Ultimo aggiornamento27 maggio 2024, alle 19:02

Revelge di Gustav Mahler: la leggenda del “risveglio”

di Adele Boghetich - 22 Febbraio 2021

Su testo tratto da un antico canto di tradizione orale tra i più suggestivi del Des Knaben Wunderhorn letterario, il Lied Revelge [Sveglia militare] fu composto da Mahler nel luglio 1899 fuori dalla raccolta musicale dei Wunderhornlieder per essere pubblicato solo più tardi (1905) nei Sieben letzte Lieder, gli ultimi sette Lieder dal carattere autonomo, con Tamboursgesell e i cinque Rückert-Lieder.

Un crescendo di spettrali visioni, scandite dal ritmo serrato del racconto, evoca in Revelge la leggenda antica dei soldati caduti di giorno e risorti di notte per terminare in macabro incantesimo la loro battaglia; leggenda ripresa dai fratelli Grimm nelle Deutsche Sagen (n. 328: Tote aus den Gräben wehren dem Feind) e da Goethe nel Faust (Sui contrafforti, IV atto). Goethe stesso, dedicatario del Wunderhorn letterario, giudicò la lirica «di inestimabile valore per chi abbia una fantasia in grado di apprezzarla».

Sortilegio, allucinazione, potere di forze occulte… e Mahler, “uomo faustiano”, come Goethe fa rivivere la leggenda in clangori di fanfare, di demonici appelli, come una delirante ballata della disfatta:

Al mattino, fra le tre e le quattro, noi soldati dobbiamo marciare su e giù per il vicolo, tralalì, tralaley, tralalera, e il mio tesoro guarda giù! -“Ah, fratello, mi hanno ferito gravemente! Portami via! – “Non posso! I nemici ci hanno sconfitto! E io devo marciare fino alla morte. Devo rullare il mio tamburo, altrimenti per me sarà la fine, tralalì, tralaley, tralalà”. I soldati giacciono ammucchiati come messi falciate. Egli rulla su e giù il tamburo, e risveglia i silenziosi fratelli, ed essi sconfiggono il nemico, tralalì, tralaley, tralaleralalà! Un gran terrore sconfigge il nemico!  Ed eccoli già di fronte all’accampamento. Nel vicolo è giorno e là giacciono ora le ossa, in fila e in riga, come lapidi. Il tamburo è lì davanti, perché lei possa vederlo! Tralalì, tralaley, tralalera!

In quei trallalì-tralalera, propri del Volkslied, l’antitesi tra il tragico e il grottesco per la sinistra rappresentazione di elementi estremi: ardimento e disperazione, risveglio e morte, pathos, panico e reminiscenze di un’infanzia scandita da rudi ritornelli di guarnigioni di confine tra Boemia e Moravia, che sfilano anonime ma ordinate, e così vanno a morire, in fila, in riga, come lapidi!  

Al ritmo di una marcia senza sosta (in partitura: Marschierend, in einem fort) le immagini del racconto scorrono in un’ampia prospettiva scenica di “piani sonori”, ricreati da contrasti tonali e modali. L’azione parte da lontano, dal “punto di fuga” dell’attacco in Re minore, per poi avvicinarsi sempre più all’ascoltatore modulando tra variegati passaggi armonici (Si b magg. – Sol min. – Sol magg. – Re magg.- Mi b min.) fino al Sol bemolle maggiore della macabra marcia, tra rulli di tamburi, segnali militari di corni e trombe, trilli dei legni. Tutto avviene ora in primo piano: armature e cadaveri, falciati come messi dal passaggio di Thanatos, riprendono vita in un lungo passaggio armonico fino all’armatura di chiave del La maggiore per poi allontanarsi, ripercorrendo a ritroso i piani prospettici tra sinistri richiami di oboe e sordi suoni di archi col legno, e ritornare all’originario “punto di fuga”, là nello stretto vicolo; quindi disporsi in arida geometria tra rulli di percussioni e nuovi miserevoli trallalì-trallalera, e morire.

Si chiude così, insieme con la verde brughiera di morte di Wo die schönen Trompeten blasen e l’oscuro corale funebre del misero tamburino di Der Tamboursgesell, il gruppo degli ultimi Lieder che Mahler trae dai testi del Wunderhorn letterario. Si chiude qui, con figure spettrali di un mondo “demonico” intriso di visioni che, nella violenza delle emozioni, già preannuncia le Sinfonie centrali ‘senza canto’ (Quinta, Sesta, Settima) e le loro terrifiche marce di morte.

Adele Boghetich  

Adele Boghetich è autrice del libro Gustav Mahler e il mondo incantato del Wunderhorn (2010).

tutti gli articoli di Adele Boghetich