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Giuseppe Verdi, il giocatore

di Marco Surace - 15 Gennaio 2023

La rubrica “Il musicista e il giocatore” è nata per approfondire la vita dei grandi musicisti della storia al di là della loro attività musicale. Nella prima puntata vi abbiamo raccontato gli hobby e gli interessi quotidiani di quel genietto di Wolfgang Amadeus Mozart.

Amadeus non si tirava mai indietro quando si trattava di giocare e, tra i suoi passatempi preferiti, c’era il biliardo. Il fascino di questo gioco, qualche decennio più in là, catturerà l’attenzione di un altro grande musicista: Giuseppe Verdi.

Il Cigno di Busseto è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi operisti della storia: capolavori come La traviata, Aida, Rigoletto, Il trovatore, Falstaff (e tanti altri), sono ancora oggi molto conosciuti ed eseguiti in tutto il mondo. Ma anche la sua produzione sacra (il Requiem e i Quattro pezzi sacri) e cameristica (le Romanze e il Quartetto d’archi in mi minore), sebbene meno diffusa, è veramente pregevole e meritevole di maggiore attenzione.

Così come merita attenzione il racconto della vita quotidiana di Verdi, che sin dall’infanzia fu piena di musica: quella della chiesa che risuonava per le feste religiose, i matrimoni e i funerali; quella profana in occasione dei festeggiamenti per battesimi, feste dei santi e fiere, perlopiù offerta da musicisti itineranti e da gruppi di dilettanti durante le cene comunitarie; quella delle sere d’estate, che non potevano che concludersi con i balli. E il giovane Giuseppe iniziò presto a mostrare le sue doti musicali, mentre pare non fosse molto socievole: veniva visto dai suoi compagni d’infanzia come diffidente e reticente, non amava i giochi rumorosi e spesso preferiva stava a casa e trascorrere il tempo con la sua amata sorella Giuseppa, la sua migliore amica d’infanzia.

Non c’è da sorprendersi allora, a proposito di giochi non rumorosi e di attività casalinghe, che a Verdi piacesse così tanto il gioco del biliardo! Succedeva spesso che la sera, nella sua dimora di Villa Sant’Agata, egli ospitasse amici con i quali poteva conversare amabilmente mentre si faceva una partita al suo gioco preferito.

Ne troviamo testimonianza nella lettera che Verdi inviò all’amico avvocato Giuseppe Piroli in data 5 settembre 1884, nella quale viene nominata anche Giuseppina Strepponi, seconda moglie del compositore oltre che famoso soprano dell’epoca

“aggiungo […] che saressimo ben felici di vedervi a di giuocare una partita a briscola colla Peppina, ed una al bigliardo con me”

e in quella che l’amico scultore Vincenzo Luccardi gli scrisse il 15 maggio 1865, nella quale egli scherzosamente si appella come “il gran Ramella” (probabilmente famoso all’epoca per essere un eccellente giocatore di biliardo):

“[…] desidero fare una scapatina drito drito da Roma a S. Agata, e da S. Agata a Roma per fare una dozzina di partite al Bigliardo con grande impegno ma temo ch’io andrò per le peste essendo fuori d’esercizio, mentre tu col medesimo acquistasti valore, però sarò, in teoria, sempre il gran Ramella del circondario, e prego la Gentilissima Signora Peppina di non ritirare il suo favore e compatimento, in tal caso, al Sior Ramella”

Capiamo dunque che Verdi era veramente un appassionato del biliardo, tant’è che nell’inverno del 1866 decise di comprare un altro tavolo per la sua residenza genovese, il Palazzo Sauli, nel quartiere di Carignano. Di questo suo acquisto abbiamo dettagli molto specifici, riportati nella lettera scritta dal compositore al suo amico giornalista Opprandino Arrivabene l’11 aprile del 1868:

“Il mio bigliardo non ha nulla di straordinario, ma è un buon bigliardo. È come quello che tu hai visto a Sant’Agata se vi eccettui che questo ha nel legno un po’ più di travaglio, forse per farmi pagare 200 franchi in più. Ha sei gambe solide, piuttosto larghe e tozze ma ben lavorate; è lungo (internamente da una sponda all’altra) m. 3, largo 1.47. Ha i bronzi alle sei buche: ha 8 biglie, cinque per la carolina, tre pel casino, due delle quali piuttosto grosse: 18 stecche in diversi pezzi e buone; 3 stecche lunghe e tutti gli arnesi per collocare le stecche, notare i punti, cassetto per le biglie, gesso, birilli etc. Il bigliardo è di noce con alcune intarsiature di legno giallastro, credo op- pio. La forma è solida, ma molto più elegante di quelle brutte barcacce che si fanno a Torino. Il fabbricatore è Della Chiesa di Milano. Il bigliardo di S. Agata costa, compreso il trasporto fino a Borgo S. Donnino anche del lavorante che venne a montarlo, lire 1260. Si garantisce per un anno e prima che scada ritorna il lavorante, leva le sponde e il panno, stringe le viti del tavolato, rimette tutto come prima e non se ne parla più. Buona riuscita ha fatto quello di S. Agata, e sarà così anche di questo certamente.”

Anche sulla base di ciò che abbiamo detto all’inizio, ci immaginiamo Verdi come un tipo riservato, forse non particolarmente affabile, ma che desiderava intrattenere relazioni sincere. Se è vero che, come abbiamo visto, aveva dei cari amici con cui condividere la sua passione per il biliardo (e giocare ad altri giochi di cui tra poco parleremo), non bisogna dimenticarsi che tra i suoi affetti più importanti c’erano i suoi cani. In una divertente lettera dell’agosto del 1865, il cui scrivente è il suo fedele Black e il destinatario è Ron Ron, cane di Arrivabene. Dopo aver rimproverato il suo amico a quattro zampe, “il fratello dilettissimo”, per non esserlo andato a trovare, Black parla della sua vita con il padron Giuseppe:

“Il mio maggiordomo, segretario factotum, quello dei rampini [le note], non mi fa mancare nulla, gli amaretti continuano a piovermi in bocca, i grossi ossi sono per me, la zuppa pronta al mio risvegliarmi, tutta la casa a mia disposizione, ed ora che il caldo è soffocante, io cambio appartamento e letto ad ogni momento e guai a chi mi tocca”.


L’amicizia tra Giuseppe e i suoi fedeli animali fu senza dubbio profonda, ma una cosa è evidente: con loro non poteva certo giocare a tressette, briscola e scopone!
Anche le carte, infatti, occupavano un posto d’onore tra i passatempi di Verdi e anzi, me lo immagino intento a leggere il libretto di Francesco Maria Piave, contento di mettere in musica, all’interno de La traviata, anche una Scena del gioco (Atto secondo, scena XII), quella in cui “la sorte è tutta per Alfredo”, che vince a carte contro il barone Douphol.

Ma qual era il suo gioco di carte preferito?
E quale curioso aneddoto lo lega, invece, al gioco degli scacchi?

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