proprio indice accusatorio, volto a rimproverare l’enfant per la sua pigrizia, punendolo con la reclusione in camera fino all’ora di cena.
La reazione del bambino è furiosa, come lo è a sua volta la scrittura orchestrale, ora limitata più ad impulsi ritmici di cluster che accompagnano perfettamente l’immagine di distruzione e di capriccio irrazionale. Egli è in preda ad un’ira sentita. Graffia, tira, spacca, rovescia tutto quello che gli capita sottomano.

Ed è proprio mentre si sta per lanciare di peso contro l’armadio che qualcosa cambia, un rantolo del controfagotto ci fa capire che gli oggetti appena danneggiati stanno prendendo vita.
La Luigi XV è la prima a lamentare i propri danni, seguita dal vecchio orologio di nonno. Come ha potuto infliggere loro così tanto dolore?Musicalmente ci si distacca ancora di più dalla tonalità, a favore di un cromatismo che rispecchia lo stato d’animo (giustamente) confuso del bambino.
Si susseguono una sfilza di personaggi tragici e comici: le due teiere che minacciano la loro vendetta a suon di melodie pentatoniche, il fuoco del camino che lo ammonisce per non essere stato bravo, i pastorelli e le pastorelle disegnati sulla carta da parati, che piangono con una piccola marcia funebre tamburellata la scomparsa di alcuni dei propri fratelli, strappati via dalle unghie dell’accusato. Il bambino comincia a vacillare quando la principessa del suo libro preferito esce dalle pagine e, in una pagina quasi pucciniana, lo condanna al pentimento, facendogli valutare la conseguenza del suo atto vandalico.
Il primo “atto” de L’Enfant et les Sortilèges viene bruscamente interrotto dall’aritmetica, un piccolo ometto che lo bombarda di numeri e interrogazioni dai ritmi e armonie stravinskiane.
A portare la scena all’esterno è il gatto, il quale si cimenta in un duetto a dir poco particolare a suon di “miaoux” glissati, ricongiungendosi con un’altra gatta nel cuore della notte e abbandonando il padrone che poco prima gli aveva tirato la coda. L’azione che avviene all’esterno della camera, nel giardino davanti alla finestra, ha una prevalenza di personaggi più organici o comunemente accettati come protagonisti di fiabe, perlopiù animali parlanti.
Di conseguenza, la musica si fa a sua volta più organica. Ravel riesce a fare di ogni suono una cellula di un organismo vivo, un ecosistema di strumenti che respira nel cuore della notte.
Sono proprio questi animali a processare ulteriormente il bambino a suon di melodie arcaiche e di silenzi accusatori.
Il povero albero gli fa notare i graffi inflittigli il giorno prima, la libellula gli fa ammettere di aver trafitto la sua compagna con uno spillo al muro, il pipistrello lo accusa di aver ucciso la madre dei suoi figli. La rabbia degli animali è così grande, che essi decidono in coro di scagliarsi contro il loro piccolo carnefice, finché, nella commozione del momento, un piccolo scoiattolo viene ferito alla zampa.
È in questo momento che il bambino, ormai estraniato dalle sue azioni precedenti e commosso dall’empatia che gli animali provano reciprocamente, gli benda il trauma con una garza. Questo gesto convince gli animali del fatto che egli ormai è cambiato, è riuscito attraverso il dolore a capire l’importanza della morale e della compassione.
In coro, gli animali cantano Il est bon, l’enfant, il est sage, bien sage, mentre l’enfant spalanca le braccia e pronuncia l’unica parola per la quale ha abbastanza fiato: maman.
Con l’Enfant et les Sortilèges, Ravel non ci narra solo la storia della redenzione di un bambino qualunque, in puro stile fiabesco. Pone l’ascoltatore davanti alla propria dimensione infantile. Le scelte di suoni, armonie e linee melodiche possono spesso sembrare controintuitive, ma è proprio obiettivo del compositore quello di farci regredire brevemente in quella brevissima parentesi della nostra vita in cui tutti i suoni erano nuovi, tutti i colori erano accesi e tutto ci sorprendeva.
