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Diario dallo Chopin: Tori, lupi, demoni e sirene

di Alessandro Tommasi - 16 Ottobre 2021

Secondo giorno di semifinali, un giorno decisamente da ricordare. Quando si dice “il livello è altissimo” è sempre molto carino, fa bene alle PR, piace tanto agli organizzatori. Ma oggi l’abbiamo toccato con mano, tutti quanti. Vista l’ora in cui inizio a scrivere e la difficoltà di affrontare questa giornata, direi che è il caso di prepararsi una tisanina e iniziare questa pagina di Diario dallo Chopin.

Partiamo con Leonora Armellini. E già qui, il lettore che mi segue da qualche giorno inizia ad avere le palpitazioni. Ancora ci ricordiamo il Quarto Scherzo in prima prova, con quello Studio op. 10 n. 4 a rotta di collo, oppure la meravigliosa doppietta di Ballate “notturne” prima della commovente Polonaise op. 53. Potete dunque immaginare la trepidazione prima della sua terza prova, con la Polonaise-Fantasie, le Mazurche op. 41 e la Seconda Sonata. La prima prima cosa che è saltata all’occhio di tutti è il suono. Armellini ha trovato veramente un’intesa con il suo Fazioli e ogni volta vi trae questo suono morbido eppure definito, di una bellezza indefinibile. Altra cosa: molti concorrenti di questi giorni, anche per l’inevitabile stanchezza, hanno avuto bisogno di qualche minuto scaldarsi, per entrare nel vivo. Armellini no, entra sfoggiando il suo nuovo vestito (verde, così riusciamo a distinguere una prova dall’altra nelle foto, molto apprezzato), si siede ed è subito come se suonasse da mezz’ora. Questo ha permesso alla Polacca-Fantasia di essere, fin dai primi accordi, già perfettamente “dentro” il linguaggio del complesso brano. Per la pianista padovana, in realtà, l’op. 61 è un labirinto di facile risoluzione. Basti ascoltare la totale disinvoltura e naturalezza con cui fonde le due componenti fondamentali del brano (la polacca e la fantasia) così che queste rimangano sempre nitide, eppure fuse in un’unica, coerentissima lettura. Da segnalare i celebri trilli, una delle esperienze sonore più belle vissute in Filarmonia. Dopo il ritorno dell’incipit, però, si è ripresentato un problema che avevamo incontrato soprattutto nelle Ballate: ogni tanto serve che la pianista, semplicemente, vada. Serve suono, serve un attacco più netto del tasto, serve slancio. Nel terzo round, Armellini aveva ampiamente dimostrato di saper tirare fuori un suono ampio e maestoso sulla Polacca op. 53, ma oggi, complice la stanchezza, non ha raggiunto lo stesso impeto. Se questo tornerà poi fuori parlando della Seconda Sonata, non è stato minimamente un problema nelle bellissime Mazurche op. 41. Nella prima, in particolare, il ritorno drammatico eppure intimo di A mi ha portato quasi alle lacrime, tanto più perché inaspettato ma drammaturgicamente perfetto. C’era, in queste Mazurche, una fluida e libera unione dei motivi di danza e le sfumature intime della miniatura, mentre nelle Mazurche nn. 3 e 4 la pianista ha saputo anche cambiare bene colore e suono. Meno convincente invece è stata la Seconda Sonata. L’inizio, a dir la verità, era strepitoso: Armellini è partita facendo nascere l’accompagnamento della sinistra direttamente direttamente dentro le risonanze della prima, perentoria apertura. Su questa sinistra si è dipanato un canto frammentario e ansioso, inquieto, sottovoce ma con improvvisi scoppi. Presto, però, il discorso musicale ha iniziato ad essere interrotto da eccessive fermate e rallentamenti, mentre la pianista continuava a spezzare la frase per concentrarsi su dettagli senza dubbio magnificamente resi, ma senza che questi andassero in una direzione chiara, anche per i problemi di slancio di cui scrivevo sopra. Meglio lo Scherzo, dai ribattuti vertiginosi e dalla splendida sezione centrale, ma anche qui a volte serviva, semplicemente, più suono e più nitido. Nella Marcia Funebre, sorprendente, vale lo stesso discorso del primo tempo: dinamiche ridotte, troppe fermate. Ogni diminuendo non veniva inserito in una struttura più grande, ma andava a fermare l’incedere della marcia, spezzando molto spesso la frase senza sostenere la tensione espressiva, pur nel suono sempre magnifico (valga per tutto il Trio della Marcia!). Del Finale non ho capito bene dove volessere condurre, quale idea esprimesse. Questo forse è il problema maggiore di questa Sonata sfuggente e demoniaca: capire dove si vuole andare e procedere verso quell’idea con quattro movimenti diversissimi. Pur con i magnifici spunti, quest’idea ferrea di cosa significhi la Seconda Sonata, perché la Marcia, perché quel Finale non l’ho sentita. Spero però che questo non la penalizzi troppo: le prime due fasi praticamente perfette e l’ottima prova data su Polonaise-Fantasie e Mazurche meritano davvero un posto in finale.

Subito dopo Armellini è stata la volta di J J Jun Li Bui. E forse inizierete a comprendere cosa intendevo “livello altissimo”. Il diciassettenne (non dimentichiamocelo mai) si è esibito al solito sul Kawai, trovandovi al solito un suono nitido e chiaro, sempre appoggiato e soprattutto con una grandissima proiezione. La Ballata op. 38 è stata fondamentalmente perfetta, per colori ed energia travolgente. Peccato per la coda, un po’ sfuggita dal controllo del pianista, ma terminata benissimo e con grande impeto. Non una Ballata particolarmente originale o folgorante, rispetto a quelle già sentite da altri pianisti in Concorso, ma comunque fatta con la usuale, professionale preparazione del pianista canadese. Bello anche il suono cristallino delle Mazurche op. 24, anche se qui l’op. 24 di Wiercinski, con l’eleganza di Sumino e la lucidità di Alexewicz, era riuscita a penetrare più in profondità dell’idea di Mazurca. Molto bene anche il Rondò à la Mazur op. 5 in cui JJJ ha dato sfoggio della sua prestanza digitale, unendola ad una ricerca di colori e sfumature veramente affascinante. Ancora manca un po’ quella maturità di suono per riuscire a beccare con gusto infallibile il colore giusto, l’attacco che renda a pieno i’ardore primo-ottocentesco di questo brano, insieme all’eleganza, al piglio popolareggiante, alle sfumature di timbro, ma questo gusto arriverà molto naturalmente con uno studio costante, potendo far leva su una musicalità eccellente e una preparazione tecnica a dir poco impressionante. La Sonata op. 58 l’ho recuperata tramite streaming causa solito Chopin Talk (ma ora sono sempre di meno e posso seguire quasi tutto in sala). La Sonata si è svolta un po’ come mi aspettavo. Bui suona benissimo, ha un tocco nitido e sgranato che nel secondo tempo ha fatto faville, ma ancora c’è da lavorare sull’intensità del cantabile e sulla varietà di colore. Questo è emerso sul terzo tempo in particolare, in cui JJJ non è riuscito a grattare oltre ad una gradevole ma inconsistente superficie. Già diverso il discorso per il Presto ma non troppo finale, tenuto benissimo per agilità e dinamismo, con suono incandescente nell’ultimo ritorno del tema sulle temibili sestine. Prevedo tempi Bui per la giuria.

Meno sfavillante la prova di Michelle Candotti, approcciatasi al pianoforte di ottimo umore e partita molto bene sulla Seconda Ballata, con suono soffuso e pieno fin dai primi accordi e bel piglio appassionato negli improvvisi sfoghi. Con il procedere della Ballata, però, la tensione ha iniziato a farsi sentire e nonostante il suono ampio e ben appoggiato, nella coda la pianista ha un po’ annaspato in alcuni momenti di confusione. Purtroppo le Ballate op. 38 di Kyohei Sorita e Nikolay Khozyainov rimangono ancora un riferimento difficile da cacciare dall’orecchio. Da qui in poi, la prova è stata simile. Gran bei momenti qui e lì, soprattutto nel bel suono appoggiato sullo Steinway 479, alternati a momenti di fatica sia tecnica che espressiva, come abbiamo visto sul Secondo Scherzo. Mi è piaciuta molto, però, la ricerca di Candotti di più varietà nel fraseggio. In seconda fase ricordo una certa ripetitività che qui la pianista è riuscita abbastanza ad evitare, anche a costo di sovraccaricare il fraseggio. Ogni tanto, però, si percepiva distintamente che avrebbe voluto dare di più ma senza riuscire a spingere. Speravo che con le Mazurche op. 59, digitalmente meno stancanti, si potesse un po’ ribaltare la situazione, ma non sempre la pianista si è ben orientata nel peculiare colore delle tarde mazurche e pur riuscendo a scovare ottimi dettagli (soprattutto nei bellissimi pianissimo), non riusciva ad emergere quel distinto sapore di Polonia. Non c’è niente da fare. Non sento la Polonia, René.

Partita meglio la Seconda Sonata, soprattutto aiutata dal suono appoggiato e ben proiettato di Candotti, ma subito la ricchezza di spunti e dettagli di Armellini è stato un confronto poco favorevole per la prima. Se non altro, ogni tanto la pianista livornese tirava fuori dei bei momenti di forza e carattere, tanto nel primo quanto nel secondo tempo, che meritavano davvero. Molto bello il trio dello Scherzo, ma dalla Marcia in poi, anche Candotti non è sfuggita al Fantasma dei Sorita passati, che come ha infestato ogni Seconda Ballata, è sbucato fuori in ogni terzo e quarto tempo di Seconda Sonata. Bello il carattere spettrale del finale di Michelle Candotti, ma è veramente difficile dimenticare quell’ossessivo flusso di suono di Kyohei, ieri.

La pianista ha avuto anche la sfortuna di trovarsi incastonata tra due prove di grande livello, Bui prima e Yasuko Furumi dopo. Peraltro questa sul suo medesimo pianoforte, lo Steinway 479. La pianista giapponese si è subito distinta per il gran bel suono caldo, tirando fuori un bel carattere determinato. Il Rondò op. 16 non aveva le agilità del Rondò à la Mazur di JJJ, ma caspita quanta ardente passione, quanta varietà di caratteri sparsi generosamente su tutto il brano! Anche nelle lunghe volate, Furumi non ha praticamente mai perso di vista la frase musicale, portando sempre con grande forza di volontà (la caratteristica che più mi colpisce della pianista) fino alle frase successiva. Mancava comunque un qualcosa, un che di freschezza giovanile, qualcosa che scuotesse un po’ la serietà della caparbia pianista per farla sciogliere in una galante brillantezza. Questa forma anche di rigidità si è sentita nelle Mazurche op. 59, suonate senza dubbio con bell’appoggio, ma non sempre con grande varietà di sfumature e dettagli. In particolar modo è mancata quella sorta di polifonia espressiva, per cui diversi elementi, quasi come nei concertati verdiani, si sovrappongono e giustappongono con carattere anche opposto. Comunque, ogni perplessità è stata rapidamente spazzata via dall’inizio folgorante della Terza Sonata. Se c’è una cosa che ammiro in Yasuko Furumi è la capacità di procedere con determinazione anche sopra le note sporche, unendo maestosità ed agilità. Nello sviluppo del primo tempo ancora alcune cose non erano ben a fuoco, soprattutto in termini di caratterizzazione degli elementi, così come non ben uscito nemmeno lo Scherzo. Questo è stato condotto in una bella sfumatura da una corda, ma questa scelta non sempre è riuscita a restare coerente nel procedere del rapido e squillante brano. Semplicemente meraviglioso il terzo movimento. Non dico tanto per dire, nel mio taccuino ho una riga intera che è solo “meraviglioso meraviglioso meraviglioso meraviglioso”! Non solo nel primo tema, cantabile e in perfetta armonia coi pacati passi della sinistra, ma quella sezione centrale. Mioddio. Di colpo si è aperto il sipario e la luce sul palco è cambiata. Raramente ho sentito questa eleganza, questa serenità, questo respiro musicale! Qui, veramente, mi sono rifiutato di procedere a scrivere e fino alla fine del movimento sono rimasto solo in ascolto. Davvero, recuperatevi quel terzo tempo, non ho idea di quanto dell’atmosfera si sia conservata nello streaming, ma ogni frammento è prezioso. Non che poi abbia suonato male nel quarto movimento: la pianista giapponese ha scelto un tempo estremamente convingente, rapido ma sempre ben fraseggiato. Belle le volate, pur con qualche pianissimo un po’ gratuito, splendido il colore caldo e appassionato del suono. Che bello. E recuperatevi quel terzo tempo, davvero!

Per proseguire nella nostra carrellata di grandi musicisti, il pomeriggio si è aperto con Alexander Gadjiev. Non sapevo cosa aspettarmi – non so mai cosa aspettarmi con Gadjiev. Basta un nulla e il pianista di Gorizia si perde per qualche pensiero e noi, in platea, come pesci fuor d’acqua ad attendere che si ricordi che siamo lì ad ascoltarlo, se potesse gentilmente aiutarci a salire in carrozza nel treno dei desideri. Oggi, però, Alexander Gadjiev era tornato il vecchio volpone di sempre. La Polonaise-Fantasie op. 61 era ricchissima di dettagli, con fraseggio ottimo e un suono ampio che faceva uso di tutto, ma proprio tutto, ciò che il Kawai poteva offrirgli. Gadjiev è tra gli unici artisti che veramente è difficile confrontare, l’unico che sfugga ai fantasmi dei Sorita passati, ma in questo anche ad ogni confronto con la Polacca mattutina di Leonora Armellini. Tanto radicalmente diverso è l’approccio di Gadjiev, che non riesci a non trovarti a ponderare solo ogni sua scelta in sé e per sé, seguendo i suoi particolari fraseggi fino ai nervosi e magnifici climax, chiedendoti con lui cosa si celi dietro ai lunghi e armoniosi pedali di Chopin. In generale una cosa ben chiara agli astanti (o almeno, questo lo colgo dalle mie conversazioni in sala, ora che ho finalmente qualche intervallo libero [quasi non ci credo]) è che Gadjiev si pone molte domande e a molte non trova nessuna risposta. Questo non è emerso tanto nelle Mazurche op. 56, suonate con splendido piglio popolareggiante e grande tavolozza timbrica, ma nella Seconda Sonata. Oddio, in realtà anche nelle Mazurche ogni tanto si perdeva da qualche parte a riflettere, ma è soprattutto nella Seconda Sonata che questo è emerso in tutta la sua plateale evidenza. E devo dire: magnifico. Avevo grandi aspettative per questa Seconda Sonata e Gadjiev me le ha confermate quasi tutte, a partire proprio dal drammatico e teso primo movimento. Il suono scuro e profondo del pianista italo-sloveno si è unito ad un fraseggio da pelle d’oca, una tensione interna, uno slancio mai semplicistico ma sempre rigonfio di spunti timbrici. Gadjiev è un musicista fondamentalmente irrequieto. E come tale suona. Sotto le sue mani, la Seconda Sonata ha veramente raggiunto un apice di tensione, non di rado sfociando in un carattere quasi grottesco che il secondo movimento ha confermato e rilanciato. Con la Marcia funebre, vero cuore della Sonata, Gadjiev ci ha preso per mano (questa volta sì) e c’ha accompagnato in questa meditazione sulla morte, tra cupo rimestare e sofferente canto. Il quarto movimento non ha fatto che spazzare via ogni pensiero come un vento funereo, che Gadjiev ha scelto di fraseggiare con più chiarezza di Sorita, ma senza mai sciogliere i grappoli di note raggrumate. Alexander Gadjiev è un musicista che divide, sia chiaro. O lo si ama o lo si odia. Ma sicuramente è un musicista che si prende rischi, tanti, e cerca qualcosa di nuovo, senza necessariamente storpiare la parte per il gusto di farlo, ma ricoprendo tutto ciò che suona con il velo della propria percezione.

Quanta differenza con Avery Gagliano! Un confronto veramente estremo, tanto più che se Gadjiev ha finito con la Seconda Sonata, Gagliano ha scelto di iniziare con la stessa. La contrapposizione è tale che non c’è stato verso di ascoltare tranquillamente Gagliano senza avere ancora nell’orecchio gli oscuri colori del goriziano. E dire che sullo Steinway 300, Gagliano ha trovato un suono più profondo e proiettato rispetto alle prove precedenti! Ma non c’è stato verso, pur suonata tutta benissimo, la Sonata appariva stinta e piatta. Un po’ temo che lo sia proprio. Sia chiaro, non che suoni male! (ma chi suona male in questo concorso…) È che Gagliano è una pianista molto ordinata e compunta, fatica a smuoversi da lì e la Seconda Sonata, così eccentrica, non le si adattava alla perfezione. Rimaneva un po’ tutto lì, suonato bene ma senza slancio, senza tensione, senza un’idea più ampia in cui inserire gli elementi ben curati e rifiniti, senza che si capisse quale “perché?” la pianista si chieda dietro ai quattro, particolarissimi movimenti. Gagliano rimane certamente molto più dentro i confini timbrici e dinamici di quanto possiamo definire “chopiniano”, rispetto all’esuberante Gadjiev, ma allora Armellini era riuscita con molta più musicalità a fare lo stesso, solo con un po’ di brillantezza in meno. Sicuramente, però, Avery Gagliano è una pianista profondamente rassicurante. Anche le tempeste angoscianti della Seconda Sonata vengono riportate nell’alveo di una ben educata Sonata da primo romanticismo. La trasformazione da tigre del bengala a soffice Kitty è stata disorientante. Anche nelle Mazurche op. 56 (pure queste, in diretto confronto con Gadjiev) il suono era bello, tutto era ben suonato, ma poi la frammentarietà di umori tipica di questi brani non sfociava in una scelta drammaturgica. Semplicemente si passava da una cosa all’altra così, senza grandi drammi, senza grande interesse. Per fortuna l’op. 56 n. 2 ha trovato un po’ di colori più vivaci, ma la terza Mazurca è presto tornata in un’omogeneità timbrica poco ammaliante. Dove finalmente avevo iniziato a caricare di aspettative, è stato nel Secondo Scherzo. Qui Gagliano ha trovato, finalmente, un gran bel suono, lasciandosi un po’ andare e donandoci un po’ di slancio. Non è però riuscita ad evitare anche qui una certa ripetitività delle frasi che ha frenato lo scorrere della musica. Qualche errore dovuto alla stanchezza non ha comunque intaccato una prova sempre molto brillante, come già intravisto nella Polacca brillante al secondo stage.

Piccolo intervallo e poi si è tornati da lui, Garcia McGarcia, il toreador. Non vedevo l’ora. Sì, perché Martin Garcia Garcia è un caciarone, ma caspita se ascoltarlo è rinfrescante. Primo, ha un suono illimitato sul Fazioli. Secondo, ha gli strumenti tecnici per fare spesso quel che gli pare senza molto curarsi della difficoltà di ciò che suona. Terzo, utilizza questi strumenti letteralmente quel gli pare. Ma lì, sul momento! Non c’è nulla di precostruito, sembra tutto scovato direttamente in sala, come se il pianista si sorprendesse egli stesso di quello che trova in giro. Va da sé che in termini di struttura generale, di tenuta drammatica, di controllo, questo non funzioni. Ma alla fine non ti importa tanto, Garcia si mette a suonare qualsiasi cosa, fa tutto con lo stesso suonone brillantissimo, e comunque ti tira dietro la sala con un carisma pazzesco, fa qualche macello in mezzo, si dimentica note a spasso, poi chiude con un ultimo grande gesto, si alza con sorrisone tronfio e la platea è sua. Magico. Un po’ fanfarone, ma come fai a non volegli bene? E poi, ribadisco, è rinfrescante ascoltarlo, è l’unico pianista che finisce di suonare e tu hai sinceramente voglia di ricominciare subito con quello dopo! Che in questo caso era la Gevorgyan, quindi una pianista distantissima, ma a questo c’arriviamo dopo. Procedendo su Garcia, il pianista ha avuto il primo guizzo già nella scelta del programma. Parte con i Preludi op. 28 nn. 17, 19 e 23 (?), prosegue con la Terza Sonata ma non alla fine, bensì in seconda posizione (??), dopodiché fa seguire alle Mazurche op. 50 il Preludio op. 45 (?!) e infine chiude con il Valzer op. 34 n. 3 (!!). Quale sia il percorso che si è immaginato, io non ne ho la più pallida idea. Però ha attaccato e in qualche modo è arrivato alla fine, quindi daje Martino. In realtà i primi tre Preludi erano un po’ imprecisi e con alcuni dettagli non ben seguiti, ma sempre con splendido suono e sfavillante cordialità.

Sulla Terza Sonata, poi, ha trovato un declamato maestoso veramente convincente, per poi non riuscire a raffinare molto il carattere sul cantabile, fare alcuni errori stupidissimi ed evitabili, per poi buttarsi su un passaggio virtuosistico senza ciccarne una. Ve lo assicuro, è una banderuola al vento, agita il suo drappo rosso qui e lì e ogni tanto la scampa, ogni tanto si becca un’incornata. Ma alla fine si rialza sempre sorridente verso il pubblico adorante. Olè. Del secondo movimento non c’è molto da dire, credo abbia fatto un pastone in cui mancava un buon terzo delle note scritte da Chopin, mentre un altro terzo non sono sicuro le abbia proprio scritte Chopin. Nel terzo movimento ha tirato fuori ‘sto mignolo che pareva una trave e ha cantato anche per i sordi. Ovviamente, forse ve ne ricordate da precedenti pagine del Diario dallo Chopin, anche qui non si è risparmiato mugugnii e cantilene spesso fuori fase rispetto a ciò che suonava e questo terzo tempo ne è stato pieno. Dal quarto movimento mi attendevo un’esplosione e invece no, mi ha illuso! Ha tenuto a bada il toro, appena gli sfuggiva un colpo di zoccolo quatto quatto copriva subito il misfatto e nel mentre volava con la destra che era un piacere. E quando è arrivata la famigerata parte in sestine, Garcia McGarcia le ha asfaltate come se fossero un basso albertino da una Sonatina di Clementi. Ma io non so. Certo, sulle Mazurche op. 50 il limite di questo approccio è stato abbastanza evidente, ma sono rimasto sorpreso dal Preludio op. 50, sempre con lo stesso suono (certo, che suono!), ma anche con bel cantabile e ottima gestione timbrica. Il Valzer finale, poi, è stato una giostra. Si è perso via metà note anche qui? Non importa! Travolgi tutto con colate di suono variopinto e portati a casa la pagnotta anche oggi. Pubblico adorante, mi aspettavo che qualcuno gettasse dei fiori sul palco.

Se avessi dovuto immaginare una sessione più contrastante di quella di oggi, avrei fallito miseramente. Ha chiuso tutta la giornata la giovanissima Eva Gevorgyan, 2004 come Hao Rao e JJJ anche lei, tornando sullo Steinway 479. E dalla bollente Spagna, siamo passati alla fredda tundra senza neanche il tempo di metterci un cappotto. Gevorgyan oggi ha dato veramente il meglio. In seconda prova, come Rao, aveva suonato bene, ma senza convincermi come in prima. Ma oggi è stato tutto un altro discorso! La pianista russo-armena ha attaccato la Fantasia op. 49 e veramente, eravamo nelle steppe. Ma non era un grigio giorno d’inverno qualsiasi, nossignore, era un giorno di festa! Arriveranno anche oggi i regali? Si chiedeva la piccola Eva mentre osservava la neve scendere. Ma presto il vociare della gente, i carri ricchi di doni e dolci leccornie riscaldano l’animo della giovane: è Natale, Harry! Scusatemi, sono le due di notte. Ma in realtà queste cose le ho scritte prima, mentre ascoltavo esterrefatto. Eva Gevorgyan suona e ti evoca senza alcuno sforzo tutta una serie di atmosfere che ha dell’incredibile. Ho provato a capire il perché abbia questa potenza immaginifica. Sicuramente parte è dovuto all’equilibrio tra le due mani, in particolar modo a come la sinistra crei un’atmosfera dettagliata ma sempre sullo sfondo rispetto ad una destra ricca di idee e colori. Ma poi c’è un che veramente di imponderabile. Faccio quasi fatica a parlare della Fantasia. È andata molto bene, si sentono alcuni dettagli ancora da armonizzare bene con il contesto, qualche arpeggio non era centratissimo, ma quando suona la Gevorgyan, l’attenzione si sposta subito sul carattere che riesce a dare ad ogni sezione. E allora ecco che il corale centrale ha subito trovato una reminescenza bachiana, ma nella lettura della pianista era un Bach inserito in una chiesa ortodossa. Questo aspetto slavo della musica di Chopin è stato più e più volte sottolineato, ma dove veramente è stato plateale è stato sulle magnifiche Mazurche op. 17. Già la prima odorava di Schiaccianoci e dolcetti al pan pepato fin dalle prime note, ma la seconda ha proprio abbassato la temperatura in sala di venti gradi, mentre nel freddo inverno finlandese popolato dai lupi (non so perché proprio la Finlandia) Gevorgyan dipingeva con nette pennellate un canto nitido e appassionatamente impassibile. È sempre difficile trovare parole per descrivere le proprie sensazioni di fronte a queste cose. Antonella D’Orio ha usato il termine “ancestrale” e mi sembra abbia veramente colto nel segno. C’è un che di ancestrale nel modo in cui questa diciassettenne fa sgorgare sul pianoforte immagini e caratteri, come se aprisse il rubinetto e li facesse scorrere da un immaginario collettivo interiorizzato. Ovviamente, questo non sarebbe possibile senza avere i mezzi tecnici per sostenere queste immagini. Nella Seconda Sonata abbiamo avuto tutte le conferme che ci servivano. Ovviamente rispetto alle Sonate di Gadjiev e Sorita si sentiva il lavoro da fare, ma Gevorgyan riesce ad essere personale senza allontanarsi mai troppo da una lettura tutto sommato classica della Sonata. Non eccede, non tende la linea oltre misura, ma comunque riesce a far stare tutto in piedi con forza e slancio. Nella Marcia funebre, si sentiva tutta la solennità cupa di un corteo sotto la pioggia, mentre il Finale ha spento nel ghiaccio ogni possibile speranza.

Così siamo arrivati alla fine di questa magnifica giornata, finora per me senza pari come qualità. Ogni singolo musicista, oggi, ha portato una sua idea molto chiara di chi sia Fryderyk Chopin, di come si suoni la sua musica, di come è proprio così, questo brano si adatta come un guanto alla mia percezione, ascolta! Forse, la cosa più impressionante di tutte è che è vero. Per ognuno degli interpreti di oggi, Chopin ha qualcosa da dire, ha qualcosa da dare, trovando infiniti bagliori ma rimanendo sempre indubbiamente se stesso. Non penso ci possa davvero essere realizzazione più grande, per un compositore.

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