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Diario dallo Chopin: E adesso si fa sul serio

di Alessandro Tommasi - 13 Ottobre 2021

Come sicuramente saprete, ieri sera hanno annunciato i nomi dei 23 musicisti che accederanno al prossimo round del Concorso Chopin, l’ultimo round solistico, prima delle finali con orchestra. Rimangono ancora numeri giganteschi: considerate che quasi tutti i grandi concorsi iniziano il loro percorso con 25-30 concorrenti, per raffinarli fino ad arrivare a 6 o addirittura a 3. Qui siamo partiti con 87 (di cui sette in sovrannumero), tagliati poi in 45 (cinque in sovrannumero) e adesso 23 (di cui 3 in sovrannumero). Da questa fase, i cui risultati verranno annunciati il 16 sera, potranno uscire per ovvie ragioni solo 10 finalisti, essendo coinvolta anche la Filarmonica di Varsavia. Ma prima di gettarci nel commento dei risultati, portiamo indietro le lancette dell’orologio e le pagine del taccuino e cominciamo questo Diario dallo Chopin.

Quest’ultimo giorno è stato ricchissimo di grandi prove. Dovrei fare un paio di conti (di cui non ho particolarmente voglia, preso come sono dalla contemplazione dei miei pancake), ma penso sia quello da cui provengono più finalisti. Non è questo il caso, purtroppo, di Wei-Ting Hsieh, partita sullo Steinway 479 con un suono ben equilibrato, ma con poca varietà d’attacco del tasto e un pedale un po’ pesante, che sullo Scherzo op. 20 hanno smorzato un po’ il piglio. Identico il discorso per il Valzer op 34 n. 1, in cui il suono appoggiato stava meglio, ma che non ha brillato per ricerca di dettagli ed elegante disinvoltura. A chiudere la prova, l’onnipresente e ormai al limite del sopportabile Andante spianato e Grande Polacca brillante. Questo l’hanno davvero portato tutti, pur essendo ben più lungo delle altre polacche. Ma la ragione è presto detta: è un brano che non pone di fronte a particolari sfide interpretative e può essere interamente risolto nell’elegiaco Andante spianato, suonato da Hsieh con bel tocco delicato, e nella brillantezza senza remore della Polonaise. Ne stavo parlando con Aristo Sham in un fuori onda degli Chopin Talk: il vero contenuto espressivo della Polacca è quella splendida sezione centrale, in cui si inizia a intravedere l’ardente spirito chopiniano, mentre il resto rimane troppo facilmente in superficie. Wei-Ting non si è allontanata da questa visione del brano.

Mi è piaciuto molto di più Adam Kałdunski sempre sullo Steinway 479, che sulla Polonaise op. 53 ha trovato uno splendido carattere polacchio, con qualche nota sporca, ma dal bel suono centrato e dalla splendida musicalità, emersa benissimo nel Trio. Il pianista polacco ha poi proseguito con i tre Valzer dall’op. 64. La scelta di portare i tre Valzer di un’opera (sia essa la 64 o la 34) è per me sempre vincente: è vero, occupa tempo, ma suonati di fila i Valzer assumono tutto un altro colore e carattere, mentre sentirne uno separato (quando non pensato come opera singola dall’autore, come per l’op. 18 o 42) mi dà sempre l’impressione che manchi un qualcosa. Qui invece Kałdunski ha dato una bella sfumatura retrò all’op. 64, con eleganza e chiarezza, ottimo controllo e grande musicalità, anche nell’ultimo, che finalmente riportato al suo ruolo è apparso un po’ come un postludio agli altri due. Bella anche la Barcarola, dal bel suono chopiniano, profondo ma non esagerato, cui un ottimo fraseggio può accompagnare solo. Non è stata una Barcarola dall’incantevole polifonia come Rao, né al livello di quella di Khozyainov di cui parlerò più sotto, ma comunque una bellissima Barcarola. Non benissimo lo Scherzo n. 3, che è apparso poco sciolto, a tratti poco concentrato, forse a causa della stanchezza.

Ho appena menzionato Nikolay Khozyainov, ed eccoci qui. Il pianista russo l’ho dovuto recuperare dallo streaming, al solito unendo quanto seguivo dal nostro salottino degli Chopin Talk (in cui peraltro abbiamo anche uno schermo che mostra la diretta, ma con il suono che viene da oltre le porte, un’esperienza un po’ surreale). Se sulla sua prima prova, in particolare sulla Quarta Ballata, avevo qualche dubbio, qui il pianista mi ha finalmente convinto. Il pianista si è poi distinto per un programma furbo e ben pensato. Partito con la Polacca, poi ha infilato due valzer (op. 69 n. 1, op. 34 n. 3), poi di nuovo è tornato su una forma ‘grande’ con la Seconda Ballata, poi rarità con la Fuga in la minore, dunque due Mazurche a fare da contraltare ai due Valzer, per poi completare con la Barcarola. La Polacca op. 53 è riuscita ad unire originalità e sincerità, iniziando senza eccessiva pompa e sfarzo, gettandosi su un Trio fotonico, raccogliendo spunti e idee ma riuscendo a portare tutto in un’unica direzione. Ogni tanto mi è parso un po’ meccanico e scattoso nel passare da un elemento all’altro, ma davvero splendido. I due Valzer si sono caratterizzati per un suono magnifico, che ha resistito persino allo streaming. In particolare il primo ha trovato un colore svagato e nostalgico, mentre l’op. 34 n. 1, dopo un attacco un po’ brusco, si è concesso un po’ di sana brillantezza. Meno riuscita la Ballata op. 38, pur trovando nella prima, cullante sezione un buon equilibrio tra flusso scorrevole e struttura polifonica. Qui quell’elemento meccanico e fin troppo precostruito è stato ciò che ha funzionato meno. C’è un grande rischio nel modo di suonare di Khozyainov, senza dubbio coltissimo e pensatissimo, ossia di frenare fin troppo slancio e tensione drammatica per scegliere un approccio più didascalico, che ti metta bene in risalto i dettagli di un brano ma lo esponga come sotto la teca in un museo. Questo per fortuna è stato evitato non tanto nelle Mazurche (belle ma non entusiasmanti per colore e carattere popolareggiante), quanto nella magnifica Fuga e nella Barcarola. Questo anche perché il nostro Nikolay è un mago della polifonia e quindi proprio nei brani dallo spiccato carattere polifonico trova pane per i suoi denti. In particolare la Barcarola: qui il pianista ha fatto khoze meravigliose, al limite dell’incredibile. Le diverse voci si univano con chiarezza e respiro musicale, le sezioni si susseguivano coerentemente e finalmente il crescendo verso il grande apice ha trovato il suo pieno senso nell’architettura drammatica del brano. Rivedremo il biondo cespuglio e la sua judgy pose ancora a lungo e ben oltre il Concorso Chopin, ne sono sicuro.

Notevole anche Su Yeon Kim, pure lei sullo Steinway 479, che ha attaccato la Ballata op. 47 con ottimo suono e bellissimo legato, ogni tanto non aiutato da un pedale un po’ pesante. La pianista coreana ogni tanto forza in modo un po’ innaturale il fraseggio, ma si vede che è finalizzato ad un’idea espressiva generale, un po’ come per Khozyainov ma con ben diverso carattere, e l’avere questa direzione l’aiuta a non bloccare il discorso. Nel mio taccuino ci sono un sacco di frasi che iniziano con “molto bello”. Molto bello, il fraseggio, molto belli i dettagli nella legatura a due, molto bella la preparazione del climax, molto bello il finale, insomma ci siamo intesi. È stato molto bello. Non cambia di suono ma sfoggia una musicalità eccellente anche sul Primo Impromptu, in cui vi invito soprattutto ad ascoltare il modo in cui B entra nel discorso, con una naturalezza musicale veramente notrevole. Bello il cambio di carattere (anche se non di suono) sul Valzer op. 34 n. 3, brillante, allegro, leggero, giusto con un paio di note sporche. Meno equilibrata la Quarta Ballata, in cui alcuni dettagli della sinistra disturbavano quelli della destra, mentre mancava un po’ quella tensione espressiva per cui i diversi episodi della composita Ballata si susseguono ognuno con il suo ruolo. Più che di ruolo, nel taccuino parlo di personalità: se c’è un brano che ha tanti volti, tanti umori, tanta umanità è proprio questa enigmatica Ballata. Kim ha suonato benissimo, ma mancava questa sagomatura di ogni carattere e la Ballata è rimasta un po’ lì, a mezz’aria, con un bello slancio prima della coda, ma senza scendere in profondità come invece aveva saputo fare con la Terza Ballata in apertura. Meglio la Polacca op. 44, con gran bel carattere e fraseggio. Qui il mio spunto critico riguarda soprattutto i rilievi. Dallo streaming questo si perde, purtroppo, ma il suono di Kim è tutto troppo pieno, troppo presente sempre. Questo la aiuta a tenere frasi anche molto lunghe, ma al contempo rischia di spingere verso una bidimensionalità illusoria, un po’ come quando nelle sale affrescate si dipingono dei bassorilievi per ingannare l’occhio.

Più a suo agio Aimi Kobayashi, rispetto alla prima prova. Che poi, Aimi Kobayashi non sembra mai veramente a suo agio quando suona, ma è meglio così. Questa ragazza alta quanto la panchetta trae la sua incredibile forza drammatica da un concentrato di ansia e nervosismo che è un mix esplosivo. Pigliate l’inizio della Polonaise-Fantasie: i primi due accordi hanno già una tensione, un’urgenza che si scioglie poi nelle magnifiche risonanze che Aimi sa trarre dal pianoforte. Avete visto la bellissima foto dalla prima prova? Quella in cui sembra che abbia appena mangiato un limone, con il naso super arcigno. Ecco, Aimi Kobayashi suona un po’ così, come se avesse prurito al naso.

Ma questo prurito la guida molto bene nel labirinto della Polonaise-Fantasie, risolta magnificamente, con dei trilli da sballo e un’atmosfera letteralmente da brividi nell’ascolto delle risonanze. Il grande climax non è perfettamente coerente conil crescendo che lo segue, ma tiene molto bene il suono, per frenare però troppo nella cavalcata finale. Meraviglioso l’inizio della Seconda Ballata, con suono soffuso e distante che Aim-è i microfoni non possono davvero rendere. Ne stavo parlando anche ieri con Mr Steinway: lo streaming a questo Concorso è fantastico, ma se una Sonata di Prokofiev in streaming può ancora ancora tenere botta, su Chopin si inizia veramente a perdere tutta quella magia timbrica che trae linfa dalle risonanze della meravigliosa sala in cui sono immersi i pianisti. Mi hanno convinto meno gli improvvisi sfoghi della Ballata, anche a causa di un po’ di fatica della destra a proiettare bene il suono in sala, impressione rinforzata durante una coda ben preparata, ma poi poco nitida e coerente. Bello il Valzer op. 42, parte soffuso e si apre gradualmente, ma è soprattutto nella cura dei dettagli nel pianissimo che Kobayashi trova pane per i suoi denti. Ottimo l’Andante spianato, anche se la più verticale sezione B è stata un po’ troppo ripetitiva, mentre meravigliosa la Polacca, suonata con nervo ma anche eleganza, maestosità e cantabilità. Kobayashi non è riuscita del tutto a liberarsi dal fantasma dei Corsari passati, ma ha firmato un’ottima prova. Piccola chicca: Kobayashi e Sorita sono in realtà amici d’infanzia.

Mateusz Krzyżowski è ci ha portato un momento di nostalgia: non era ancora pronto ad abbandonare la prima prova, dunque in seconda ha piazzato un Notturno, uno Studio e una Ballata. Eccetto questo sapore un po’ Amarcord (sono passati pochi giorni ma sembrano secoli), la sua prova in realtà non è stata poi così riuscita. Il Notturno op. 48 n. 1 (questa è nostalgia forte) è andato molto bene, soprattutto nel ritorno di A con slancio teso e nervoso, espressivo ma non esagerato. Molto bello il fraseggio ascendente nella Ballata op. 23, veramente suonato come se parlasse, e molta musicalità nei climax e nelle transizioni da una sezione all’altra. Il secondo tema in fortissimo è stato veramente ben fraseggiato, ma qui ha iniziato a mostrarsi il range dinamico veramente limitato del concorrente, per cui tra il grande slancio con ottave e accordi e l’agile valzerino in termini di dinamica la differenza era molto appiattita. Un eccesso di omogeneità ha colpito anche l’ultimo ritorno del secondo tema e la coda, un po’ smortina e con alcuni errori abbastanza pesanti. Difficile attaccare con il Valzer op. 34 n. 1 dopo quella chiusa e infatti il Valzer funziona, ma stenta un po’ all’inizio a trovare il giusto carattere. Nella composizione del programma, forse sarebbe stato più furbo fare il Valzer dopo il Notturno o addirittura in apertura. Bisogna ricordarsi che senza applausi del pubblico a dividere i brani, ogni pezzo sembra entrare a far parte di una sorta di grande suite unica, ragion per cui il programma di Khozyainov era tanto efficace. Bello lo Studio op. 10 n. 6, suonato con intima malinconia e buoni dettagli nella polifonia, ma non molto lanciato l’inizio della Polacca op. 53, che ha iniziato abbastanza presto ad inciampare. Si è ripreso però su un notevole Trio e ha proseguito con disinvoltura fino alla chiusa con buon impeto.

Mi è piaciuto molto anche il terzo concorrente polacco della giornata, dopo la pausa pranzo, Jakub Kuszlik, alias il Signor Ciuffo. Ve lo ricordate, no? Quello che ad ogni fortissimo accompagna uno SWISH! drammatico. Anche sto giro entra, arriva al suo Steinway 479, si gira, inchino e SWISH, colpo di frusta che già ci spoilera ciò che stava per succedere. Beh, pure lui ha suonato sullo Steinway 479 (il pianoforte più scelto del concorso) e ha scelto di fare tutti e tre i Valzer dell’op. 34. Ho apprezzato veramente molto il suo carattere esuberante e il fraseggio chiaro, anche se ogni tanto fin troppo pedante. Belle le rapide scalette, in cui ha proprio ingranato il turbo e SWISH, il motore ad elica ciuffoidale faceva da 0 a 100 in quattro nano secondi. Chissà se basta questo, se mulino la mia chioma biondastra l’unica cosa che va da 0 a 100 è il mal di testa. Tant’è, l’op. 34 n. 2 è stato splendido, molto diverso da quello di Gevorgyan. Se la diciassettenne russa aveva tenuto anche il melanconico Valzer nel mood da valse brillante, Kuszlik ha scelto la via della malinconia e allo sfarzo del Palazzo d’Inverno ha preferito l’agrodolce tristezza delle pianure polacche. Ma non temete: con il terzo Valzer si è presto ripreso. Bella anche la seconda Ballata, che pur senza raggiungere i livelli di Kobayashi né tanto meno di Sorita ha trovato un bel suono profondo e un notevole senso drammatico, confluita in una grandiosa coda. Apoteosi di tutta la prova: il colpo di ciuffo ascendente sull’ultima nota della coda, prima del ritorno di A. Standing ovation. La Polacca op. 44 fondamentalmente sapevo già come l’avrebbe suonata prima che ne facesse una nota: bel suonone profondo, grande senso drammaturgico, usuale pesantezza cui nessuno riesce a sottrarsi (tranne Gadjiev, ma perché quel pazzo ha staccato un tempo micidiale e quindi anche volendo non puoi essere pesante), ottime ottave, niente di sorprendente e nessuna rivelazione sulla struttura bislacca di questa Polacca. Un po’ di stanchezza verso il finale, che non ha tenuto bene la tensione fino in fondo. L’ho notato dal ciuffo. Mi è parso un po’ mogio nell’ultimo colpo.

Con Shushi Kyomasu abbiamo avuto il piacere di cambiare strumento e tornare sullo Yamaha. Dopo aver passato tutta la giornata sullo Steinway è stato veramente strano sentire un timbro così diverso. La Barcarola ha trovato un suono profondo e appoggiato, con ottimo fraseggio. Dopo Khozyainov, però, ogni Barcarola sembra davvero bidimensionale (salvo quella di HaoRao, ma per l’eccelsa musicalità e la grazia timbrica nella polifonia). Kyomasu si è lanciato in un bel finale, notevole soprattutto le falcate nella sinistra, ma alla fine anche qui non si è arrivati a quella conclusione catartica che la Barcarola può portare. Bello lo squillo del Valzer op. 34 n. 1, ma il pedale un po’ pesante e la definizione non fantastica non hanno aiutato a farlo scorrere. Mancava un po’ il carattere di Ciuffoman, ma d’altronde Shushi non può contare su una kyoma di uguale potenza espressiva. Il brano successivo è stato l’occasione di rincontrare un volto noto: il Notturno op. 27 n. 2, altro favorito della prima prova. Sushi si è qui concesso un po’ di manierismo, con sospiri e fermatine nel fraseggio, scaldandosi un po’ nella sezione centrale, ma trovando una espressione sincera solo nel punto più intenso di A’. Ovviamente a questa prova non poteva mancare un bell’Andante spianato e Grande Polonaise brillante e dunque eccoci serviti. Temevo che la mano sinistra dell’Andante avrebbe ricalcato paro paro quella del Notturno, invece mi son dovuto ricredere. Qui Kyomasu ha trovato un bel colore tenue e sfumato nella sinistra, tenendo ben cantabile la destra ma libere le volatine. Meno riuscita la Polacca, in cui serviva quella nitidezza necessaria a far percepire ben sgranate le eleganti figurazioni della mano destra.

Hyuk Lee me lo sono dovuto recuperare in streaming, ma vi assicuro che anche da fuori sala la sua prova mi è arrivata tantissimo. Non so se abbiate visto lo Chopin Talk con lui qualche giorno fa (doveva esserci anche Osokins ma ha paccato all’ultimo perché esausto dopo la sua prova al mattino), ma Lee è davvero una mente superiore. Coreano, in viaggio fin da prima dell’adolescenza, da sette anni vive a Mosca dove studia con Ovchinnikov, porta avanti sia pianoforte che violino ed è un maestro di scacchi che anche in occasione delle preliminari a Varsavia ha infilato un torneo in Polonia. In tutto ciò ha 21 anni. E il fratello, che ne ha 14, ormai già lo supera come rating da scacchista. Io non so cosa dire. Suonasse male almeno potrei dire “ha! vedi!” e invece no, mi tocca pure scrivere benissimo di questo maledetto, secondo dei due pazzi che hanno portato la Sonata n. 2 in seconda prova, con la Terza ad attenderli in Terza.

(Qui lo Chopin Talk con Hyuk Lee, al minuto 2:23:00)

In realtà la prova di Lee non è partita benissimo. Il Terzo Scherzo ha avuto un bell’inizio sgranato, ma tanti dettagli mi sono sembrati un po’ arruffati e non ben organizzati, numerose falle negli arpeggi di B, fraseggi non seguitissimi per i corali, scampanellii discendenti instabili, insomma si sentiva un certo nervosismo. Il Valzer op. 42 ha trovato un altro carattere, riuscendo ad essere brillante, cantabile e danzante, ma anche qui, abbiamo sentito di meglio. E poi è arrivata lei, la Seconda Sonata, che tutti stavamo aspettando. Ed è stata magnifica. Vi prego, andate a sentirvi l’inizio del primo tempo, mi ha folgorato fuori sala, mi ha folgorato in streaming, c’è una proiezione espressiva che fa leva su fraseggio e tensione per gettarsi in grandi gestualità drammatiche ma mai ridondanti. Qui ogni transizione era davvero fraseggiata divinamente bene. Ottimo anche il secondo movimento, con la sezione centrale cantabile e non noiosa nonostante le numerose ripetizioni. Lee non è riuscito qui a superare sempre con disinvoltura uno degli ostacoli di questo movimento, ossia l’essere un po’ tagliato con l’accetta. Il pianista coreano ha un po’ la tendenza già di suo a dividere razionalmente per sezioni e se nel primo movimento il naturale slancio drammatico lo ha aiutato a superare con un balzo le cesure formali, nello Scherzo non aveva nulla da cavalcare e si sente che c’è ancora del lavoro da fare. L’inizio della Marcia funebre mi era piaciuto di più in Chen, ma per tutto il resto, si sente che qui siamo su ben altro livello. I contrasti dinamici di Lee sono talmente lampanti che persino nello streaming si possono cogliere. La sezione centrale sembrava davvero una voce dal cielo, anche se alcuni dettagli di fraseggio (specie in chiusura di frasi) sono ancora da sistemare. Il crescendo nel ritorno della Marcia, però, ecco quello è da brividi e calcolato benissimo per dare l’impressione di inesorabile grandezza, senza mai forzare il suono. Dopodiché, ancora sulle risonanze allucinate della Marcia, Lee prende e stacca un quarto movimento visionario. E qui, la magia: la sala ha applaudito. Ed è grave quando succede! I polacchi sono bravissimi, sanno che si applaude solo a prova finita. E trattengono l’applauso sempre, persino dopo i brani che finisco con retorica roboante, quando senti che il pubblico vorrebbe tantissimo applaudire, ma non lo fa perché sa che in concorso si applaude alla fine. Qui no. Qui bisogna applaudire per rilasciare la tensione. E non potrei essere più d’accordo. Peraltro, questo ha concesso a Hyuk Lee di separare un po’ mentalmente il quarto tempo con la Polacca op. 53, che è iniziata con una nota sporca proprio all’inizio, ma poi ha dato una gran prova, con tanto di suonone sul suo Kawai, che inondava i corridoi ma senza forzare.

Ottima anche la prova di Bruce Xiaoyu Liu. Il pianista canadese ha qui sfoggiato tutto il suo talento di decorativista: Rondò à la Mazur op. 5, Valzer op. 42, Andante spianato e Grande Polonaise brillante, tutto è stato affrontato con un suono cristallino prodigioso, un’agilità fondamentalmente illimitata e una leggerezza che ha trovato nel Fazioli delle sfumature finora mai udite. In particolare la Polacca è stata veramente trascendentale, per definizione e controllo. Il problema è che questo è tutto. A livello espressivo, nel Rondò à la Mazur è emersa un po’ di melensaggine, il Valzer era bello danzante ed elegante ma a livello di equilibri interni non sembre ben riuscito e soprattutto si sono visti i limiti di questo approccio sulla Seconda Ballata. Come dicevo in apertura, se tecnicamente sei un padreterno e hai un gusto per la superficie sonora ben affinato, questi agili brani giovanili ti danno tanto indietro. Lo abbiamo visto anche nella prova di Sorita. La differenza con il Corsaro, però, è che questi era capace di scendere anche oltre la superficie e lo ha dimostrato nella Seconda Ballata, mentre nella Seconda Ballata di Bruce Liu non ha tirato fuori la coerenza di Sorita, né l’armonica polifonia di Khozyainov. Soprattutto è risultata carente la tenuta della tensione espressiva tra un episodio e l’altro e la coda, attaccata veramente sotto dinamica, non ha avuto spazio per gonfiarsi, costringendo il pianista a tirare dentro tutto il suono in un forzatissimo crescendo finale. Capisco che la dinamica possa essere un ostacolo per la vertiginosa velocità con cui Liu suona fondamentalmente tutto, ma forse sarebbe meglio un paio di tacche in mano e tenere più tensione. Oppure fare come Gadjiev, fregarsene, tenere la tensione drammatica e piuttosto ciccare un paio di ribattuti. Ma vabbè, queste sono considerazioni di chi è rimasto un po’ perplesso non tanto di fronte alla sala esplosa in ovazioni dopo la Polonaise (prevedibile, con quel virtuosismo) ma anche i miei compari critici polacchi intorno un po’ troppo pronti a farsi abbindolare. Vedremo ora in terza prova se Liu riuscirà a far stare in piedi la Terza Sonata. Sicuramente farà un secondo tempo impressionante, però!

Con Liu si è anche conclusa tutta la seconda fase. Il povero Marcin Wieczorek, dopo essere stato spostato alla fine, si è dovuto ritirare per problemi di salute (niente di grave, ma lo stress del Concorso miete purtroppo vittime e il pianista è stato male dopo la sua prima prova e non è riuscito a riprendersi). Questo mi ha concesso del tempo insperato per mangiare, avendo dovuto anche registrare l’unico Chopin Talk in differita che manderemo online, quello con i tecnici dei pianoforti, fondamentalmente impossibili da avere tutti insieme durante gli intervalli e dunque abbiamo approfittato del primo momento disponibile. Dunque, tocca ora parlare dei risultati. Sicuramente li avete già visti, ma per completezza ecco i nomi dei pianisti passati:

1. Mr Piotr Alexewicz, Polonia
2. Ms Leonora Armellini, Italia
3. Mr J J Jun Li Bui, Canada
4. Ms Michelle Candotti, Italia
5. Ms Yasuko Furumi, Giappone
6. Mr Alexander Gadjiev, Italia/Slovenia
7. Ms Avery Gagliano, U.S.A.
8. Mr Martin Garcia Garcia, Spagna
9. Ms Eva Gevorgyan, Russia/Armenia
10. Mr Nikolay Khozyainov, Russia
11. Ms Su Yeon Kim, Corea del Sud
12. Ms Aimi Kobayashi, Giappone
13. Mr Mateusz Krzyżowski, Polonia
14. Mr Jakub Kuszlik, Polonia
15. Mr Hyuk Lee, Corea del Sud
16. Mr Bruce (Xiaoyu) Liu, Canada
17. Mr Szymon Nehring, Polonia
18. Mr Kamil Pacholec, Polonia
19. Mr Hao Rao, Cina
20. Ms Miyu Shindo, Giappone
21. Mr Kyohei Sorita, Giappone
22. Mr Hayato Sumino, Giappone
23. Mr Andrzej Wierciński, Polonia

La prima cosa che salta all’occhio è: un po’ troppi polacchi. Non che abbia nulla contro, ma alcuni pianisti, specie in questa prova, non hanno suonato all’altezza di altri candidati esclusi. E di esclusi notevoli ce ne sono diversi. Da questa lista manca Osokins, che ok può essere persino fastidioso come modo di suonare, ma è uno che suona e suona bene. Manca anche Nguyen, che ha una musicalità splendida e limpida, mentre tra i polacchi sono sorpreso dall’assenza di Kałdunski a favore di Pacholec e Krzyżowski, molto meno interessanti. Peccato anche per Alberto Ferro e Aristo Sham, che avevano suonato meglio di diversi tra i passati. In generale, ero molto preoccupato che il gran numero di allievi dei giurati presenti in concorso potesse influire sui risultati, ma questa selezione ha ridotto molto i numeri (17 in prima prova, 14 in seconda, 8 ora) e mi ha abbastanza rassicurato sulla congruità dei voti. Eccetto i cinque esclusi appena menzionati (su 45, accettabile) mi trovo molto in accordo con le scelte della giuria. I giapponesi rimangono la principale forza di questo concorso, ma eccetto Furumi (che aveva suonato meglio in prima prova) e Shindo, gli altri sono veramente concorrenti fortissimi. Chen mi era piaciuto molto all’inizio, ma sulla Seconda Sonata ha veramente fatto il passo più lungo della gamba. Peccato anche per Tomoharu, ma la sua prova non era stata molto a fuoco. Alla fine è ushido di scena per davvero. Anche ti Talon Smith risentiremo parlare. Quella Berceuse non è qualcosa che si dimentichi facilmente.

Al di là della tristezza per i musicisti non passati, però, resta l’entusiasmo per quelli rimasti: Sorita, Bui, Armellini, Gadjiev, Rao, Lee, Kuszlik, Gevorgyan, Kim, Khozyainov, Kobayashi, ma anche Nehring, Sumino, Wierciński, Liu, Gagliano… Ora le cose si fanno davvero difficili. Da questi 23 nomi di livello altissimo si dovranno scegliere 10 e non oltre finalisti, che andranno ad esibirsi con la Filamonica sul Concerto scelto. E anche arrivati lì, stilare una graduatoria sarà difficilissimo. Io ho già i miei favoriti, partendo dalle prove di questi giorni. Ma la partita è ancora aperta e il prossimo round, con Seconda o Terza Sonata oppure l’intero ciclo dei Preludi op. 28, oltre a Mazurche e repertorio a scelta, sarà quello veramente determinante per schiarirsi le idee su questo Concorso Chopin.

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