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Diario dallo Chopin: Tra estasi e abbiocchino

di Alessandro Tommasi - 11 Ottobre 2021

È mezzanotte e venti. Il mio pranzo è stato un panino. La mia cena una banana. Mi reggo grazie agli incredibili dolcetti al pan pepato che sgraffigno prima e dopo gli Chopin Talk per potermi sostenere in qualche modo. Ma il Diario dallo Chopin deve proseguire e so già che se rimando a domattina, domattina finisce che davvero mi lasciano fuori dalla sala a causa ritardo. Dunque, rimbocchiamoci le maniche (del pigiama) e iniziamo anche questa Campana notturna.

Ieri è stata un’ottima giornata di Concorso Chopin, capace di grandi momenti di noia, certo, ma anche di esaltazioni e lacrime. Dunque procediamo con ordine. A cominciare la giornata è stata Szu-Yu Su con lo Steinway 479 e, indovinate un po’, il mio migliore amico Andante spianato e Grande Polonaise brillante, che ho sentito così tante volte in un giorno da arrivare veramente a saturazione (il che evidenzia quale miracolo abbia compiuto Sorita due giorni fa nel tenermi perfettamente attento su ogni nota del non breve brano). Di Su-Giù Su in realtà non c’è moltissimo da dire. La giovane pianista taiwanese suona molto bene, tutto quanto, ma rimane sempre un po’ lì. L’Andante è stato molto elegante, timbricamente ben curato, ma rimaneva un po’ tutto sullo stesso piano, persino dopo gli squilli della Polacca. Discorso uguale per il Valzer op. 34 n. 1, certamente brillante, ma troppo omogeneo. Su ha poi fatto una scelta un po’ particolare, ossia di incastrare le prime tre dalle Mazurche op. 30 nel programma, saltando a piè pari l’ultima. Perché? Sai te! Probabilmente non ci stava nel minutaggio. Comunque se paragoniamo il carattere mazurchico di Su-Giù con quello di Osokins ieri, il confronto non regge. La pianista non si distacca sempre da quel suono perlaceo, molto bello ma adatto solo alla terza e più melanconica delle mazurche. E anche qui, alla fine la differenza con un valzer non era poi così chiara. Bellissimo il suono anche sulla Quarta Ballata, ma pure qui, nonostante un fraseggio convincente, mancavano quei rilievi necessari. Insomma, mi avete capito. Tutto fatto molto bene, molto elegante, bella espressione, tutto bene. Però tanto più si può fare su questa musica!

Mi ha convinto di più Hayato Sumino, l’influencer di questo Concorso che manda in crisi la chat live ogni volta che fa la sua comparsa sugli schermi YouTube dello Chopin (informazione comunicatami direttamente dalla moderatrice della chat live). Pazzesco. Comunque, Semìno ha la brutta abitudine di suonare pure molto bene ed è la dimostrazione vivente che si può avere un seguito gigantesco sui social e pure finire alle fasi finali del Concorso Chopin. Sumino (in arte “Cateen”) ha cominciato sul suo Steinway 300 con un Rondò à la Mazur veramente ben fatto, non al livello di Sorita ma comunque ben centrato, brillante e scattante, ogni tanto un po’ sentimentale, ma ammettiamolo: ogni tanto ci sta pure bene. La Seconda Ballata è stata un confronto un po’ impari con Kyohei il giorno prima. Anche qui Semino suona benissimo, tecnicamente si sente che è solido, espressivamente il duro esercizio con Twinkle Twinkle Little Star mostra i suoi evidenti frutti. Eppure manca qualcosa, manca quella coerenza emotiva, quella tensione data dal controllo assoluto che in Sorita aveva veramente portato il pubblico altrove. Bello il cambio di tocco sul Valzer op. 18: qui il pianista-youtuber si è finalmente liberato dai fantasmi dei Corsari passati e ha trovato una sua cifra brillante, elegante e schiettamente divertente che mi sono davvero goduto. Molto bello l’afflato della Polacca op. 53, in cui è stato impressionante il rapidissimo trio centrale. Qui, nonostante la velocità persino eccessiva, Sumino è riuscito a non far roboare mai troppo le ottave alla sinistra, che anzi sembravano veramente di velluto. Ben preparata la ripresa, ottimo il finale.

Yutong Sun me lo sono invece dovuto recuperare causa Chopin Talk e rivedendo la prova in differita mi è dispiaciuto pure un sacco perché avrei avuto piacere a potervi assistere con più concentrazione in sala. Sullo Steinway 479, Sun è partito un poco rigido sulla Terza Ballata, per cui spesso l’intensificarsi della dinamica o della tensione espressiva forzava il fraseggio in modo innaturale. Con il Valzer op. 42 però il pianista ha iniziato a liberarsi di questa pesantezza e ha trovato nel sapiente uso (e non uso) dei pedali un ottimo modo per evocare quella vertigine che il valzer può dare. La Polacca op. 44 è partita con ottimo carattere imperioso e tragico, ma di nuovo un po’ di questa pesantezza di cui parlavo è tornata a farsi sentire e ha ostacolato l’episodio militare prima del lirico trio. A livello sonoro, non ricordo niente di particolarmente notevole da fuori sala. Eccetto questo, comunque, la Polonaise è andata anche molto bene, sia tecnicamente che a livello musicale. Del conclusivo Terzo Scherzo ho apprezzato il tempo non eccessivamente rapido, che ha consentito a Sun di tenere un ritmo incalzante ma sempre chiaro e plastico. Bello il corale, ma bellissime le cascate tintinnanti. Sun ha delle belle idee e ogni tanto ne infila una veramente efficace che ti fa drizzare le orecchie. Coda non perfettamente aderente ai presupposti, ma grandiosa scalata finale e chiusa perentoria.

Quest’anno, devo ammetterlo, più che gli italiani lo Chopin Squad del Concorso sono i giapponesi! Non solo per il numero, ma per livello medio veramente altissimo. Di Tomoharu Ushida ricordavo l’ottima prima prova e anche qui non si è smentito. Il pianista ha scelto lo Yamaha ed è partito con un Valzer op. 42 dall’ottimo suono e un bel legato, che non andava mai a inficiare una sagomatura della massa sonora di tutto rispetto. La Quarta Ballata ha beneficiato di un bel fraseggio libero, ogni tanto però eccessivamente ripetitivo nelle libertà prese, e di un’ottima tenuta della tensione espressiva. Soprattutto, il pianista ha dimostrato che dalla Metro C ne è emerso vittorioso e mo’ il vaso trafugato ce l’ha esposto in salotto. Nella ricerca di reperti archeologici nei meandri dell’ultima Ballata, Tomoharu ha trovato dei bei dettagli sensati, con grande naturalezza li ha presi e li ha messi in rilievo, senza per questo mai perdere di impatto ed energia. In realtà, un po’ ne avrebbe potuto perdere, perché di suono ce n’era anche troppo e troppo aggressivo. È stato il caso anche della Barcarola, senza i colori Hao Rao e Talon Smith, ma con molto più suono. Certo, a questa massiccia mole sonora dobbiamo uno dei crescendo meglio fatti sulla Barcarola, seguiti da un grande fortissimo decisamente fuori stile, ma capace di riempire sale ben più grandi persino della Filharmonia di Varsavia. La Polacca op. 53 ha confermato questo approccio, peraltro inasprendolo a causa di un po’ di stanchezza. Comunque Tomoharu è uno che suona e suona bene, dunque speriamo che non sia questa la sua ultima Ushida di scena.

Da Andrzej Wierciński non sapevo bene cosa aspettarmi ed ero molto curioso di vedere cosa questo pianista, che da lontano ha un po’ un vibe da Nikolaj Lugansky, ci avrebbe offerto. Wierciński ha suonato sullo Steinway 300 e ha cominciato con la Quarta Ballata, dal bellissimo suono distante e ben fraseggiato. Si percepiva subito un’altra eleganza rispetto a Ushida, ma al contempo la tenuta generale, la definizione del suono e la proiezione dello stesso nella sala non erano a quel livello. Si potesse unire l’esuberanza fonica di Ushida con la consapevolezza stilistica di Wierciński ne uscirebbe qualcosa di veramente particolare. Anche per questa difficoltà ad emergere e proiettare bene, le Variazioni op. 12 sono uscite un po’ smorzate, senza quel fuoco della gioventù e quello sprezzo del pericolo che avremmo poi sentito invece più avanti nella giornata. Non molto meglio il Valzer op. 18, non scioltissimo pur nella sfumatura di colore ben centrata. Qui, in particolare, alcune fissità di fraseggio hanno iniziato a mostrare un po’ di stanchezza espressiva, che è stata presto scacciata dal travolgente inizio della Polacca op. 53. È stata, questa, una buona manifestazione di polacchia e polonità, meno esagerata di Ushida, ma anche meno stabile. Molto bene il Trio, staccato ad un tempo veramente proibitivo senza perdere di gioco polifonico nella mano destra o efficacia delle ottave in sinistra.

Yuchong Wu ha continuato sullo Steinway 300, trovando un suono decisamente molto migliore sulla Barcarola, rispetto alla prima prova. Il problema del pianista è la tendenza a bloccare molto il polso, con il rischio dunque di fermare il peso e irrigidire. Non gli manca però un suono più massiccio, ragione per cui mi sono sorpreso quando ho visto in programma tutti e tre i Valzer dell’op. 34. E infatti anche qui mancava quella libertà, quell’eleganza che il valzer richiederebbe. Solo l’op. 34 n. 2, nella sua sobria intimità, è riuscita per me a trovare veramente il carattere giusto, pur essendo il pianista visibilmente più sciolto. L’Andante spianato e Grande Polacca sono andati bene, specie la Polacca!, ma sempre con la possibilità di fare qualcosa di più. Il pianista cinese è riuscito ad alleggerire e trovare altri colori, ma ancora molto c’è da fare in questa direzione. E poi c’è un altro problema da risolvere: Wu sbuffa. Sfiata. Inspira ed espira clamorosamente forte. Non so come altro dirlo, ma si sentiva tantissimo in sala e il rischio di distrarre (e distrarsi) è sempre bello forte.

Dopo la pausa pranzo, le prime due prove del pomeriggio, devo ammetterlo, non mi hanno aiutato a superare l’abbiocchino da panino (o forse un semplice ritorno di stanchezza visti gli orari divertenti che si fanno qui a Varsavia!). Lingfei Xie ha cominciato la sua prova sempre con la Barcarola e sempre sullo Steinway 300, cominciando un po’ arruffato. Un inizio in realtà molto in linea con la sua scelta d’abbigliamento, visto il capello ondeggiante e il foulardino da giovane dandy. Xie ha cominciato a prendere davvero confidenza quando ha potuto costruirsi un bellissimo pianissimo, ma il crescendo successivo non riusciva ad arrivare veramente il dunque. Non più fortunato il Valzer op. 64 n. 3, che mi è parso poco interessante e soprattutto poco a fuoco, senza eleganza o brillantezza. Anche della Terza Ballata non c’è molto da dire, proprio a causa di questa generale omogeneità da cui difficilmente si coglievano dei rilievi, tranne in questo caso il finale con buon nervo. Per la prima volta, poi, abbiamo ascoltato il Lento con grande espressione opera postuma al Concorso Chopin! Questo è stato il brano meglio riuscito della prova, con bei colori ombrosi e cantabile ben sostenuto. Sull’Andante e Polacca, invece, siamo tornati sul tono precedente, in cui le cose succedevano, a volte meglio a volte peggio, ma senza punti particolarmente riusciti. Chissà se si risolleverà in eventuali prossime prove!

Discorso poi non dissimile comunque posso farlo per Zi Xu, il concorrente dal nome più breve del Concorso Chopin, partito anche lui con il Notturno op. 48 n. 1 come il giorno prima Nguyen. La differenza però è stata notevole: dove Nguyen trovava una cantabilità limpida e un ottimo gioco di rubato, qui Xu è stato fin troppo statico e verticale, senza riuscire ad animare il Notturno nemmeno nel concitato ritorno di A. Anche la Ballata n. 2 ha proseguito così, senza arrivare alla solida direzione di Sumino (figuriamoci alla Seconda Ballata del Corsaro). Attaccato il Secondo Scherzo ho cercato di interrogarmi sul perché non riuscisse a colpirmi quasi nulla e la risposta che potrei aver trovato è che si tratta di un problema di dinamiche. Xu ha poche dinamiche e le tiene molto divise in blocchi. Manca una vera direzione data anche dall’accompagnare il fraseggio con un gioco di intensità, mentre al momento è ancora tutto monocromo o nel migliore dei casi a blocchi di colore, senza transizioni o dettagli. Non diverso il caso anche della più maestosa Polacca op. 53, che almeno ha chiuso bene e con grande slancio.

Il successivo Piotr Alexewicz me lo sono dovuto recuperare in streaming, ma caspita, il suo suono aveva una proiezione tale per cui me lo sono quasi goduto come dalla sala per la prima metà! La Polacca op. 44 ha trovato sullo Steinway 479 un ottimo carattere, fiero e un po’ aggressivo, ben contrastato dall’ondeggiante cantabile della sezione centrale. In generale, però, una certa pesantezza ha abbastanza affossato la prova del pianista polacco, che tanto mi era piaciuto in prima fase. Un po’ sono riusciti ad alleggerire i due Valzer (op. 34 n. 3 e 64 n. 3), brillanti, sicuri e dritti al loro obiettivo, in particolar modo il primo dei due. Il seguente Rondò à la Mazur, brano che non avevo mai sentito dal vivo e di colpo mi trovo svariate volte (prodigi dei concorsi!), non si può certo dire che sia andato male, anzi. Il suono di Alexewicz era ritagliato giusto giusto su questo repertorio, meglio persino di quello di Sorita e Sumino. Rispetto ai pianisti giapponesi, però, il brano non è riuscito a spiccare il volo, a trovare uno slancio appassionato, una brillantezza elegante, un virtuosismo dalla sfumatura popolareggiante, ed è rimasto un po’ fermo lì. Anche la Quarta Ballata non mi ha convinto fino in fondo. Mancava un fraseggio capace di mostrare le connessioni che Chopin nasconde qui e lì, mentre il suono indurito faceva a pugni con il carattere invece intimo e tenue che la Quarta Ballata ha per gran parte del suo svolgimento. È un peccato però: quando riesce a fare un bel respiro, Alexewicz tira fuori delle belle idee e le realizza. Spero onestamente che questo non sia che una prova meno a fuoco rispetto alla prima.

Ed eccoci infine agli ultimi due della giornata. Potreste starvi chiedendo come questa giornata parecchio sottotono (salvo Sumino al mattino) possa essere stata foriera di grandi entusiasmi. Beh, perché erano tutti concentrati negli ultimi due concorrenti, ovviamente! Appena rientrato in sala dopo lo Chopin Talk con Jan Lisiecki, la prima a suonare è stata Leonora Armellini, di cui aspettavo con trepidazione la prova. La mia attesa non è stata vana. Armellini ha cominciato con il Sostenuto in Mi bemolle maggiore, un piccolo brano dal carattere notturno che è stato un bel cambio di passo rispetto ai brani ascoltati e stra ascoltati. Il Sostenuto è stata l’occasione di gustare fin dalla prima nota quel suono intimo e soffuso che la pianista ha costruito sul suo Fazioli, presto contrastato però dal Valzer op. 34 n. 1. Questo è stato finora forse il miglior valzer che abbia sentito. Le agili volatine non erano trascendentali come quelle di altri candidati, pur senza andare mai sotto l’impeccabile, ma il carattere brillante ed elegante, la sapienza nel gestire polifonia e un cantabile chiaro e appoggiato per il tema non hanno veramente paragoni finora. Dimostrato con chi si aveva a che fare, la pianista si è addentrata nel repertorio di maggior spessore della prova: Terza e Quarta Ballata e Polacca op. 53. Sulle due Ballate, Armellini ha sfoderato di nuovo il suono incantevole con cui aveva rapito la sala per il Notturno op. 48 n. 1 in prima prova, questa volta però trovando una diversa scorrevolezza e con un equilibrio tra dettaglio e struttura che non ha mai ostacolato un’espressività intensa e ricercata. La cosa più impressionante della pianista padovana è la sovrana naturalezza con cui affronta ogni passaggio. Tutto viene risolto con una spontaneità musicale, che si adatta come un guanto alla musica del polacco, senza però mai sacrificare sull’altare di questa spontaneità una coerenza veramente notevole. Le due Ballate lo hanno dimostrato, nella loro interpretazione notturna e lunare, ricca di sfumature timbriche. Temevo solo che tutta la prova sarebbe stata all’insegna di un’intimità opaca, che nelle Ballate ha un po’ smorzato i punti più lanciati, ma poi è arrivata la Polonaise op. 53 a sfatare ogni dubbio. Basti il primo accordo: appena finita la coda della Quarta Ballata, momento di concentrazione e via, suono completamente diverso. Armellini ha finalmente abbandonato quel poco di cautela che ogni tanto ha trattenuto le Ballate e si è scagliata con entusiasmo e maestosità nell’eroica Polonaise, lasciandomi veramente senza parole. C’è stato un punto in cui il piglio fiero e nobile è stato così vero, così intenso, che scosso da brividi mi si sono inumiditi gli occhi. Sulla Polacca op. 53! Che meraviglia. E che dire del trio, in cui la pianista ha cominciato dividendo le ottave, poi con totale noncuranza le ha passate liquidamente alla sola sinistra senza alcuna alterazione timbrica? Maledetta.

Se Leonora Armellini è finora la sola concorrente che potrei affiancare a Kyohei Sorita, il concorrente successivo sta proprio subito lì dietro. J J Jun Li Bui, JJJ per gli amici e le persone pigre, ha tenuto alto l’onore dei 2004 partendo con delle Variazioni op. 12 dal suono bellissimo, con ottimo carattere operistico nel tema e una varietà di tocco e colore che tradisce la già notevole esperienza cameristica. Il pianista canadese ha dimostrato e superato ogni aspettativa da una già fantastica prima prova, sfoggiando una proiezione sonora davvero notevole (complice il Kawai) e una prontezza virtuosistica dal grande smalto. La Fantasia op. 49 ha dimostrato la maturità che questo diciassettenne può sfoggiare. Certo, ci sono ancora dettagli da sistemare, soprattutto in alcuni fraseggi ripetuti senza varietà o direzione, l’intensità del cantabile, l’ascolto attento alle risonanze, il suono massiccio e definito, dimostrano che Bui è una promessa già mantenuta. Unica cosa: anche lui ogni tanto, se l’orecchio non mi inganna, ha deciso di trasformare la sua prova in un duetto e di aggiungere una Innere Stimme di schumanniana memoria mugugnando qui e lì. Poco male, perché per fortuna si è limitato alla Fantasia, mentre il Valzer op. 64 n. 3 è tornato ad una concentrazione miglior, pur senza raggiungere quel colore che Armellini aveva trovato per il suo. A dimostrazione del livello di JJJ, il fatto che l’Andante spianato e Grande Polacca brillante mi abbia tenuto desto con l’attenzione. Il pianista ha saputo trovare delle sfumature di tocco a dir poco entusiasmanti, con pianissimi quasi al limite dell’udibile eppure sempre definiti, sfoggiando delle agili volate che si scomponevano in rifrazioni cristalline sulla sinistra soffusa ma nitida. Splendido il cambio di carattere per lo squillo della Polonaise, non eccessivamente roboante, ma lanciando verso una Polonaise forse un po’ troppo veloce, ma veramente molto, molto brillante. Non siamo al livello del Corsaro, anche perché ogni tanto il pianista irrigidisce e forza il Kawai verso un suono un po’ troppo aggressivo, ma per il resto veramente un’esecuzione fantastica, il cui finale travolgente ha con forza chiamato i boati del pubblico.

Una piccola nota su questo: ancora non mi è chiaro per quale logica ogni tanto qualcuno riesce a tornare sul palco e qualcuno no. In teoria non si potrebbe, ma poi (in particolar modo per i concorrenti polacchi, ma non solo) si fanno delle eccezioni. Sia Armellini che Bui sono stati accolti con un tale calore che farli risalire sul palco sarebbe stato veramente necessario per il pubblico. Possiamo applaudire così poco durante le prove, è così innaturale non poter manifestare l’entusiasmo in cui certi brani mettono la sala, che almeno potersi sfogare alla fine varrebbe la pena di quel minuto di ritardo. Ma vabbè, non ci resta che attendere i nostri beniamini in prossima prova per dimostrare fin dall’entrata tutto l’affetto che la sala prova per loro.

Alessandro Tommasi

Autore

Viaggiatore, organizzatore, giornalista e Pokémon Master, studia pianoforte a Bolzano, Padova e Roma e management culturale alla Rome Business School e alla Fondazione Fitzcarraldo. È Head of Artistic Administration della Gustav Mahler Jugendorchester e direttore artistico del Festival Cristofori e di Barco Teatro.

Nel 2021 è stato Host degli Chopin Talk al Concorso Chopin di Varsavia.

Nel 2020 ha pubblicato il suo primo libro, dedicato all'opera pianistica di Alfredo Casella.

Dal 2019 è membro dell'Associazione Nazionale Critici Musicali.

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