Non solo Nolan: l’Ulisse di Luigi Dallapiccola
di Linda Iobbi - 30 Luglio 2026
L’Odissea di Christopher Nolan, ancora prima di uscire, ha fatto parlare molto di sé. Tante le critiche quanto l’attesa. E alla fine è uscito in sala.
Le recensioni sono state in gran parte entusiastiche: il film è stato definito «un filmone, epico per davvero» da Vanity Fair, «un capolavoro sotto ogni aspetto» dal Times, «cinema puro» dal Los Angeles Times.
Senza dubbio è il film dell’anno e sì, sono andata a vederlo.
Ma questa non vuol essere una recensione cinematografica, perché colei che scrive è innanzitutto una musicista, appassionata di cinema tanto quanto di pizza. E quindi vorrei cogliere questa occasione che ci ha regalato Nolan per parlare di Ulisse, ma visto dagli occhi di un musicista italiano del secolo scorso. Oggi vorrei raccontarvi dell’Ulisse di Luigi Dallapiccola e perché, guardando il film di Nolan, non ho potuto fare a meno di tracciare un confronto tra questi due artisti.
L’Ulisse di Luigi Dallapiccola, rappresentato per la prima volta alla Deutsche Oper di Berlino nel 1968, e l’Odissea di Christopher Nolan sono opere lontane nel tempo, nel medium e nel linguaggio. Eppure, entrambe condividono la stessa ambizione: non raccontare l’antico mito, ma piegarlo alle domande dell’uomo moderno. Questi due artisti, infatti, non vogliono tanto essere fedeli a Omero, quanto piuttosto parlare al nostro tempo.
Entrambe condividono la stessa ambizione: non raccontare l’antico mito, ma piegarlo alle domande dell’uomo moderno
L’Ulisse dodecafonico

Il caso vuole che Luigi Dallapiccola, proprio da bambino, assisté alla proiezione del film muto L’Odissea di Omero: il primo adattamento cinematografico del poema, realizzato in Italia nel lontano 1911. Da quel momento cominciò a immedesimarsi nella figura di Ulisse: «una traversata, nel mare dodecafonico, che durerà tutta la vita»; il mito omerico divenne un’ossessione creativa. Quando da grande inizierà a lavorare sull’opera, deciderà di utilizzare proprio il linguaggio dodecafonico e di trasformare l’eroe pagano in un uomo del Novecento, smarrito e solo, che si interroga sulla propria identità: «Ch’io sia forse Nessuno?». La dodecafonia, però, non è mai un mero esercizio tecnico, ma un linguaggio emotivo che restituisce in musica, in suoni, proprio quella frammentazione di un’identità in cerca di sé.
Non è un’opera nel senso tradizionale del termine: non c’è una trama da seguire, non ci sono eroi che combattono o amori che trionfano. È piuttosto un’architettura sonora che trasforma l’antico mito in un dramma interiore, una sorta di viaggio dell’anima che si svolge nella musica prima ancora che sulla scena. Dallapiccola decide di scrivere il libretto in prima persona e sceglie di attingere non solo da Omero ma anche da Dante.
La dodecafonia non è mai un mero esercizio tecnico, ma un linguaggio emotivo che restituisce in musica, in suoni, proprio quella frammentazione di un’identità in cerca di sé.
La struttura dell’opera è rigorosa ma soprattutto simbolica: un prologo, due atti, il tutto articolato in tredici episodi. Dal primo al sesto c’è un Tempus Destruendi, in cui Ulisse è schiavo dei propri inganni; dall’ottavo in poi un Tempus Aedificandi, in cui la coscienza comincia a formarsi. Il settimo episodio, il “Viaggio nell’Ade”, è il centro dell’intera costruzione drammatica. Lì, esattamente a metà della scena, Ulisse incontra la madre Anticlea e tenta di abbracciarla, ma lei svanisce: è il simbolo di tutti i legami terreni che Ulisse deve imparare a lasciare.
Il film di Nolan, che pure dedica ampio spazio alla discesa nell’Ade, compie invece una scelta diversa. L’Ulisse di Nolan è un reduce devastato dal senso di colpa, che scende nell’Ade non per ritrovare se stesso, ma per ascoltare la profezia di Tiresia. È un eroe che ha perso la sua astuzia, che non pronuncia mai la parola «Nessuno» (completamente ignorata nella scena di Polifemo) e che nel regno dei morti cerca una risposta pratica, la strada per tornare a casa.
La svolta

Quel «Madre» pronunciato nella battuta centrale dell’opera di Dallapiccola è il punto di non ritorno. L’abbraccio che svanisce dice a Ulisse che i legami di sangue, la patria, il passato non possono più essere il fine del suo viaggio. Da quel momento in poi il nostro eroe deve andare avanti verso la solitudine, fino all’intuizione di Dio che chiude l’intera opera con le parole di Sant’Agostino: «Fecisti nos ad te, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te», ovvero «Ci hai fatti per Te, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te».
Verrebbe da pensare che Dallapiccola stia cristianizzando il mito di Ulisse, raccontando l’Odissea come fosse una leggenda agiografica, ma non è così. Qualunque sia la ricerca di Ulisse, per qualunque inganno o hybris sia passata, è comunque una ricerca del vero, e il vero, per Dallapiccola, si rivela come Dio.
Come scrive Mario Ruffini, il compositore compie un passo che Dante non aveva osato: Dante porta Ulisse alle soglie del Purgatorio e lo lascia sprofondare nel gorgo; Dallapiccola lo porta all’intuizione di Dio, perché aveva vissuto le guerre e le tragedie del Novecento, e decide di scrivere un’opera che cerca la pace e che la trova in un abbandono fiducioso a Qualcuno più grande.
Per Nolan è diverso. Lui, noi, viviamo in un’epoca di crisi delle grandi narrazioni ed è per questo che il suo Ulisse è un uomo che cerca e non trova, che parte e non arriva (o forse non vuole mai arrivare), che rimane sospeso.
Come scrive Domenico Fragata su Artuu Magazine, Nolan trasforma l’eroe omerico in un «reduce con sindrome post-traumatica da stress», e questo «sterilizza l’archetipo» perché «la persona prevale sul simbolo e sul mito, il caso clinico sull’archetipo».
Entrambi questi artisti ci parlano della nostra inquietudine. Ma mentre Dallapiccola le dà un nome, quello di Dio, Nolan la lascia sospesa, come un’ultima domanda che non trova risposta.
Fede e vuoto
C’è qualcosa che però accomuna Dallapiccola a Nolan: la consapevolezza che il mito di Ulisse non può essere semplicemente riproposto, ma deve essere interrogato. Entrambi, infatti, trasformano l’eroe omerico in una figura del presente.
Dallapiccola compie un percorso che va dalla solitudine alla fede, dalla frammentazione all’unità. Il suo Ulisse è un uomo che arriva ad una rivelazione spirituale interiore. La musica dodecafonica, con la sua tensione e il suo rigore, diventa una preghiera in questo percorso.
Nolan, invece, non cerca una risposta. Il suo Ulisse rimane intrappolato nella colpa e nel narcisismo ed è incapace di redimersi. Il film è stato criticato per aver «sottratto l’emotività» in funzione di una declinazione contemporanea di «virtute e canoscenza». Quello che resta è un’eroe smascherato ma che non offre consolazione.
Forse è proprio questa la differenza più profonda. Dallapiccola, nel suo Ulisse, cerca ancora un senso, e lo trova in Dio. Nolan, nel suo, mostra il vuoto e si ferma. Entrambi, però, ci ricordano che l’Odissea non è mai finita: ogni epoca deve riscrivere il proprio viaggio, trovare il proprio canto delle Sirene, affrontare il proprio Ade e, infine, ritrovare la strada verso casa.
