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Diario dallo Chopin: Trasformazioni

di Alessandro Tommasi - 12 Ottobre 2021

Oggi comincio a scrivere il mio Diario dallo Chopin alle 22.30, così presto che quasi non ci credo. Ma per una volta abbiamo finito in tempo, sono riuscito a recuperare l’ultima concorrente da riascoltare in streaming mentre mangiavo e ora eccomi qui a scrivere. Torniamo con il taccuino a stamattina (e di pagine da voltare ce ne sono molte) e ripercorriamo tutti i concorrenti con ordine.

Oggi abbiamo un bel giro di italiani da affrontare, a partire proprio dalla prima pianista del mattino, Michelle Candotti. Si parte con la Fantasia op. 49, ben cominciata e ben preparata nei collegamenti tra sezioni. Questo aspetto della preparazione diventa però anche un limite. Negli arpeggi ascendenti dopo la marcia, Candotti insiste con fissità veramente eccessiva ad evidenziare un elemento tematico nella sinistra, sparato senza grazia e ripetuto svariate volte con pedanteria quasi da esercizio. Strano perché in realtà il resto della Fantasia va che è una meraviglia, con bel suono massicio e slancio. La vera gemma della prova della pianista livornese è però stata il Notturno op. 55 n. 1, ancora non sentito durante il Concorso e con mio sommo dolore, essendo il mio preferito di tutti e 21. Il carattere tenue e malnconico trovato da Candotti era veramente un guanto per questo notturno. Mi perdonerete se scendo nel poetico spiccio, ma ascoltandola suonare il Notturno mi è venuta con forza in mente l’immagine di un fiore incolore e inodore, solo e in disparte. La sezione centrale non ha mai aperto su una piena passionalità, ma è rimasta sempre nel desiderio soppresso, mentre la ripresa ha nuovamente riportato in quella solitaria desolazione che ho onestamente amato. Il resto della prova ha faticato ad eguagliare il Notturno. Il Valzer op. 18 avrebbe avuto necessità di un bel cambio di piglio per scrollarsi di dopo la sommessa malinconia del brano precedente. Per contro, la Polacca op. 44 ha sicuramente sfoggiato un bel suonone massiccio, ma a tratti fin troppo sparato, con una sinistra roboante e aggressiva che, pur apprezzando uno Chopin più nerboruto, ogni tanto forzava i limiti dello strumento (lo Steinway 479, per inciso).

Molto bravo il successivo Kai-Min Chang, anch’egli partito con la Fantasia op. 49, ma cambiando Steinway e passando al 300. Sulla Fantasia, più solida di Chang era stata Candotti, che più a colpo sicuro aveva ordinato i materiali del brano, per Chang un po’ ancora da ordinare drammaturgicamente. La caratteristica principale di Chang, però, è stata la furbizia. Dopo la Fantasia ha piazzato le Trois Études Nouvelles, sapendo che nessuno le avrebbe mai portate, e dunque facendo un figurone nell’approfondire anche uno Chopin così poco conosciuto. Chang è riuscito a trovare per ogni studio una sua cifra stilistica precisa, evidenziando anche la modernità del linguaggio chopiniano, già così vicino a Skrjabin e Debussy. Per il Valzer op. 34 n. 3 ha sfoggiato una tavolozza variopinta come una giostra, brillante ma non troppo. E sempre parlando di repertorio particolare, Chang è l’unico a portare il Rondò op. 1, preso con tono capriccioso e a tratti persino grottesco, mettendo bene in luce le sfumature operistiche che si celano dietro al lavoro giovanile. Ogni tanto, per differenziare, sarebbe stato necessario avere più morbidezza, più respiro di polso, ma altrimenti rimane ottima la varietà timbrica trovata. A concludere la prova, la Polacca op. 53, dal suono maestoso, anche se spesso si sentiva la mancanza della cura dei dettagli e del carattere polacchio sfoggiato da Leonora Armellini su questo stesso brano. Molto bello il finale.

Per Xuehong Chen avevo veramente delle grandi speranze, che purtroppo solo in parte sono state soddisfatte. Purtroppo ho dovuto recuperarlo dallo streaming, fondendolo con le mie impressioni dal salottino dello Chopin Talk. Il giovane pianista cinese è uno dei due pazzi che ha deciso di portare la Seconda Sonata in seconda prova (e la Terza in terza, coerentemente). In realtà non è impossibile, come tempistiche ci si sta. Ovviamente è un delirio, ma sicuramente è una cosa che resta impressa. La prova di Chen, però, non ha convinto fino in fondo. In prima prova mi aveva colpito la sua prontezza espressiva, che sulla Barcarola sembrava confermata. Alcune irregolarità di fraseggio e controllo, tuttavia, hanno iniziato a mostrare qualche incrinatura che ha indebolito la Barcarola e ha fatto partire la Sonata con qualche inceppo. Si sentiva, poi, la necessità di una maggiore maturità espressiva nell’affrontare la sfuggente Seconda Sonata, in cui il primo movimento non era sempre ben architettato, mentre il secondo (più regolare e preciso) ha un po’ eccessivamente fermato il discorso nel Trio centrale. La Marcia Funebre è partita bene: l’inizio impassibile era marmoreo come una statua su una tomba. Andando avanti, però, lo spunto iniziale non si concretizzava coerentemente nelle dinamiche e nel suono. Anche il quarto movimento ha ancora bisogno di tempo per trasformare le belle idee (come il suono nitido e con poco pedale) in qualcosa di veramente efficace. Una scelta poco convincente, poi, è stata passare da quel quarto tempo al Valzer op. 34 n. 3, che era veramente senza senso, lì dopo. Meglio la Polonaise op. 53, in cui però ha iniziato a farsi sentire un po’ di fatica, che ha depotenziato le pur belle idee presentate ad esempio nel Trio centrale.

Come spesso succede nei concorsi, un concorrente che in una prova non ti aveva poi molto convinto, in quella dopo ti si rivela come nuovo. È stato così per Kyounglok Choi, un po’ pallido in prima prova, mentre qui ha dimostrato ben altra pasta sullo Steinway 479. Non tanto nel Preludio op. 45, con un suono non ben curato, quanto dallo Scherzo n. 4 in poi. Questo è stato affrontato con scorrevolezza, senza perdere di ricchezza e dettagli, in un’interpretazione di chiara e calda luminosità che ha marcato una grande differenza rispetto all’espressiva resa di Armellini o alla scura epopea nordica di Gevorgyan. Il Valzer op. 34 n. 3 è riuscito un po’ a movimentare gli animi col suo tono frizzantino ed elegante, preparando la scena per la Prima Ballata, partita già con suono più ruvido e sagomato, ma mostrando poca attenzione alla sinistra nel fraseggio del primo tema. In generale per il pianista sudcoreano la direzione della sezione appare sempre più curata rispetto al dettaglio interno. E poi, finalmente, un momento di vera musica: Choi, ci hoi regalato uno dei climax più belli della prima ballata, il fortissimo ritorno del secondo tema. Il segreto sta tutto nella sinistra, con il basso sempre ben fraseggiato a sostenere il tema di una destra mai troppo pesante e forzata nel canto libero e appassionato. Se il terzo ritorno del secondo tema era un po’ corso e fuori fuoco, a chiudere una magnifica Ballata è stata la coda, nervosa e selvaggia senza mai perdere di misura e gusto, con qualche spunto originale nella chiusa, ma sempre molto sensato. Per chiudere in bellezza, la Polacca op. 53, dal carattere apertamente cerimoniale, con belle ottave tornite, ottimo controllo, bei dettagli, chiusa travolgente. La rivelazione della mattinata.

Meno efficace l’esecuzione di Federico Gad Crema sul Fazioli. Per la sua Polonaise-Fantasie ha trovato un bel suono definito e un fraseggio molto interessante, ma anche tante cose ancora da curare bene. Ad esempio, belle le vibrazioni lunghe lunghe sul basso (sfruttando la vasta risonanza del Fazioli, ma un pedalone eccessivo sugli accordi ribattuti fa smarrire completamente il carattere di polacca ad un brano che già di suo lo smarrisce ogni battuta in un sonnambulismo visionario). Mi è piaciuto anche il diverso approccio sulle Polacche op. 26 (l’unico a portarle!), dal colore più chiaro e fresco, pur con qualche sovraccarico del fraseggio e la scelta particolare (credo per motivi di tempo) di tagliare i ritornelli della prima. Delle due mi ha colpito di più la seconda, capace di cambiare bene tocco tra sezioni contrastanti e con bella staticità nel trio, ma in cui ancora tanto lavoro c’è da fare. Anche qui, nonostante il diverso suono, il ribattuto ‘di polacca’ è stato troppo spesso perso via insieme ad altri dettagli, così come una maggiore chiarezza strutturale e una maggiore baldanza espressiva. Anche qui devo questionare la scelta di ordine dei brani. Attaccare il Valzer op. 42 dopo le due Polacche op. 26 è stato veramente complesso e l’intero brano è risultato un po’ sacrificato. Piccolo vuotino del Valzer che ha fatto tremare le mani di pianista e platea, nel timore che a così poco dalla fine si ripetesse quanto successo con la Fantasia in prima prova. Per fortuna, solo un’incertezza, subito sfumata.

Più interessante Alberto Ferro, che ha dato una prova più pienamente convincente rispetto alla prima fase. Il Valzer op. 18 è partito con ottimo piglio sullo Steinway 300, e se la destra non sempre è ben emersa su una sinistra un po’ pesante, molto bene è andato l’elemento cullante. Ottimo il finale tranne proprio l’ultimissima nota sporca. Molto bello l’inizio della Quarta Ballata, con bellissimo suono e fraseggio plastico e ben controllato. Si sentiva il lavoro fatto sulle voci secondarie. Nella Ballata è emersa una buona struttura generale, ma anche una capacità di variare da uno slancio ben condotto a degli ottimi piano e pianissimo, come le entrate del tema nel fugatino. Da usare con parsimonia è il pedale: un po’ troppo spesso, specie nei punti affollati di cui questa Ballata abbonda, un pedale un po’ invadente ha sfumato eccessivamente i contorni, rischiando di far venire meno quella chiarezza polfonica altrove rintracciata. Il brano migliore della prova, in un bel crescendo di efficacia, è stato l’Andante spianato e Grande Polacca brillante, che nonostante l’inizio un po’ arruffato dopo gli squilli di tromba ha trovato una splendida agilità e delle ottime ottave. In particolar modo riuscito è stato il trio centrale, dal suono pieno e il carattere nobile e maestoso.

Dopo la pausa pranzo è stata la volta di Yasuko Furumi, che al contrario mi ha convinto molto di meno rispetto all’ottima prima prova. La pianista giapponese ha sfoggiato un suonone veramente ampio, anche troppo ampio, troppo spesso eccessivo e fuori stile. La Polacca op. 44, forse la peggiore da portare in concorso, è andata un po’ così, con questo suono grande e compatto fino a diventare duro, oltre ad un po’ di ansia che non ha aiutato ad ammorbidire i contorni. In generale non era molto chiaro dove volesse andare a parare (che poi è la sfida della Polacca), come ha evidenziato l’episodio militare prima del Trio. Meglio l’inizio della Polacca-Fantasia, che ha segnato uno dei momenti più felici di tutta la prova, ad esempio nel grandioso climax, ma in cui comunque spesso sarebbe servita una maggiore definizione nella mano destra. Bellissimi i trilli della Barcarola, interpretata con sono molto vicino alla Polonaise-Fantasie, ma anche qui il suonone poco duttile ha intralciato un brano che si fonda su riflessi e rifrazioni di colore. Mancavano poi molti dettagli e dopo aver sentito la polifonia curatissima di Hao Rao è molto difficile non andare subito alla mente a quella prova e confrontare. Chiude bene, ma si alza dal pianoforte visibilmente insoddisfatta: la competizione ora si fa serrata, ma spero abbia modo di redimersi sulla Terza Sonata in terza fase.

Attendevo trepidante anche la prova di Alexander Gadjiev, sempre sul suo Kawai. Il Preludio op. 45 ha iniziato subito con ottimo suono e bel fraseggio, anche se più sfumature o al contrario una nitidezza bachiana sarebbero state necessarie per dare un’identità più definita a questo enigmatico brano. Molto, molto bella la Barcarola, polifonicamente eccelsa e finalmente affrontata con il giusto equilibrio tra plasticità di struttura e giochi timbrici. Si è però presentato il principale problema del pianista goriziano in questa prova: l’Ispettore Gàdjiev ha tirato i remi in barca e ha bellamente suonato per se stesso, con scelte di fraseggio ricercate e spesso difficilmente comprese in sala (proprio per questioni acustive, avendo smesso di proiettare bene il suono). Ogni tanto succede con Gadjiev, che si mette a fare ricerca e sperimentare cose direttamente in concorso. Ricordo al Busoni, in cui aveva deciso che doveva suonare Petrouchka più veloce di Leonardo Colafelice. Lo ha fatto. Ma mancando platealmente un buon quarto delle note. Ho avuto un po’ quella sensazione sulla Polacca op. 44, affrontata con un tempo veramente eccessivo, che però mi ha lasciato a riflettere (altra conseguenza comune delle interpretazioni di Gadjiev). Tirata ad una velocità simile, l’op. 44 perde di quella pesante ridondanza che finora tutti i candidati hanno dato. Anzi, ne guadagna in senso di danza, ma a patto di riuscire a controllare la definizione del dettaglio o rischia di trasformarsi tutto in un pastrocchio in zero-due. Sarebbe impossibile elencare le cose fuori dai canoni confezionate da Gadjiev in questa prova, al punto che il Valzer op. 42 è apparso così pacifico e innocuo, ma una menzione va fatta per la Ballata op. 38. Qui, l’ho già segnalato, il fantasma dei Sorita passati aleggia sempre in Filharmonia. Beh, non ha avuto molto da fare con Gadjiev, perché questo ha tirato su una Seconda Ballata così fuori schema, piena di rischi (alcuni sfangati, altri presi in pieno), ma elettrica e nervosa. Valga per tutto l’ultimo ritorno del Presto con fuoco, sfociato in una preparazione di coda veramente ad un tempo assurdo e poi una coda altrettanto forsennata. Tante cose non sono uscite bene come avrebbero potuto, ma la tensione nervosa era tale che ha dato una bella scossa all’intera sala, che ha tributato veramente molti applausi per un’esecuzione che non era certamente facilmente inquadrabile. Spero gli venga data la possibilità di procedere e mostrarci la Seconda Sonata, perché lì sono sicuro che potrebbe uscire qualcosa di ancora più interessante.

Avery Gagliano è un’altra delle sorprese di oggi! In prima prova la pianista statunitense mi era sembrata troppo rinchiusa in sé, fondamentalmente innocua. Tuttora non è certo una figura rivoluzionaria (e vederla dopo Gadjiev sicuramente fa uno strano effetto) ma ha tirato fuori un altro carattere rispetto a qualche giorno fa. Io l’ho dovuta recuperare in streaming, ma anche da fuori sala si sentiva una proiezione del suono già molto diversa. La Terza Ballata è stata eseguita con molta grazia e bel fraseggio, ma anche trovando un po’ di buon vecchio impeto e un bel suono sgranato. Come secondo brano, Gagliano ha portato il Notturno op. 62 n. 1, popolarissimo in prima prova e stranissimo da ritrovare qui in seconda. Sicuramente è risultato meno indigesto, non dovendolo ascoltare diecimila volta in un giorno! Bello il suono, buono il legato, davvero ottimi i trilli e splendido il tocco perlaceo. Gagliano non spalanca porte verso l’ignoto dell’elettrico Gadjiev, non ti offre travolgenti avventure sul suo galeone come Sorita, non trasforma i brani dall’interno come Armellini, ma suona bene. Molto bene. Il Valzer op. 34 n. 3 mancava un po’ proprio di quel brivido dato dalla brillantezza e dall’eleganza un po’ gigiona, ma senza dubbio un successo l’Andante con spianata e immancabile Grande Maionaise brillante. Il suono candido come un agnellino ha incontrato un ottimo controllo per un Andante di grande fascino, anche se B non è entrato con totale naturalezza. Molto più efficace lo squillo di tromba, cui è seguita una Polacca elegante e rapida nelle perlacee volatine. In particolare, la pianista americana è stata abile nel tenere chiari gli elementi ritmici e tematici, senza mai utilizzarli per coprire le volate più intricate. Meno riusciti i passaggi di forza e imponenza, ma ormai è chiaro che è proprio in questa brillante eleganza che la pianista trova la sua massima espressione. It was avery avery good, Mrs Gagliano!

Bella trasformazione anche per Martín García McGarcía, che intanto si è rifatto la carrozzería. Come ci raccontava in uno Chopin Talk, durante la prima prova i capelli sudati gli finivano costantemente di fronte agli occhi. A ‘sto giro se li è risparati tutti indietro e, per sancire il cambio di passo, ha completato la sua trasformazione in un signorotto di contea dell’Ottocento con un bel panciotto e niente giacca. Al di là degli esterni, però, la cosa più interessante sono stati i lavori di rinnovo per gli interni. Fin dal Valzer op. 34 n. 1 si è sentito un bel cambio di passo: García McGarcía ha trovato tutto un altro suono sul Fazioli, pieno e brillante, dall’ottimo carattere. Non solo, per la Ballata op. 47 ha anche trovato delle buone differenze di tocco! Certo, rimangono ancora alcuni problemi, il primo dei quali è che Martín García García mugugna metà del tempo. Ma proprio forte, si canta le cose sopra, muggisce sottovoce ma con quel ronzio che rimane sempre udibile. Un altro problema è che il pianista spagnolo è abilissimo con il pubblico. Sa che la cosa più importante è iniziare bene e finire bene, con suonone travolgente e grande effetto. Nel mezzo può succedere di tutto, ma dopo una fine travolgente, il pubblico scatta in piedi per l’entusiasmo e in questo García McGarcía è un vero toreador. Certo, poi nella Ballata mancavano i dettagli che Leonora Armellini si è divertita a cesellare, mentre per l’Impromptu n. 3, pur nei bei colori, mancava la ricerca di un Gadjiev, ma la proiezione è costantemente rivolta verso il pubblico, che viene travolto da questo suono e dalle volate scintillanti. Il Secondo Scherzo ha proseguito su questo percorso, anche se il trio centrale è stato staccato ad un tempo rapidissimo. Mi sono interrogato per l’intero trio sul motivo di questo tempo assolutamente atipico. Mi sono chiesto se non fosse per tenere meglio coesi i fraseggi, per mostrare nuovi relazioni tematiche, per non lasciar andare alla deriva una parte più statica, ma no. Era solo più veloce e un po’ più buttato. Tutti questi discorsi si applicano in toto per la Polonaise op. 53, anche se qui, per coerenza, io esigevo che mi facesse il Trio con le ottavone paralisztiane che neanche Paderewski cent’anni fa. E invece no. Vigliacco. Marrano. Fedifrago. Dov’è il mio virtuosismo tutto tuoni, fulmini e saette? Però una cosa va detta: se Armellini sul Fazioli c’ha costruito un suono personalissimo, García García è stato l’unico non solo a piegare lo strumento ai propri desideri, ma anzi a imbrigliarne la forza e farla propria.

Ha chiuso la giornata di oggi Eva Gevorgyan, la diciassettenne russa col cuore di ghiaccio, che si è un po’ sciolta sotto il pallido sole di Varsavia, se è riuscita ad offrirci una Terza Ballata serena e cordiale come il Quarto Scherzo in prima prova non è mai stato. Una cosa poi importantissima che mi ero dimenticato di menzionare nella debita pagina di Diario dallo Chopin è che Eva Gevorgyan fondamentalmente si fa squat per tutta la prova. Lo giuro, non so che addominali c’abbia ‘sta ragazza, ma passa metà prova con le chiappe ben distanti dal seggiolino. Mi sono interrogato sul perché e dopo attente riflessioni sono giunto alla conclusione assolutamente logica che fare squat aumenti l’espressività. Ogni volta che la pianista cercava un’espressione intensa e sofferente, tac, squat e via. Chissà se il tipo di espressività cambia in base all’esercizio a corpo libero. Prossima volta Scarlatti con corsa sul posto, Beethoven con dodici flessioni per ogni pedale lungo, Rachmaninov in affondi. Ora che ho finito con il mio delirio, sono rimasto sorpreso da questa prova. Anche i tre Valzer dall’op. 34 sono passati con galante allegria e raffinatezza. Mi aspettavo che magari dal melanconico secondo Gevorgyan tirasse fuori qualcosa di contorto e glaciale e invece niente, i tre Valzer erano concepiti quasi come un unico brano, dunque l’op. 34 n. 2 ha funto da tempo lento del trittico. Memorabile l’inizio dell’op. 44, in cui la pianista ha costruito un suono un po’ aggressivo, ma molto esaltante. Qui il margine di crescita di Gevorgyan è risultato palese. Ci sono ancora tanti dettagli, tanti aspetti che si possono curare meglio, ma la pianista ha dimostrato di essere già sulla giusta strada. Dovesse passare (cosa che le auguro), sarei curiosissimo di sentirla su Seconda Sonata, Mazurche op. 17 e Fantasia op. 49.

Intanto però è tempo di chiudere qui questa pagina di Diario dallo Chopin. Domani sarà una giornata lunga, che culminerà nell’annuncio dei venti (o più) che accederanno al round successivo. E qui la selezione inizia a farsi sempre più difficile e basta un niente per buttare fuori i talenti migliori del Concorso. Sto fremendo già ora per domani.

Alessandro Tommasi

Autore

Viaggiatore, organizzatore, giornalista e Pokémon Master, studia pianoforte a Bolzano, Padova e Roma e management culturale alla Rome Business School e alla Fondazione Fitzcarraldo. È Head of Artistic Administration della Gustav Mahler Jugendorchester e direttore artistico del Festival Cristofori e di Barco Teatro.

Nel 2021 è stato Host degli Chopin Talk al Concorso Chopin di Varsavia.

Nel 2020 ha pubblicato il suo primo libro, dedicato all'opera pianistica di Alfredo Casella.

Dal 2019 è membro dell'Associazione Nazionale Critici Musicali.

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