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Il tramonto pianistico di Sergei Rachmaninov – Variazioni su un tema di Corelli

di Nicola Giaquinto - 23 Giugno 2024

Per quanto oggi ricordato come uno dei musicisti più influenti della prima metà del Novecento, nonché artefice di quei brani radiosi tuttora capaci di far sognare l’esigente pubblico di Carnegie Hall allo stesso modo di Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza, l’esistenza di Sergei Rachmaninov fu sempre recinta da un miasma di malinconia e ondate di forte depressione. Questo corrosivo e intrinseco malessere, oltre alla probabile natura clinica, fu dovuto ad una serie di smacchi su più fronti della sua vita professionale e familiare.

Membro di un’aristocrazia ormai arrugginita, il giovane e cagionevole Rachmaninov sopravvisse a molti dei membri della sua famiglia e provò sulla propria pelle la maledizione dell’enfant prodige, ricordato e adulato a Mosca più per le sue capacità tecniche come pianista che per le sue esplorazioni armoniche da giovane compositore.

Nonostante – durante la sua maturità e dopo essersi effettivamente fatto un nome nei circoli dell’alta società – alcune delle sue opere siano effettivamente riuscite a scalfire l’aspra critica del pubblico russo, la natura sporadica di questi paradossali successi non fu del calibro necessario per garantire al compositore la possibilità di sostenersi senza intraprendere altri lavori ben meno gratificanti. Questo costrinse Rachmaninov, come molti musicisti prima e dopo di lui, ad una diaspora all’insegna della perenne e cieca ricerca di prospettive di vita migliori in vari paesi, nella speranza di coronare un giorno il sogno di tornare vittorioso in terra natia fino alla fine dei suoi giorni.

Tuttavia, la crescente tensione politica russa e la conseguente Rivoluzione di Ottobre seppellirono completamente qualsiasi speranza da parte del compositore, il quale si vide deprivato di ogni possedimento terreno e in un pericolo di vita mai stato così tangibile.

Fu così che, il 22 dicembre 1917 presso la stazione ferroviaria di San Pietroburgo, Sergei Rachmaninov, accompagnato dalla moglie e dalle due figlie, salì sull’ultimo treno per Helsinki, consapevole che questa sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe toccato il suolo della patria che tanto aveva cercato di sentire propria. Dopo una breve tournée scandinava e la triste consapevolezza che il compositore non sarebbe riuscito a sostenersi a colpi di penna, un fortuito ingaggio portò la famiglia Rachmaninov a stabilirsi in pianta stabile negli Stati Uniti, all’epoca considerata la nuova Mecca della musica.

La notizia dell’arrivo dello zar del pianoforte nel nuovo continente scatenò un vero e proprio sisma: il grande pianista russo Sergei Rachmaninov si ritrovò ad avere concerti programmati con addirittura tre anni di anticipo, cosa che finalmente gli permise di tirare un respiro di sollievo dal punto di vista economico. Per quanto, però, una vita agiata nella città di New York con tanto di chef privato e chauffeur possa essere emblema del tanto lodato American Dream, la forzata emigrazione e l’incapacità di integrarsi in una nuova terra così diversa dalla propria andò sempre di traverso al compositore, il quale involontariamente cadde vittima di uno Star System che, come era già purtroppo abituato, lo osannava solo per le sue capacità di showman allo strumento.

Negli anni ’20 la fama del pianista russo divenne di proporzioni titaniche, egli si vide costretto a dover sviluppare la tempra olimpica necessaria per affrontare maratone di più di venti concerti al mese, cosa che gli lasciò ben poche energie per dedicarsi a quella che riteneva la sua vera attività di compositore.

Negli anni ’20 la fama del pianista russo divenne di proporzioni titaniche, egli si vide costretto a dover sviluppare la tempra olimpica necessaria per affrontare maratone di più di venti concerti al mese, cosa che gli lasciò ben poche energie per dedicarsi a quella che riteneva la sua vera attività di compositore.

Consapevole del fatto che due decenni negli Stati Uniti gli erano costati patria e una grande fetta di anima, Rachmaninov decise finalmente di porre fine alla sua vita da artista circense e acquistò una villa sul lago di Lucerna, dove – dal 1930 in avanti – spese tutte le sue estati all’insegna della scrittura e delle regate assieme ai suoi nipoti.

Dopo una parentesi di sterilità creativa di quasi un quarto di secolo il compositore riuscì finalmente a mettere nero su bianco idee covate a lungo, le quali però non risultarono essere trepidanti dichiarazioni di sollevata felicità, bensì riflessioni malinconiche di un uomo ormai sciupato, così vicino ma allo stesso tempo lontano da quella che un tempo chiamava “casa”.

Le Variazioni su un tema di Corelli, Op. 42 furono maledetto frutto, assieme ad altre cinque composizioni, di questo triste ma rivelatore specchio sull’anima dell’ultimo Rachmaninov, il quale si spense a Beverly Hills nel marzo del 1943.

Manifesto di un’ossessione

Il 27 Maggio 1931 Sergei Rachmaninov, appena sbarcato in Europa, varca la soglia della sua residenza provvisoria a Clairefontaine-en-Yvelines e, non appena poggiati i suoi effetti, si fionda – con un impeto compositivo da quindici anni in attesa di riscatto – nel suo studio finemente decorato à la russe per dedicarsi a quella che sarà la sua ultima opera per pianoforte solo.

Viveva ancora in Russia quando, nel 1916, pubblicò ed eseguì i suoi Études-Tableaux, Op. 39, ultima opera scritta prima del forzato esodo e prezioso testamento di un nuovo linguaggio pianistico nella fase più embrionale, pieno di cromatismi funerei, frasi sincopate e contrappunti celati sotto vortici di note e accordi… un mondo di distanza dalle dolci declamazioni del Secondo Concerto Op. 18, il quale lo aveva – suo malgrado – etichettato come un melodista di prima classe.

Dopo quella che gli era sembrata una vita intera all’insegna del concertismo da arena e dopo essersi già dedicato alla scrittura di un quarto fallimentare concerto per pianoforte (Op. 40), Rachmaninov decide di dare voce ad un tema universalmente conosciuto: La Follia. Il celeberrimo motivo – erroneamente attribuito ad Arcangelo Corelli – è in realtà una melodia popolare portoghese risalente al quindicesimo secolo, sottofondo alla triste storia di un pastore che, per far fronte all’immenso dolore provocatogli dal rifiuto della sua amata, si toglie la vita gettandosi da una falesia.

La malinconia è, ovviamente, il sentimento generale che contorna tutte le composizioni che radicano la propria ossatura intorno a questo tema, fra le quali la Rapsodia Spagnola S.254 di Liszt – cavallo di battaglia del pianista russo in molti dei suoi concerti – e la stessa Sonata per Violino Op. 5 No. 12 di Corelli, ascoltata da Rachmaninov nell’esecuzione del suo amico Fritz Kreisler, dedicatario stesso delle Variazioni Op. 42.

L’unico punto di incontro fra l’opera del compositore russo e la sonata del maestro italiano è la tonalità condivisa di re minore, comunemente associata alla morte e più volte sfruttata da Rachmaninov – il quale ne era da sempre ossessionato – per composizioni di alto calibro come il celeberrimo Terzo Concerto Op. 30.

La stabilità e la sobrietà del linguaggio ritmico e armonico tipicamente barocco del tema vengono subito destabilizzati, nella prima variazione, da una linea del basso che goffamente sembra inciampare e arrancare al di sotto della melodia, la quale procede regolarmente su ogni battere sovvertendo così la classica gerarchia dettata dalle regole della composizione. Un lieve aroma russo e una grande sensazione di incertezza permeano le successive tre variazioni con un cromatismo che lentamente si comincia ad infiltrarsi nel tessuto armonico in modo virale, prima nella linea del basso, poi sotto forma di veloci abbellimenti.

Rachmaninov fa poi esplodere la quinta variazione a suon di colpi di cannone, destabilizzando lo schema ritmico di ogni battuta e sfruttando le terzine per condurre alla successiva sesta variazione, uno scherzo in stile Mendelssohniano. La settima variazione chiude questa prima parentesi virtuosistica con un fortissimo re basso in tre ottave che, a modo di campana, fa da tappeto al tumultuoso ciclone di note che inevitabilmente collassa sopra un fatale accordo di re minore.

Munita d’indicazione “Adagio Misterioso”, l’ottava variazione sembra vagare ciecamente alla ricerca della tonalità appena lasciata alle spalle. La melodia, pur seguendo lo scheletro armonico del tema perfettamente, cerca faticosamente di liberarsi da un cromatismo terzinato quasi appiccicoso, fino all’inizio della nona variazione, dove il basso comincia a gravitare verso la tonalità di re bemolle maggiore, destabilizzando l’intero comparto tonale.

All’interno della decima variazione Rachmaninov rende simpatico omaggio al brillante stile di Art Tatum, pianista jazz afroamericano dalla tecnica infallibile al quale ebbe fortuna di assistere dal vivo nei club di Harlem… e dalle doti del quale confessò addirittura di sentirsi intimidito.

L’aspetto scherzoso delle variazioni procede anche nell’undicesima con vigore un po’ più martellante e si chiude nella dodicesima in quello che pare un omaggio al suo primissimo Étude-Tableau Op. 33 No.1, dai bassi ruggenti e andamento vagamente tartaro.

Con un ingegnoso e balzante schema ritmico in tempo ternario, la tredicesima variazione – con fare zoppicante e sfiatato – cerca di riportare il tema ad un ricordo di normalità, ma invano conduce ad un intermezzo che tanto ricorda i recitativi contornati da arpeggi delle Rapsodie Ungheresi di Liszt.

Al terminare di questi primi quattordici episodi si conclude quello che potrebbe essere considerato una sorta di primo movimento di questa composizione sorprendentemente organica, il quale lascia spazio ad una piccola finestra di speranza sotto forma di due dolcissime variazioni in re bemolle maggiore, un corale dalle armonie in pieno stile Rachmaninov e una cantilena dalla tenerezza quasi sintetica, a rispecchiare lo stato d’animo totalmente rassegnato di un uomo che a stento cerca di ricordare quella scarsa manciata di momenti di vera felicità vissuti.

Il rapporto che il compositore russo – sin dall’inizio della sua carriera già estremamente autocritico del proprio operato – ebbe con quel pubblico che in fin dei conti gli procurò così tanta fama e una vita più che agiata fu sempre ambiguo, come del resto il rapporto con la sua patria, così matrigna e mai gratificante nei suoi confronti… eppur tanto amata.

La sedicesima variazione pone fine a questo brevissimo sogno febbrile a suon di trombe e tamburi di guerra, mentre la diciassettesima ancora prova a riaddormentarsi per tornare a fantasticare di nuovo sulla melodia di quel passato ormai sparito, ora bruscamente disturbata da una ben meno elegante fanfara nel basso.

Dalla diciottesima variazione in avanti il vero e proprio finale ha inizio, la fatidica tonalità di re minore è ormai inevitabile ed un caotico susseguirsi di cromatismi conduce all’esplosivo concatenamento di ottave della ventesima variazione, la quale – per un’ultima volta – brutalmente seppellisce ogni speranza, percuotendo quasi a morte la nota re nel registro grave.

La coda del brano pare quasi un’allucinazione, un’annebbiata melodia nel registro più acuto del pianoforte cerca disperatamente di spiccare il volo come un uccello le quali ali sono appesantite dalla viscosa melma armonica del basso e alla fine, dopo una breve e disillusa sosta sull’accordo di re maggiore, le ultime quattro battute riconducono al tema iniziale, questa volta in un fa maggiore deformato e corrotto da una serie di cromatismi che, fiaccamente, si accasciano sul tanto temuto e conclusivo accordo di re minore finale.

La prima esecuzione delle Variazoni su un tema di Corelli ebbe luogo a Montreal il 12 ottobre del 1931 e ricevette opinioni alquanto contrastanti. Rachmaninov stesso raccontò per via epistolare al suo amico e confidente Nikolai Medtner che egli era solito tagliare fuori delle variazioni intere durante l’esecuzione in concerto, intimorito dagli echi di tosse crescenti nel buio della platea, per lui sintomo di disinteresse generale. Il rapporto che il compositore russo – sin dall’inizio della sua carriera già estremamente autocritico del proprio operato – ebbe con quel pubblico che in fin dei conti gli procurò così tanta fama e una vita più che agiata fu sempre ambiguo, come del resto il rapporto con la sua patria, così matrigna e mai gratificante nei suoi confronti… eppur tanto amata.

La malinconia e il forte sentimento non appartenenza sono sempre stati pilastri della musica di Sergei Rachmaninov sino alla fine nella sua lunga carriera, la quale, come il finale delle Variazioni su un tema di Corelli, implose nel silenzio assieme a tutte le sue strozzate speranze di vivere come avrebbe sempre voluto.

Nicola Giaquinto

Autore

Sammarinese e pianista per scherzo del destino. Appassionato di musica francese, cucina e neuroscienze… tutte cose che col passare del tempo mi stanno rendendo sempre più radical chic e incapace di intrattenere rapporti umani.

I miei successi più grandi sono aver imparato l’opera omnia di Ravel e aver preparato la piadina senza glutine.

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