Quella volta che Sciarrino mi ha offerto un caffè verde
di Marta Vettoretti - 19 Giugno 2026
Avevo l’intenzione di fare un’ intervista a Salvatore Sciarrino, una buona intervista di un paio d’ore, registrare tutto.
Lui però, mentre siamo seduti al bar, mi sorride dicendo che non tutto può andare come voglio io.
Per chi non lo conoscesse, Salvatore Sciarrino è nato a Palermo il 4 aprile 1947 ed è tra i nomi italiani più famosi del mondo della musica contemporanea. La sua è una voce sicuramente particolare, perché è riuscita a emergere tra le tantissime correnti che hanno preso piede dopo la prima metà del ’900 e soprattutto è emerso al di fuori delle “scuole” che han creato spesso imitatori e non compositori.
Conoscevo la sua musica e avevo seguito alcune delle lezioni che tenne l’anno scorso al conservatorio di Bologna, ma solo recentemente ho scoperto che, oltre che di musica, con Sciarrino si può parlare di tutto e di più.
Mi son sorpresa nel vedere che è estremamente curioso ed entusiasta, e per me non è scontato per un uomo della sua fama e della sua età. Durante le nostre conversazioni non parlava solo di sé, ma mi chiedeva di me, si poneva domande e formulavamo insieme risposte.
Nel mese di aprile, per la ricorrenza della sua nascita, avevo deciso di registrare la Quinta Nascosta proprio su di lui.
La puntata doveva essere registrata entro venerdì, e giovedì mattina, mentre legavo la bici davanti al conservatorio, leggo in bacheca che proprio quel giorno Sciarrino è in biblioteca a tenere una Masterclass.
E se la Quinta Nascosta la registrasse Sciarrino?
Quello che doveva essere un breve podcast alla fine si è trasformato in questo articolo, perché le chiacchiere si sono allungate, diluite, abbiamo perso il filo e ritrovato, ma intanto si era intrecciato con tante altre cose. Il tutto aveva un tono decisamente sconclusionato rispetto alle mie aspettative, ma riascoltandolo ho trovato un racconto interno che forse meritava comunque il suo spazio.
In un momento, come dicevo all’inizio, pensai che quindi era il caso di rincontrarci e far un’ intervista più lunga, prepararmi delle domande.
Ma come sempre dicevo all’inizio, non posso decidere tutto io.
Questo pezzo nasce quindi da due incontri: il primo improvvisato quel giovedì mattina, dove registro una mezz’oretta di chiacchiere nella biblioteca del Conservatorio di Bologna. Ottenerlo è stato più facile di quanto pensassi, con semplicità gli ho chiesto se potessi fargli una breve intervista per un giornale, e senza troppo indagare, mi ha risposto “Certo! Ci accomodiamo qui?”. E sono arrivata tardi a lezione.
Il secondo, in un bar sotto i portici bolognesi. Fu un incontro più lungo e non registrato; nacque dalla sua proposta – il giorno prima- di risistemare e ripercorrere insieme le domande della volta precedente.
Cosi un bel sabato mattina mi ritrovo ad aspettarlo fuori dall’hotel dove di solito alloggia quando è a Bologna. Dopo dieci minuti scopro che ci stavamo aspettando a vicenda, io fuori e lui dentro. Anche durante il nostro primo incontro era successo, sempre io fuori, passeggiando nervosa, e lui dentro la biblioteca, pacato.
È un uomo di quasi ottant’anni con il passo lento e tranquillo che si addice alla sua età, io di solito cammino rapido e faccio del mio meglio per non sembrare affrettata.
Mi chiede se mi piace il caffè verde e mi propone un bar su via Oberdan che non conosco. Servono specialità arabe e più nello specifico del Nord Africa.
Lui non è mai stato in Nord Africa, non ama viaggiare.
Mi dice che non lo fa per piacere, ma tantissimo per studio o per lavoro. Una volta ha fatto un viaggio in Grecia al matrimonio di amici e si prese la febbre. Una febbre che gli antichi riconducevano al “sole della neve”, mi spiega lui. Quando in inverno il sole scalda ma il vento è freddo.
Lui con i fogli stampati alla mano, io dal mio computer, rileggiamo.

M. Io partirei da una domanda classica, come si è avvicinato alla musica, come è iniziato il suo percorso?
S. Sono un irregolare, perché sono entrato in conservatorio la prima volta come insegnante e non come allievo, sono quello che si dice un autodidatta. Da ragazzo questa parola mi sembrava che avesse una sfumatura negativa. In effetti, con il passare del tempo, insegnando nei conservatori e anche nelle università di musica, mi sono reso conto che invece c’è un nucleo di significato in questo termine che è importantissimo e ce lo dà Omero nell’Odissea.
Omero nell’Odissea dice di sé: “io sono autodidatta, autodidactos, perché i miei canti non me li ha insegnati nessuno, li invento da me”.
Omero nell’Odissea dice di sé: “io sono autodidatta, autodidactos, perché i miei canti non me li ha insegnati nessuno, li invento da me”.
Una cosa che ti fa riflettere. Magari come Omero non ce ne sono tanti, però certamente aveva una concorrenza e comunque faceva parte di un panorama culturale, con una formazione comune. E d’altra parte la formazione comune, secondo me, nella società è importante.
M. Cosa intende per formazione comune?
S. Vuol dire quello che i Greci antichi intendevano necessario per formare il cittadino.
Questa è la parte, come si può dire, positiva dell’apprendimento o della formazione vista da parte del soggetto che impara, che però può diventare anche nello stesso tempo un peso più che una caratteristica distintiva.
Entrando prendiamo posto, e mentre ordiniamo mi dice che è contento di come è uscita la nostra breve intervista, che per quanto ci eravamo accordati per rivederla e ampliarla, a lui inizia a stare simpatica proprio così, un po’ sconclusionata.
Arriva il caffè verde, facciamo una pausa. Si avvicina il proprietario a salutarlo, come un cliente abituale, gli chiede se è tutto a posto. C’è questa musica altissima, Sciarrino parla a voce bassissima e io mi devo concentrare.
Mi commenta che nel tempo questo bar sta diventando un posto “folkloristico”, intende che lo stereotipano sempre di più. Non sembra dispiaciuto, è più un commento oggettivo, guarda gli azulejos a fianco a noi e i fiori secchi.
Continuiamo.

M. Nel suo catalogo ci sono molte opere musicali ma anche molte opere teatrali.
S. Soprattutto.
M. Di qualcuna ha scritto anche il libretto, no?
S. Sì, questa è una caratteristica un po’ particolare, perché in fondo la mia carriera l’hanno costruita i teatri tedeschi.
C’è stato un periodo piuttosto lungo in cui ogni quattro anni dovevo scrivere un’opera in italiano per un teatro tedesco.
M. Come si è avvicinato a questo mondo?
S. Non è che mi ci sono avvicinato, io non scrivo lettere, sono restio ad autopresentarmi. Forse sono un po’ fatalista o forse sono pigro, non lo so.
Me l’hanno chiesto. In Germania prima hanno rappresentato le opere che avevo già scritto, e dopo hanno cominciato a chiedermene di nuove ed era la strada che io avrei voluto percorrere. Mi sentivo compreso nelle mie potenzialità. Ho riflettuto che in fondo si rinnovava una tradizione secolare: nel Settecento nei paesi di lingua tedesca venivano commissionate opere a compositori italiani, in lingua italiana.
Io sono abbastanza stupita. Ho nella testa il mondo della musica classica adesso, dei conservatori, dei concorsi, delle istituzioni. Insisto chiedendogli come sia entrato nel mondo accademico, nei teatri tedeschi, come è arrivato a tutto questo.
Lui è stupito che io sia stupita. Mi ripete che è autodidatta e che all’epoca entrò a Milano con il massimo dei titoli artistici e zero titoli accademici. Qualcosa, che ai giorni nostri, sarebbe decisamente impossibile. Con i teatri tedeschi ha collaborato regolarmente fino al 2011, poi in occasioni più sporadiche come nel 2017 con il Staatsoper Unter der Linden di Berlino per Ti vedo, ti sento, mi perdo.
Tornando sull’essere autodidatta gli domando allora cosa è per lui insegnare composizione. Mi dice che quello che prova a fare lui, è guidare, ascoltare, supportare gli alunni, aiutarli a tirar fuori. Oggi, per esempio, è a Bologna per assistere alle prove dei ragazzi che hanno seguito con lui il circolo di Masterclass tenute a Bologna lo scorso anno.
M. Ho notato che, quando lavora con gli studenti e vede le loro opere, poi spesso fa dei rimandi a testi, letture. Una volta, per esempio, mi ricordo che aveva citato Sant’Agostino. Le vorrei chiedere: c’è una lettura che ogni tanto sente che deve rileggere, o che ha riletto con nuovi occhi?
S. Quando ero giovane, ho cominciato a desiderare di essere un buon lettore, avevo delle forme quasi di impazienza nevrotica nel leggere.
Leggevo molto superficialmente. Bisogna imparare a leggere, cercare di essere almeno un discreto lettore. Bisogna leggere con attenzione: questo vuol dire non solo memoria, ma vuol dire capacità di assorbire, perché la memoria funziona sempre, non è che funziona quando noi la inneschiamo.
Bisogna leggere con attenzione: questo vuol dire non solo memoria, ma vuol dire capacità di assorbire
Beh, ci ho messo molti anni a imparare a leggere, a non distrarmi, diciamo. Cercare di rilassare la mente ad accogliere, ad aprirsi, non semplicemente passare da un rigo all’altro come da un posatoio all’altro, come potrebbe fare un povero cardellino in gabbia, no?
Questo nessuno te lo può insegnare, perché è un esercizio quotidiano che col tempo tu devi trasformare in un piacere. Se non c’è entusiasmo è inutile tutto quello che facciamo.
Io non separo l’ antico dal moderno, perché poi tutto entra a far parte di noi. Dove si può mettere una linea di confine fra nuovo e antico? O come, anche geograficamente, fra occidentale e orientale? E questo riguarda poi anche la politica dei nostri giorni.
Come tracciare confini? Io non ne sono capace.
Proprio io, che porto un cognome arabo, un cognome che non mi sono dato io ma che ha una sua storia.

Ci distraiamo attirati da una piccola orchidea che campeggia sul lato del tavolo a mo’ di timido centrotavola.
A un certo punto condivide con me la parola del giorno che gli manda Treccani sul telefono: Sicofante.
Scopriamo essere anticamente un denunciatore di furti illeciti di fichi o un insetto della famiglia dei coleotteri. Io ammetto che è una parola che non conoscevo e lui mi dice che la conosceva, ma pensava volesse dire una specie di sacerdote.
(parlando ancora dei confini, dell’antico e il moderno)
S. Come il respiro, tutto il mondo va e viene, sale e scende, pausa, poi riprende.
Tutto questo è importante anche per capire verso che tipo di musica dovremmo orientarci, perché dovremmo fare una musica più umana possibile
Questa non è una forma di misticismo applicata all’ecologia oppure alla vita del pianeta o alle orbite degli astri, ma è una cosa reale. Noi viviamo e noi siamo il nostro respiro, e il respiro va e viene, le nostre giornate vanno e vengono, noi abbiamo bisogno di dormire e noi mangiamo periodicamente. Tutto questo è importante anche per capire che tipo di musica, verso che tipo di musica noi dovremmo orientarci, perché dovremmo fare una musica più umana possibile.
Come distinguere l’antico e il moderno? Non è possibile, le cose che fanno parte del nostro passato sono dentro di noi. Poi la memoria, che dicevo poco fa, assimila sempre. Però la memoria, quando memorizza, deforma sempre le cose. Perché siamo noi che memorizziamo, non un altro, un altro memorizza in un altro modo, questo è straordinario. Dobbiamo renderci conto, dobbiamo conoscerci. Aveva ragione Socrate.
M. E lei tutto questo lo sa, per sua curiosità?
S. Queste cose le ho imparate da me connettendo cose che in genere non si connettono. Vado trasversalmente, ho buona memoria, soprattutto collego cose che magari sono lontane fra loro.
Sta arrivando l’ora di mangiare, altra brevissima pausa, e andiamo a scegliere qualcosa al banco. Optiamo per un burek e una barchetta con uova e verdure.
M. Vorrei chiederle qualcosa sulla sua ultima opera, Danze di Rivoluzionario Malinconico, presentata qui a Bologna. Quando l’ho sentita, mi ha sorpreso, e forse non solo me.
S. Vorrebbe essere non didattica come opera, come composizione, ma vorrebbe tradurre in suono quella che è stata una mia scoperta, in fin dei conti: l’orientalismo di Chopin. Lasciamo da parte il folklore polacco, di cui non abbiamo tracce.
M. E lei quindi perché è stato attratto da Chopin? Perché ha deciso di impostarla così (l’opera a cui ci riferivamo sopra)?

S. Da ragazzo, reagivo al sentimentalismo con cui mia zia, sorella di mio padre, che era pianista, suonava Chopin. Ma lei era nata nell’Ottocento e lo suonava con tutti i cascami del tardo romanticismo. Io non lo sopportavo, lo trovavo troppo umido. C’è stato un momento in cui mi ero trasferito a Roma e a un certo punto ho pensato che forse ero io a non comprendere. Questo lo penso spesso, che devo studiare quello che non mi piace. Devo dire che non sempre riesco perché ho provato a farlo con Bruckner e non sono riuscito a farmelo piacere. Però con altri autori invece funziona.
M. Con Chopin che è successo?
Lui inventa il suono moderno del pianoforte che si avvicina alla liquefazione del suono.
S. È successo che nel 70-71, mi sono innamorato di Chopin. Uno dei primi pezzi più complessi che ho provato a scrivere per la tastiera si chiama De La Nuit e aveva un sottotitolo, che era “Alla Candida Anima di Federico Chopin da giovine”.
Quello che mi stupiva di Chopin è che la sua forma è una forma perfetta nel senso anche più scolastico del termine. Lui inventa il suono moderno del pianoforte che si avvicina alla liquefazione del suono. Quando superiamo le undici unità al secondo, il nostro orecchio fonde le note e il suono del pianoforte diventa fluido, Chopin è il primo che liquefa. Sì, qualche cosa del genere può essere comparso anche prima, in qualche arpeggio di Beethoven, ma non applicato sistematicamente come fa Chopin.
Quindi per me invece che scrivere dei saggi, oppure fare delle conferenze, io preferisco scrivere un pezzo e far sentire quello che ci ho trovato.
Quando arrivano le cose del pranzo abbiamo finito, ma continuiamo a chiacchierare.
Abbiamo parlato della sua famiglia, di sua mamma che è nata negli Stati Uniti, perché suo padre, ovvero il nonno di Sciarrino, a fine Ottocento trasportava e importava arance. Ci fu una crisi nel 1911 e tornò a Palermo.
Suo padre anche era di Palermo. Dice che è una città bella però complicata dove vivere. Anche se la sua casa non è più lì, lui si sente siciliano, e io gli chiedo se è interessato al folklore della sua terra. Risponde che non sa molto del folklore se non tramite le ricerche di Alberto Favara che a fine ottocento documentò i canti popolari siciliani.
Lui non suona niente, compone; la unica figura musicista in casa è stata sua zia Cristina —sopra citata—, che nella vita non ha fatto la pianista, ma era molto seria e molto dedita alla musica —mi ha fatto il gesto di qualcuno di dritto, rigoroso. Viveva a casa con loro perché non sposata e senza figli e così nella casa di Sciarrino c’era un pianoforte e lei era la figura a cui fare domande musicali.
Rileggiamo velocemente quel che abbiamo sistemato e sentenziamo ancora una volta che questa non è un’intervista, ma a entrambi piace così.
Rileggiamo velocemente quel che abbiamo sistemato e sentenziamo ancora una volta che questa non è un’intervista, ma a entrambi piace così.
Lo accompagno verso il Conservatorio e lungo il cammino ci fermiamo spesso: prima a guardare i sanpietrini lucidati dai passanti, poi gli edifici bolognesi che si gettano oltre le proprie colonne, i vecchi archi in legno e così via, in questa passeggiata lenta attraverso il ghetto ebraico di Bologna.
Lui sempre ammirato e incuriosito da tutto, un bambino.
Io esprimo il mio disappunto sulla gentrificazione di Bologna e delle città italiane, lui fa spallucce e mi dice con serenità che è da sempre che le città si sviluppano così sotto il capitalismo.
Mi mostra una scorciatoia per arrivare in Conservatorio che non conoscevo.
Ci accordiamo sul fatto che a me piacciono le luci calde e a lui bianche, apprezza quindi la luce della mattina e io quella della sera.
Mi chiede se mi piace comunque Bologna con le luci del mattino. Effettivamente meno.
Lo saluto e lo ringrazio per il tempo dedicato.
E per avermi fatto scoprire il caffè verde, la parola Sicofante e per aver sabotato la mia troppo banale idea di intervista.