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Note in Altezza: la nuova rete dei festival di musica in montagna

di Matteo Camogliano - 31 Maggio 2021

Nei giorni scorsi è trapelata la notizia, un po’ in sordina, della nascita di una Rete dei Festival italiani di Musica in Montagna. Il fatto sembra aver avuto un’eco piuttosto contenuta, anche a livello giornalistico, rimanendo confinata più al ristretto ambito d’interesse degli appassionati di montagna che non di quelli di musica o cultura. Vale la pena soffermarsi a riflettere su questa realtà, non solo da un aspetto culturale e musicale, ma anche come fenomeno sociale del nostro tempo.

Da quest’ultimo punto di vista si evince in maniera piuttosto lampante quale possa essere il significato di questa neonata rete organizzativa volta ad incentivare la gestione dei festival di musica in ambienti montani. La situazione ancora tristemente attuale di lotta alla pandemia da covid-19 ha infatti provato in maniera inaudita il mondo dello spettacolo così come tutto il settore legato al turismo e ai servizi in Italia. A pagare le conseguenze più dure, proprio come in una guerra (nemmeno troppo lontana da noi, nei cupi bagliori di bombe ad oriente), sono del resto sempre i più deboli, vale a dire in questo caso le piccole associazioni culturali e le già fragili economie dei centri montani meno noti, quelli lontani dall’apparente candore delle ricche piste da sci o dai centri termali, sebbene anche queste realtà non nuotino affatto in tiepide acque. Lo spiraglio di luce che finalmente si intravede all’orizzonte è come un sentiero che dalla porta di casa invoglia i cittadini ad uscire dalle mura per riappropriarsi del mondo che c’è fuori, consci anche, dopo quindici mesi di indottrinamento virologico, che l’aria aperta, di mare o di montagna, è più salubre di quella ricondizionata dai bocchettoni dei centri commerciali (Deo gratias). Insomma, quale occasione migliore per puntare su un turismo e un tipo di spettacolo che coinvolga in maniera attiva l’ambiente stesso, garantendo inoltre la sicurezza dei partecipanti, della ripresa delle attività culturali dopo più di un anno di tentennamenti? La domanda è volutamente retorica e a parere di chi scrive non lascia spazio a obiezioni, visto anche l’indiscutibile contributo che può offrire alla ripresa delle economie circolari di queste località, più o meno famose.

Entrando nel merito dei festival di musica in montagna, gli articoli usciti in questi giorni, oltre che su questi aspetti legati ai tempi correnti, ponevano giustamente l’accento sulla valorizzazione del territorio e sulla consapevolezza ambientale. Questo tema è chiaramente la sfida del futuro, pertanto simili manifestazioni culturali non possono che aumentare la sensibilità di chi vi partecipa, con un occhio di riguardo ai giovanissimi verso i quali sono rivolte le maggiori speranze. Nel comunicato si legge come il punto comune ai diversi festival sparsi per l’Italia, ovvero I Suoni delle Dolomiti (Trentino), Musica sulle Apuane (Toscana), MusicaStelle Outdoor (Valle d’Aosta), Paesaggi Sonori (Abruzzo), RisorgiMarche (Marche), Suoni Controvento (Umbria), Suoni della Murgia (Puglia) e Time in Jazz (Sardegna), sia quello di un’etica ambientale avente come obbiettivo un turismo consapevole, in cui paesaggio e spettatore si compenetrino e non si disturbino l’un l’altro, in cui uomo e natura siano in armonia. Un’armonia fatta di musica che spazia dalla classica al pop, dal jazz al folk, così come nel nostro Bel Paese si passa dalle aspre vette alpine ai dolci rilievi appenninici.

Parlando di armonia, eccoci dunque al pane per i nostri denti: che cosa può significare questa nuova realtà dal punto di vista musicale? Forse è utile fare un piccolo passo indietro per capire quale sia la storia dello spettacolo musicale all’aperto, e in particolare in montagna.
Che la musica sia nata all’aperto è affermazione alquanto tautologica, come lo è il fatto che essa sia innanzitutto imitazione, mimesis della natura stessa, ma anche strumento di comunicazione universale in mancanza di un linguaggio ben strutturato. Non si vuole fare qui un excursus sulla musica nei primi millenni di storia dell’umanità, né sulla preistoria o sull’antichità. Tuttavia è utile ricordare come lo spostamento dello spettacolo musicale dal luogo aperto al luogo chiuso, che oggi sembra essere il suo habitat naturale, sia in realtà un fenomeno molto più tardo di quanto pensiamo.

Nell’Antichità i teatri erano a cielo aperto, ricavati da avvallamenti naturali del terreno, gli anfiteatri appunto, e per tutto il medioevo, fatte salve chiese, cappelle e monasteri riempiti dall’eco dei canti religiosi, la gran parte della musica popolare (andata ahinoi quasi tutta perduta) era vissuta all’aperto, nelle strade, nelle piazze. Questi erano gli auditorium del tempo. Il teatro chiuso, all’italiana, è un’invenzione già dell’epoca moderna, del tardo rinascimento, e per avere salotti e sale da concerto vere e proprie, che non fossero le sontuose regge dei sovrani, bisogna aspettare la rivoluzione intellettuale del Secolo dei lumi e poi del Romanticismo. Insomma il tempio sacro della musica che è per noi il teatro o la sala da concerto, ha in realtà delle fondamenta piuttosto recenti. Ma è la stessa storia dell’architettura musicale a farci capire quanto in realtà essa stessa sia debitrice della natura: il citato esempio dell’anfiteatro classico, costruito in luoghi naturalmente predisposti, è del resto il modello di acustica perfetta cui si rifanno architetti e studiosi di tutti i tempi. Così anche negli auditorium più moderni non si può mai prescindere, al di là delle soluzioni architettoniche più avveniristiche, dall’ausilio del materiale naturale che più di tutti trasmette il suono e lo modella: il legno, con cui pareti, pavimenti e soffitti delle sale da concerto sono rivestite, in cui a ben pensare dunque si è come circondati da una foresta. Alla luce di tutto ciò, è naturale che l’uomo nel suo progressivo tentativo positivista di sopraffare la natura e piegarla al suo volere, non abbia potuto fare a meno in realtà di ispirarvisi, e in realtà non vi abbia mai rinunciato.

Il progressivo rinchiudersi della musica e dei musicisti in sale da concerto sempre più ornate e sofisticate, è in realtà un fenomeno verrebbe da dire temporaneo e refrattario alla natura stessa della musica. Lo sanno bene molti grandi compositori, che riconoscono la potenza ispiratrice della natura e la naturalità stessa della musica: già dai teorici del cinque-seicento, poi sempre con una maggiore consapevolezza. Complice il pensiero romantico, nell’ Ottocento si ha una progressiva rivalutazione della natura, evidente già in Beethoven e in Schubert. Anche la montagna, da semplice impedimento fisico e ambiente pericoloso, diventa grazie all’ estetica del sublime nuovo oggetto di interesse nell’esplorazione e in tutte le arti, dalla letteratura alla musica. Luogo prediletto da Brahms, Mahler e Strauss, che vi trascorrono le estati, camminando, ascoltando, componendo, trasferendo sulla carta suggestioni ispirate dai canti popolari, Volkslied, o dai boschi, laghi, vette e dal pascolare degli animali, Naturlaut, suoni di natura.
Poi arriva il Novecento e sotto le bombe delle guerre mondiali si sgretolano i teatri, feticci splendenti ridotti a cumuli di macerie. Ma al dissolversi della polvere le montagne si ergono sempre là, indomite, prima teatro di scontri sanguinosi ma ancora palcoscenici incorruttibili che attendono di essere riscoperte, ora nuovamente simboli di libertà e vita ritrovata. Così vengono riscoperte le forti analogie tra musica e montagna da parte di musicisti, intellettuali e alpinisti, si pensi tra tanti a Massimo Mila, una montagna su cui sono prima cresciuti, poi vi ci sono nascosti  scappando e combattendo, infine vi sono tornati con rinnovato stupore. Ecco allora da dove proviene questo ritorno alla natura, questa voglia che ha coinvolto un numero sempre più grande di musicisti e di appassionati negli ultimi settant’anni fino a oggi, quando tra i fautori di questi eventi si possono portare come esempio il violoncellista Mario Brunello, che incarna molto bene la figura del musicista-montanaro, capace di riscuotere una certa notorietà con il suo approccio del tutto particolare alla musica e a questo tipo di esperienze, o lo stesso Ezio Bosso, che partecipò in diverse occasioni a emozionanti concerti , e l’elenco di nomi importanti del mondo musicale (classico e non) sarebbe davvero sterminato.

Parlando ora di fenomenologia dello spettacolo di musica in montagna, bisogna fare anche qui un po’ di chiarezza. A partire dal dopoguerra i primi musicisti e le prime orchestre si sono organizzate per realizzare i concerti in quota, dapprima portando gli strumenti sulle proprie spalle, cercando i luoghi più adatti e suggestivi, spesso raggiungibili solo da chi avesse davvero voglia di camminare. Nascono così le varie manifestazioni note ormai al grande pubblico, dai concerti di ferragosto trasmessi in tv ai molti dei festival sovracitati. In seguito appunto in maniera inversamente proporzionale all’aumento di notorietà e di afflusso di persone agli eventi è andata riducendosi l’altitudine degli ambienti scelti, che si sono fatti sempre più accessibili alle famigliole con bambini al seguito e anche a chi non può contare esclusivamente sulle proprie gambe, scegliendo località raggiungibili con strade carrozzabili o impianti di risalita. Un adattamento sacrosanto, per garantire l’accessibilità a tutti, per avvicinare la musica a quante più persone possibili rendendo lo spettacolo dell’arte e della natura alla portata di tutti e non un privilegio per pochi. Ma gli effetti collaterali di questi adattamenti sono proprio a danno dell’ ambiente, con un conseguente impatto crescente su questi ecosistemi momentaneamente stravolti una volta l’anno da folle oceaniche in cammino, che lasciano dietro di sé troppi rifiuti, spaventano la fauna, e lo stesso dispiegamento di vaste troupe radio-televisive, l’installazione di palcoscenici, amplificatori, lo spostamento di automezzi ed elicotteri. Insomma il prezzo da pagare per garantire all’evento di essere fruibile da tutti, anche dal salotto di casa.

È ancora possibile una soluzione green che coniughi l’ etica ambientale a quella delle pari opportunità, unitamente alla missione artisticodivulgativa? Sicuramente la neonata rete organizzativa si muove in questa direzione.
Il compromesso può stare nella realizzazione di tipologie di eventi differenti, in modo che nessuna parte si senta offesa. Sicuramente non possono mancare una tantum i grandi concerti con le orchestre in quota, raggiungibili da tutti, i quali richiedono necessariamente un notevole dispiegamento di mezzi e forze umane, e sui quali è bene dunque operare una responsabilizzazione del pubblico che si reca ad assistere all’evento, secondo il principio per cui tutto deve essere lasciato pulito com’era o più di prima.
Accanto a questi eventi su larga scala, è altresì utile avere un numero di concerti che verrebbe da definire, con un brutto termine, elitari, in cui sia i musicisti, in formazioni ristrette, che il pubblico non debbano avere necessità che delle proprie gambe e di un masso o un prato su cui sedersi, rispettando al meglio l’ ambiente scelto come teatro, prediligendo in questo caso luoghi anche meno alla portata di tutti o fuori da quelli più frequentati, in modo da rendere l’evento stesso una sorta di ricompensa per i volenterosi camminatori che si spingono oltre la semplice passeggiata turistica. Insomma la differenziazione delle esperienze sembra essere la soluzione migliore al problema.

Musica e montagna sono dunque un binomio che può portare giovamento a entrambe le sfere economiche dei due settori, oggi quantomai bisognose di aiuto, e sono tra loro intimamente legate. Lo sa chi oggi si accosta alla montagna con l’ umiltà e la capacità di ascoltare, come davanti a una sinfonia, e viceversa chi all’ascolto di un capolavoro della musica si sente piccolo come davanti a una parete, e nel suonarlo e studiarlo lo affronta come una scalata.

Quando guardo le montagne ho i sentimenti delle montagne dentro di me: li sento, come Beethoven che sentiva i suoni nella testa quando era sordo e compose la Nona sinfonia. Le rocce, le pareti e le scalate sono un’opera d’arte.
– R. Messner

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