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Non chiamatelo concerto!

di Carlo Emilio Tortarolo - 14 Settembre 2026

Villa Verdi, Riccardo Muti e il sottile confine tra regola ed eccezione

Sabato 12 settembre, nel giardino di Villa Verdi a Sant’Agata di Villanova sull’Arda, Riccardo Muti si è seduto al pianoforte e, accompagnato da alcuni dei maggiori interpreti italiani del repertorio, ha fatto risuonare la musica di Verdi nel luogo in cui Verdi l’ha pensata e scritta.

Alle sue spalle, però, la casa che fu del compositore è rimasta chiusa, se non per una finestra da cui far risuonare il Lacrimosa del Requiem a fine evento.
Villa Verdi non è ancora visitabile e, nonostante gli annunci e i solleciti degli ultimi anni, non esiste una data certa per la sua riapertura al pubblico.

La musica, dunque, è tornata, anche solo per una sera, nella casa di Verdi. Il pubblico, invece, dovrà ancora aspettare.
Per questa nuova stagione di Diapason, partiamo proprio da questa contraddizione.

Da un anno e mezzo la villa appartiene allo Stato. Il 28 febbraio 2025 si è infatti conclusa la lunga vicenda aperta dalla divisione fra gli eredi Carrara-Verdi e culminata nella decisione del Tribunale di Parma di mettere l’immobile all’asta. Dopo le pressioni provenienti da gran parte del mondo musicale italiano e internazionale, lo Stato è intervenuto con un esproprio per pubblica utilità: la villa, insieme al patrimonio che custodisce, è così diventata formalmente un bene della collettività.

Il restauro necessario, però, procede più lentamente delle intenzioni dichiarate.
La polemica, del resto, era cominciata già ad agosto, quando Muti aveva reso pubblica una lettera nella quale denunciava il mancato via libera a un’iniziativa nel giardino della villa: suonare per ricordare che quella casa non poteva restare in silenzio e richiamare l’attenzione sulle sue condizioni, evocando persino una biblioteca che «si bagna quando piove». Il ministro della Cultura Alessandro Giuli aveva successivamente negato che fosse mai stato opposto un vero diniego e aveva rivendicato il proprio sostegno all’iniziativa.

Fra ricostruzioni, autorizzazioni e interlocuzioni istituzionali, in quel burocratese da grandi occasioni, era però comparsa una definizione singolare. L’evento del 12 settembre non sarebbe stato propriamente un concerto, bensì una «prova d’autore».

Una distinzione che lo stesso Muti ha rivendicato fino alla vigilia dell’appuntamento: “non è un concerto”, ha spiegato all’ANSA, ma una riunione di musicisti “in un certo senso privata” pensata per lanciare un messaggio sulle condizioni e sul futuro della villa. 
La questione lessicale, dunque, non era soltanto una curiosità: descriveva anche la forma scelta per rendere possibile l’iniziativa.

Una parola, due regimi

Non esiste naturalmente alcun dubbio sulla legittimità artistica della presenza di Riccardo Muti a Villa Verdi. Pochissimi interpreti viventi possono rivendicare un rapporto altrettanto profondo con Giuseppe Verdi: ottantacinque anni, mezzo secolo trascorso a dirigerne le opere nei principali teatri del mondo, una parte considerevole della propria identità artistica costruita su quel repertorio e persino un’orchestra giovanile, la Cherubini, nata anche per trasmetterlo alle generazioni successive.
Se qualcuno poteva sostenere che Villa Verdi non dovesse restare in silenzio, Muti aveva certamente l’autorevolezza per farlo.

Ma allora, che differenza passava fra un concerto e una «prova d’autore»?

La domanda, dopo le parole dello stesso Muti, può essere formulata in maniera più precisa.

Un concerto aperto al pubblico porta con sé un determinato apparato di autorizzazioni, responsabilità, sicurezza, sorveglianza, gestione dei flussi e dei servizi. 
Una riunione privata, senza palco, senza amplificazione e destinata a un gruppo circoscritto di invitati può evidentemente presentare caratteristiche differenti.

Chi organizza eventi culturali conosce bene questa dimensione: pubblico spettacolo, sicurezza, diritti d’autore, responsabilità degli organizzatori, autorizzazioni amministrative. Procedure spesso esasperanti, auspicabilmente migliorabili, ma costruite almeno in teoria perché un bene pubblico non possa essere utilizzato semplicemente sulla base della volontà di chi desidera farlo.

“Prova d’autore”, invece, non risulta essere una categoria amministrativa prevista dalle procedure ordinarie. La definizione sembra piuttosto descrivere una formula costruita attorno alle caratteristiche concrete dell’iniziativa: un incontro su invito, con circa un centinaio di ospiti, musicisti di primo piano e rappresentanti delle istituzioni, organizzato con lo scopo dichiarato di richiamare pubblicamente l’attenzione su Villa Verdi.

Il problema diventa allora meno quello di stabilire se una parola abbia consentito di evitare qualche procedura e più quello di comprendere quali condizioni abbiano permesso di considerare quella serata qualcosa di diverso da uno spettacolo pubblico.

Perché la natura privata rivendicata da Muti conviveva con un’ambizione tutt’altro che privata: quella di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni su un bene dello Stato ancora sottratto alla normale fruizione. L’iniziativa non era destinata al pubblico, ma voleva parlare al pubblico; avveniva davanti a un gruppo selezionato di invitati, ma aspirava dichiaratamente a produrre conseguenze molto più ampie.

Il privilegio dell’eccezione

Nelle istituzioni culturali italiane il rapporto fra norma e prassi è da sempre uno dei terreni più scivolosi. Esistono regolamenti formalmente uguali per tutti che finiscono poi per incontrare applicazioni, interpretazioni e velocità molto differenti a seconda del luogo, dell’interlocutore e, inutile fingere il contrario, della capacità di chi domanda di farsi ascoltare.
Non si tratta necessariamente di qualcosa di illegale. Il meccanismo è molto più ordinario e proprio per questo più difficile da mettere a fuoco: il capitale relazionale e quello simbolico possono ridurre distanze che per altri restano insuperabili.

Proprio l’enorme prestigio di Muti rende il caso esemplare. Una possibilità simile, in un bene statale ancora chiuso alla fruizione, sarebbe accessibile anche a un soggetto privo dello stesso peso artistico e istituzionale?
Una differenza non di poco conto.

Se le caratteristiche dell’iniziativa consentivano quel tipo di utilizzo della Villa, sarebbe utile comprendere attraverso quale percorso, anche perché potrebbe rappresentare un precedente interessante per altri progetti capaci di valorizzare il patrimonio culturale. Se invece è stata necessaria un’interpretazione particolare delle procedure, sarebbe altrettanto utile conoscere i criteri che l’hanno resa possibile.
Se, infine, l’operazione è diventata possibile soprattutto perché a sostenerla erano Riccardo Muti e direttamente il ministro della Cultura, allora il problema non riguarda più Villa Verdi, ma tutti quelli che Riccardo Muti non sono.

Una regola pubblica ha infatti senso non perché sia immutabile, ma perché anche le sue eccezioni possano essere spiegate. Diversamente, il confine fra ciò che si può fare e ciò che non si può fare rischia di dipendere meno dalle condizioni oggettive che dalla forza di chi domanda.
Nel caso di Sant’Agata la questione assume un peso ancora maggiore proprio per la natura del bene.

La casa di tutti

Villa Verdi è diventata pubblica perché il valore storico e culturale che custodisce è stato ritenuto superiore alla disponibilità dei singoli proprietari o di qualsiasi privato. La vicenda ereditaria, l’impossibilità di trovare una soluzione condivisa e il rischio della vendita all’asta hanno prodotto una delle forme più incisive attraverso cui lo Stato possa intervenire sulla proprietà privata: l’esproprio per pubblica utilità.

Da quel momento la Villa, almeno nella rassicurante e abusata retorica con cui siamo abituati a descrivere il patrimonio nazionale, è diventata «di tutti».
Ma essere di tutti comporta anche la parte meno poetica della definizione: procedure, responsabilità, autorizzazioni, tempi amministrativi e criteri che dovrebbero impedire che l’utilizzo di un bene dipenda semplicemente dalla volontà di chi, in un determinato momento, ha il potere di disporne.

Non avrebbe ovviamente alcun senso sostenere che, proprio perché pubblica, Villa Verdi debba diventare un luogo impermeabile a ogni iniziativa fino al completamento dell’ultimo restauro e dell’ultima pratica amministrativa. Sarebbe la vittoria di quella stessa burocrazia culturale che troppo spesso trasforma la tutela in immobilismo e la responsabilità in divieto preventivo.

Ma se esistono modi intelligenti e sicuri per utilizzare un bene pubblico anche prima del completamento del suo recupero, quelle soluzioni dovrebbero diventare patrimonio dell’amministrazione e magari l’avvio di una vera semplificazione: criteri conoscibili, procedure replicabili, possibilità aperte a chi presenti progetti compatibili, non soluzioni costruite di volta in volta attorno all’autorevolezza di chi riesce a bussare alla porta giusta.

Il paradosso assume anzi una forma ancora più evidente: Villa Verdi è stata sottratta alla disponibilità di pochi perché diventasse patrimonio della collettività e, mentre resta inaccessibile ai più, per denunciarne proprio l’inaccessibilità si è scelto un incontro necessariamente riservato a pochi.

Il giorno dopo

Villa Verdi è stata sottratta alla disponibilità di pochi perché diventasse patrimonio della collettività e, mentre resta inaccessibile ai più, per denunciarne proprio l’inaccessibilità si è scelto un incontro necessariamente riservato a pochi

A Muti va riconosciuto qualcosa in più dell’aver semplicemente riportato l’attenzione sul problema. Alla vigilia dell’iniziativa ha accusato senza mezzi termini i governi che si sono succeduti di non aver saputo affrontare la vicenda di Villa Verdi e ha chiesto alle istituzioni di intervenire concretamente. La denuncia, dunque, c’è stata ed è stata esplicita.

La presenza dello stesso Giuli ha aggiunto alla serata una dimensione istituzionale che non è sembrata affatto pacificata. Tra il ministro e Muti erano percepibili tensioni evidenti, difficili da ricondurre alla semplice ritualità dell’occasione. Da una parte il maestro aveva costruito l’iniziativa proprio come denuncia dell’immobilismo che aveva accompagnato Villa Verdi negli anni; dall’altra Giuli partecipava in veste istituzionale, trasformando inevitabilmente la propria presenza anche in una passerella per rivendicare l’azione del Ministero. La tensione osservata durante la serata finisce così per restituire abbastanza bene la contraddizione dell’intera iniziativa: un evento nato per mettere sotto pressione le istituzioni al quale le istituzioni stesse hanno partecipato, potendo contemporaneamente utilizzare quella stessa ribalta per mostrare di essere già al lavoro.

Proprio per questo la questione non è contrapporre la protesta alla cerimonia, ma capire che cosa la cerimonia sia riuscita a produrre oltre alla protesta stessa. Il sistema culturale italiano, come abbiamo visto spesso, è molto bravo in questo genere di operazioni di vetrina, ma molto meno nel trasformare l’eccezionalità di un evento nel funzionamento ordinario delle proprie istituzioni. 

Avremmo bisogno di molti più luoghi storici capaci di tornare vivi attraverso la musica e non soltanto di essere conservati come reliquie.

Il giorno dopo, però, Villa Verdi è tornata a essere quello che era il giorno prima: un bene pubblico ancora chiuso al pubblico.
Il «concerto privato» potrebbe dimostrare di essere stato qualcosa di più di una fortunata definizione se la soluzione trovata per consentire quella serata diventasse un precedente, un modello o anche soltanto l’occasione per rendere più intelligenti procedure che oggi soffocano una parte della vita culturale italiana. In quel caso, l’eccezione avrebbe prodotto qualcosa di utile.

Se invece resterà irripetibile, legata al prestigio di chi l’ha ottenuta e destinata a dissolversi insieme alle immagini della serata, avremo semplicemente confermato una delle abitudini più resistenti del nostro sistema culturale: regole rigidissime per molti, eccezioni poco trasparenti per pochi.

Stabilire se sabato sia andata in scena una prova, un concerto o quella «riunione di musicisti» rivendicata da Muti conta, a questo punto, relativamente. La domanda più interessante è un’altra: le condizioni che hanno reso possibile quella serata sarebbero state disponibili anche a chi non si chiama Riccardo Muti?

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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