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Il Reate fa centro in Atlantide

di Redazione - 18 Dicembre 2023

È davvero un incastro felice, a match made in heaven, si direbbe, quello trovato dal Reate Festival nella produzione de L’Imperatore di Atlantide, messo in scena a Rieti e a Roma.

Quinte Parallele era presente alla prima romana del Teatro Palladium, alla Garbatella, la sera del giorno dell’Immacolata, con un clima da ottobrata capitolina che si rifiuta di evaporare. Primo indizio: il toponimo di questo quartiere, che sembra derivare dalla cortesia di un’ostessa, evoca in molti romani innanzitutto un luogo dell’anima, una attitudine, rispecchiata nelle architetture del circondario, popolari ma “gentili”; un senso di comunità che accoglie chi vie’ da fòri. Allo stesso modo, Atlantide è una collocazione ideale, che Ullman sceglie per rappresentare la triste temperie dell’epoca che gli è toccato in sorte di attraversare. Sceglie altresì di alludere al teutonico Über Alles nel nome del protagonista, Overall, attuando una mimesi tramite la lingua inglese; e battezza quest’ultimo, dittatore grottesco, come contraltare della Morte, costretta, relegata in uno stato di inefficacia, ripagata (con gli interessi) dal dialogo con un Arlecchino foriero di una filosofia forte nel proprio disincanto.

Viktor, entrato nel campo quarantaduenne, anche da prigioniero sfrutta i suoi talenti, esercita come pianista, direttore, scrive di musica. E compone, rispondendo in modo graffiante, sagace e colto allo sfregio di quel cartello all’ingresso, Arbeit Macht Frei.

Veniamo dunque alle scelte del Reate: la sapiente regia di Cesare Scarton, avvalendosi delle scene di Michele Della Cioppa e della motion graphics assai incisiva di Flaviano Pizzardi, ci ha portati in una Atlantide che a noi ha rammentato la Zion dei Zachowsky nel primo capitolo di The Matrix – un mix tra iconografia futurista e modernariato industriale. L’intuizione di Anna Biagiotti (che ha firmato i costumi) ha contribuito ucronicamente alla credibilità, vestendo (tra l’altro) l’Arlecchino-filosofo in pigiama a righe e stella gialla, monito prezioso contro l’antisemitismo; vorremmo non ce ne fosse più bisogno, ma tristemente non è così. Appassionati e conoscitori lo sanno bene, ma giova ricordare che Viktor Ullman, ebreo austriaco di origini slesiane, aveva composto L’abdicazione della Morte (locuzione che completa il titolo de L’Imperatore) da internato nel campo di concentramento di Theresienstadt. Ha scelto di sferzare prevaricazione, odio, pregiudizio, violenza e guerra con la frusta dell’ironia e del gusto compositivo, dosato con acutezza sorprendente (nella divisione delle parti orchestrali), anche in considerazione della situazione non certo ideale per un compositore; si dice che i ritmi e i modi di vita a Theresienstadt fossero più tollerabili rispetto ai più noti teatri dell’orrore nazifascista, ma la privazione della libertà per motivi odiosi non costituisce  – almeno nella percezione comune – una posizione privilegiata per creare. Invece Viktor, entrato nel campo quarantaduenne, anche da prigioniero sfrutta i suoi talenti, esercita come pianista, direttore, scrive di musica. E compone, rispondendo in modo graffiante, sagace e colto allo sfregio di quel cartello all’ingresso, Arbeit Macht Frei. Da Theresienstadt esce dopo due anni, per essere trasferito ad Auschwitz; dopo due giorni, il percorso artistico di Ullman viene terminato, soluzione finale di un aguzzino mediocre e qualsiasi, che aveva scelto di seguire un ordine. Tutt’altra pasta, rispetto alle nevrosi della morte abdicante (e alla fine salvifica) che Viktor aveva dipinto quasi come un Woody Allen ante litteram.

Tornando al bel lavoro del Reate, annotiamo altresì la scelta di una rappresentazione con il libretto di Petr Klein tradotto in italiano (con il rigore, la capacità di osare e il rispetto dei grandi traduttori), che appare quasi una metacitazione dei camuffamenti linguistici dello stesso Ullman; inoltre, ha contribuito a facilitare la comprensione dell’opera, a godersi trama e contorno senza dover contare esclusivamente sui sopratitoli, pur garbati e puntuali; intellegibilità garantita anche da ottime dizione e messa in voce dei cantanti, nessuno escluso.

Gli interpreti si sono misurati con una scrittura non semplice, tipica del periodo e quasi antesignana delle grandi colonne sonore. Il cast la porta a casa, con disinvoltura e grazia, ciascuno per propria parte facendosi carico delle sfumature del personaggio. Tanti gli applausi per tutti i cantanti, per l’insofferente rassegnazione della Morte e l’inaspettato eroismo di Overall, dapprima capriccioso; per l’inno alla forza trasformativa dell’Amore, che trova il modo di sbocciare fra mille minacce, cantato a duetto dal non più bisbetico tiranno e la Ragazza. Non ce lo avete chiesto, ma il nostro cuore ha battuto (senza nulla togliere agli altri) in modo speciale per le donne, la grazia (si diceva sopra) precisa e quasi eterea del soprano e la determinazione del Tamburo (eccellente mezzo), squillante e ricco di colori.

Con la complicità della validissima orchestra di Roma Tre, la direzione di Sieva Borzak è riuscita a tenere insieme rigore e ironia, dramma e grottesco, e una orchestrazione originale (una nota sulla presenza in organico di chitarra classica e – addirittura – banjo); un direttore di cui preferiamo omettere il riferimento alla giovane età, perché quella passa, e il talento – evidente – si spera cresca ancora.

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