Milano Musica 2026: un racconto “umano”
di Lorenzo Ottaviani - 24 Giugno 2026
Siamo stati media partner di Milano Musica 2026, festival che quest’anno esplorava la tematica delle Lontananze Creative. Noi vi abbiamo portato direttamente in platea e nelle diverse sale sui nostri canali social, ma, per chi si fosse perso le stories, ecco un racconto completo. Targato Quinte Parallele.
Mi capita di scrivere i miei pensieri, le mie sensazioni ed emozioni a fine giornata. Ammetto che non succede sempre, mentirei. Però spesso, spesso…sì. Ho cominciato a farlo qualche anno fa, quando delle questioni personali mi avevano riempito la testa di tanto caos e vedevo un po’ troppo annebbiato, purtroppo una sensazione che spesso ci può coinvolgere. Da quel momento faccio journaling, quindi riassumo gli eventi della giornata e mi guardo indietro. Oggi voglio fare un esercizio con voi: applicare lo stesso metodo per raccontarvi ciò che ho visto, sentito e vissuto dal 26 Aprile al 6 Giugno a Milano Musica. Ma come? Come posso riuscire a raccontarvi in un unico articolo quasi un mese e mezzo di festival? Vi dirò subito subito che la risposta è semplice e banale: seguendo l’ordine cronologico, ma di settimana in settimana ci sarà una parola per descrivere ciò che ho provato. Si comincia.
Settimana I – La luce

Il 26 Aprile c’è la partenza, si inaugura la stagione con le due luci, i due colori, i due protagonisti dell’edizione 2026: György Kurtag e Morton Feldman. Alle ore 11.30 si parte con il Quartetto Noûs al Ridotto dei Palchi “A. Toscanini” del Teatro alla Scala che esegue l’Hommage à András Mihály – 12 microludi per quartetto d’archi op.13. con anche L. Janácek Quartetto per archi n. 1 “Sonata a Kreutzer”, L. Berio Glosse e A. Guarnieri Dies Irae. Agli innocenti del mare. Il Ridotto Toscanini è un ambiente elegante con colonne di marmo, interni storici e dominato da questi magnifici lampadari. I microludi di Kurtag sono dei brevi diamanti musicali, di una intensa espressività che sembrava quasi si unissero alle gocce dei lampadari del ridotto Scaligero. Da segnalare un’ottima performance del quartetto con un eccellente Lorenzo Gentili-Tedeschi al violino. Logicamente, al termine del concerto, mi concedo un saluto con i musicisti presenti e esco in una Milano affollatissima per via della chiusura della Design Week e vado in zona Porta Venezia dove c’erano un paio di esposizioni che mi interessavano.

Passo il pomeriggio girando alcuni video per Milano, affacciandomi qua e là in alcuni installazioni e poi, alle 19:30, faccio ritorno in Scala (sempre al Ridotto) per l’esecuzione del Trio di Morton Feldman da parte del Trio di Parma. Ora, ne parliamo un attimo. Trio di Morton Feldman non è esattamente un brano di facile ascolto, se lo si prende con un approccio più tradizionale. Io stesso, devo ammettere, che non avevo ancora avuto occasione di ascoltarlo dal vivo e che quindi ero in dubbio su come avrei reagito di fronte a un’ora e mezza circa in un unico movimento senza soluzione di continuità. Devo dire che, mettendosi in un tipo di ascolto più concentrato che attento (citando Veniero Rizzardi sul libro di Milano Musica) si riescono a definire i movimenti, i pattern e le ripetizioni apprezzandone l’aspetto più filosofico e di come cambi la percezione del tempo, la percezione della musica, quando si entra in una modalità di ascolto che estranea da alcune coordinate essenziali. Come va di moda dire oggi: è un’esperienza. Due giorni dopo, martedì 28 aprile, mi trovavo nuovamente in Scala per altri due concerti, questa volta a distanza ravvicinata: uno di seguito all’altro con diverse prime esecuzioni.

Alle 18:30 Alba Gentili-Tedeschi e Lorenzo Gentili-Tedeschi mettono in dialogo Stefano Gervasoni e Leoš Janáček. In questo primo concerto al Ridotto Toscanini si è sentito un duo Gentili-Tedeschi molto consapevole nella resa musicale realizzando un concerto di assoluta difficoltà inserendo tra la Sonatinexpressive e l’Ariettte quasi retrouvée di S. Gervasoni (quest’ultima in prima esecuzione assoluta), la Sonata per violino e pianoforte di Janáček. In entrambi i pezzi di Gervasoni vengono realizzate le atmosfere enigmatiche del compositore bergamasco riuscendo a mettere in secondo piano le assolute difficoltà tecniche e di insieme, che entrambi i brani prevedevano, in particolare Sonatinexpressive. Tutto questo con un ben consapevole e maturo Janáček come intramezzo. Poi, finito il concerto, sono rientrato nuovamente nel Teatro Scaligero, ma nella sala centrale. Dopo aver bevuto un buon calice di Franciacorta, da buon Bresciano.
Entrare nella sala principale della Scala fa sempre il suo effetto, anche se l’hai vista svariate volte: il vociare, il crescendo di persone e di anime rendono veramente l’aria carica di tensione.
Sul concerto di Filippo Gorini mi devo fermare un attimo e dedicare qualche riga.
Partiamo dal programma che prevedeva Studie IV für klavier di Beat Furrer in prima esecuzione Italiana, un brano che definirei inaspettatamente emotivo, successivamente le Davidsbündlertänze di R. Schumann. Post-intervallo c’è stato la rivelazione, una vera e propria luce sulla tematica del festival, le lontananze creative. Perché si sono succedute la Sonata di S. Gervasoni (presente quindi in entrambi i concerti, accolto con lunghi applausi da parte del pubblico a termine dell’esibizione) nella quale il compositore studia e si interroga sul rapporto con la Sonata (“Scrivere una Sonata oggi dopo secoli di Sonate”, citando Gervasoni stesso, anche riguardo al progetto di Filippo Gorini “Sonata for 7 cities” che ha fatto nascere la scrittura del brano ) e successivamente la Sonata op. 110 di Beethoven. La lontananza creativa sta nel fatto che, nonostante i quasi due secoli di distanza, entrambe le composizioni si interrogano sull’evoluzione della Sonata e sull’utilizzo nel proprio tempo. Su Filippo Gorini rimangono pochi aggettivi e risulterei quasi superfluo nel cercare una parola superlativa; Gorini ha raggiunto una maturità musicale eccellente, ma l’aspetto che più sorprende è la capacità di connettere se stesso con il pubblico, con il proprio repertorio e con i compositori che presenta, una caratteristica umana prima che musicale o tecnica.

Settimana II – Il tempo
Nella seconda settimana ho partecipato al concerto di Giovedì 7 Maggio al Teatro Arsenale, un teatro cittadino milanese di rilevanza culturale della città meneghina. Al Teatro Arsenale hanno cominciato la propria carriera anche attori molto famosi, come Aldo Baglio e Giovanni Storti di Aldo Giovanni e Giacomo per esempio. Cultura pop a parte, il Teatro Arsenale è un edificio che, con vari rimaneggiamenti, accoglie i milanesi da ottocento anni, principalmente come chiesa e come teatro. Questa sezione l’ho chiamata “il tempo” non per una questione filosofica, ma perché ho effettivamente sperimentato due percezioni del tempo differenti, per come il teatro ha accolto anche me, per motivi ben più basici. Vi faccio un indovinello: chi è di Milano lo conosce, chi non è di Milano e deve andarci, lo prova… cos’è? Il traffico.
E io, proprio il 7 Maggio spostandomi in auto ho dovuto incontrare una coda infinita in autostrada, alle 17:30 del pomeriggio. Il più classico degli orari rossi attorno ad Agrate. Ma, dovendo arrivare alle 19:00 “E figurati se non capitava a me”, mi dicevo. Quando sei in coda, e hai fretta di arrivare, senti che i minuti scorrono, ti senti stressato perché pensi che non riuscirai ad arrivare in orario. In quei momenti che tutti noi abbiamo sperimentato almeno una volta, continui a guardare l’orologio e a fare calcoli su come risparmiare tempo, su come trovare la scorciatoia perfetta…che la maggior parte delle volte, non esiste. E lì il tempo è un nemico, si mette fretta da solo. La storia del mio arrivo al Teatro Arsenale ha un lieto fine in quanto arrivo alle 19:00, giusto in tempo per l’inizio del concerto di Dario Calderone con UR, 2rites di Giorgio Netti per contrabbasso solo. E lì, saranno stati i continui armonici inseguiti, l’atmosfera dettata dalla black box del Teatro Arsenale, la tensione continua, costante, ipnotica realizzata da Calderone (assolutamente notevole) che mi porta a focalizzarmi sul qui ed ora. Sul mio respiro che si allineava con i respiri della composizione di Netti, lì il tempo ha cambiato ruolo, ha cambiato prospettiva. In maniera talmente semplice, diretta e repentina rispetto a come lo avevo sperimentato prima, che ho sentito veramente il tempo trasformarsi addosso a me, come entrare nell’occhio del ciclone.
E le Lontananze Creative si sono percepite? Beh, si. Come ho detto più volte in Piccionaia, il nostro podcast tramite il quale abbiamo commentato e raccontato anche Milano Musica, ho percepito le Lontananze Creative in questo festival specialmente quando mi è capitato di vivere due concerti nella stessa sera, nella stessa location e sentire veramente i contrasti e le affinità musicali di repertori e artisti/ensemble completamente diversi tra di loro. E anche quella sera è accaduto, con alle 21:00 il Trio Abstrakt con : prime esecuzioni assolute (Šljaka di Milica Djordjevic), prime esecuzioni italiane (Kintsukoroi di Albert Posadas) ed un ironico Trio Funambule di Georges Aperghis. Torno a casa, stanco, e dormo. Comunque e sempre, troppo poco.
Settimana III – Il suono

Siamo al 14 Maggio, quasi a metà festival e c’è il giro di boa: vi parlerò della seconda metà più avanti naturalmente. Ricca di concerti ed eventi che sembrano quasi un secondo festival, come fosse un embrione al suo interno. Ma noi, adesso, torniamo nel qui ed ora. Non ho particolari problemi nel viaggio, se non un leggero temporale che fa rivelare, ancora una volta, le mie difficoltà nel scegliere l’outfit giusto per la temperatura presente in primavera. Spiegate le ragioni del mio successivo raffreddore, parliamo di musica. Mi ritrovo al 14 Maggio, ore 19.00 sempre al Teatro Arsenale ad ascoltare un ensemble molto particolare che riesce a far dialogare uno strumento di 400 anni fa con un simbolo della musica contemporanea nato attorno alla metà del ‘900: tiorba e chitarra elettrica. È l’Ensemble Azione Improvvisa, che presenta un programma con composizioni di M. Lanza You can easily return to the past but no one is there anymore, G. Bertelli Monarca, M. Momi Semi alle bestiole salve e S. Borzelli strata (reverse ruins).
Sul repertorio mi ha colpito soprattutto Lanza, con un sound che ricorda le sonorità del mondo vaporwave anni ’80, ma ciò che ho notato piacevolmente è stata la capacità dell’Ensemble Azione Improvvisa di plasmare il proprio suono e di ascoltarsi, di utilizzare la tiorba in maniera insolita e di cercare suoni elettronici che tentino di non rompere il delicato equilibrio che, quasi sorprendentemente, funziona (Lontananze Creative). Mi sono chiesto il perché e come, e la risposta sta in tre punti:
– La sensibilità degli interpreti nell’ascoltare e ascoltarsi: Margherita Berlanda (fisarmonica), Pierpaolo Dinapoli (chitarra elettrica), Andra Antonel (tiorba) e Davide Bardi (elettronica).
– La sensibilità del pubblico: in questo concerto ho notato un pubblico mediamente più giovane, che ha favorito anche l’apprezzamento nell’utilizzo dell’elettronica e anche, a mio parere, di un volume complessivo abbastanza spinto per la sala. A me per esempio non ha disturbato, anzi.
– Sperimentare: a volte bisogna semplicemente decidere di partire, senza per forza avere bene in chiaro il piano. Posso immaginare la reazione di Antonel (tiorba) quando gli hanno proposto di fare contemporanea con la tiorba e dialogare con chitarra elettrica ed elettronica. Eppure, ha detto “sì, sperimentiamo”. E da lì nasce un qualcosa, che funziona.
Terminato il concerto ho la possibilità di fare due chiacchiere con Cecilia Balestra (direttrice artistica). Ci scambiamo opinioni, soprattutto sulla serata che stava scorrendo e in generale abbiamo l’opportunità di conoscerci un po’ e scambiare qualche veloce battuta, anche con lo staff.

Dopo poco, arriva Fabrizio Ottaviucci al Teatro Arsenale: passi piccoli, capelli lunghi avvolti in una coda e fin da subito mi dà l’impressione di una persona semplice e assolutamente immersa, come dicevamo prima, nel qui ed ora. Ottaviucci eseguirà le Suite n. 9 Ttai (che significa “Pace”) e n. 10 Ka (che significa “Essenza”) di Giacinto Scelsi. Con assoluta competenza, pesando i tasti con scelte ragionate, frutto di esperienza e di conoscenza che dimostra che ogni nota non va sprecata, soprattutto se al centro c’è il suono: suono come centro filosofico, suono come centro di se stesso e, in quella serata, anche al centro di Milano Musica al Teatro Arsenale
Settimana IV – Mondi
Ora lascio qualche riga al nostro amichevole parallelo di quartiere Marco Surace, che ha seguito i concerti di Lunedì 18 Maggio al Teatro alla Scala, con una veloce appendice Martedì 19 Maggio.

MARCO SURACE:
Nella mattinata del 18 maggio arrivo in una calda e soleggiata Milano. Dopo una doverosa colazione in centro, pregusto ciò che mi aspetta passando davanti alla Scala, che stasera sarà il luogo sonoro delle lontananze creative sia nello spazio scenico del Teatro che nel Ridotto dei Palchi “Arturo Toscanini”. Questa è la mia prima (e a causa dei tanti impegni romani, per il momento unica) trasferta meneghina per il Festival Milano Musica e devo godermela appieno. Ore 18.15, la gente si affolla davanti all’ingresso del Teatro, in attesa di percorrere il foyer e di salire le scale che conducono al Ridotto: un salone sfarzoso, di rara bellezza, con uno splendido affaccio sulla Piazza. Alle 18.30 la visione viene impreziosita dall’eleganza dei musicisti e dalla loro espressività in scena. Protagonisti sono il soprano Alda Caiello e il Quartetto Noûs con la prima italiana di The Sirens Cycle di Peter Eötvös.
Sulla scorta della varietà linguistica, sonora e immaginifica di Joyce, Omero e Kafka, il compositore racconta in musica le sirene e i loro volti lirici, suadenti, talvolta sinistri e misteriosamente ironici. Questa sinfonia di sfumature della voce e degli archi, inframezzata talvolta dai cori della manifestazione che si sta svolgendo per strada — anche questi sono parte del soundscape, dopotutto — prende vita con grande chiarezza sotto le dita e attraverso le corde risonanti degli interpreti, che dimostrano un grande controllo tecnico e una vivida immaginazione interpretativa.
Applausi scroscianti, giù per le scale, pausa sigaretta (per chi fuma) ed è già ora di spostarsi in Teatro.

Ho un bel posto tra le prime file della platea, sul lato destro. La visuale è buona per carpire il più possibile con lo sguardo i dettagli della performance che inizierà alle 20, ma soprattutto sono in una postazione che mi permette di osservare abbastanza bene il vibrafono aumentato che verrà suonato da Minh-Tam Nguyen nella prima assoluta del Concerto di Carmine Emanuele Cella. Il percussionista e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, diretta da Michele Gamba, trovano una buona sintonia durante l’esecuzione e lo strumento è interessante da osservare e da ascoltare. Sebbene il brano non mi rimanga particolarmente impresso, Nguyen è molto comunicativo e alcuni momenti spiccano per la loro presenza e ricchezza sonora, anche grazie al lavoro informatico di Étienne Démoulin (Ircam).
Il Sirens Cycle ascoltato poco prima al Ridotto ha fatto da preludio al mondo sinfonico di Siren’s song, anch’esso di Eötvös e sempre in prima italiana, come I don’t know how to cry di Georg Friedrich Haas. La continua sensazione di straniamento, suggerita dai continui shift microtonali che conducono vertiginosamente a triadi consonanti, è resa magnificamente dagli orchestrali e dalla direzione meticolosa di Gamba, che nella mestizia della triade minore conclusiva does know how to make us cry.
Il giorno dopo, 19 maggio, l’atmosfera è completamente diversa, e non solo perché il concerto è alle 15 e batte forte il sole. La musica può e deve arrivare in tutti i luoghi, anche in quelli più insospettabili, e la Fabbrica del Vapore è uno di questi. Arrivo al piano superiore delle ex Cisterne e mi trovo davanti le sedie del pubblico, rivolte verso un cerchio formato da altrettante sedie e strumenti percussivi. Il concerto partecipativo curato da Les Percussions de Strasbourg e guidato da Matchume Zango, Daniel Kollé e Matteo Savio, è un’esperienza rigenerante. L’occasione è troppo ghiotta e, dopo aver osservato e ripreso un po’ i partecipanti, mi butto nella mischia anche io. Zango, con formule di call and response, ci insegna a suonare e intonare alcune musiche del Mozambico sugli strumenti tradizionali (Timbila, Berimbau e Nyunga Nyunga), coadiuvato dal supporto dei percussionisti francesi e dei loro strumenti, a noi più familiari. Tra i partecipanti ci sono anche giovani studenti e, verosimilmente, non professionisti, ma l’energia che percorre l’area e la circonferenza del nostro ensemble è palpabile.
Il mio viaggio milanese termina poco dopo, ma sono bastati appena due giorni per vivere un concentrato di esperienze musicali significative, che proseguono negli appuntamenti successivi che ora Lorenzo continuerà a raccontarvi.
LORENZO OTTAVIANI
Arriviamo a Sabato 23 Maggio, al Teatro PuntoZeroBeccaria c’è la conclusione della prima fase progetto WARETHWA: un progetto di creazione musicale e coreografica interculturale tra Europa e Mozambico, interculturale perché l’intenzione è quella di partire da tradizioni musicali e popolari distanti tra loro e cercare di trovare un linguaggio comune, quasi come fossero due elementi chimici che reagisono insieme dando un elemento terzo, ma unitario. Proprio in questa linea, la presentazione di WARETHWA Fase 1 di quel sabato di Maggio è stata centrata: i musicisti de Les Percussions des Strasbourg (Minh – Tâm Nguyen, Alexandre Esperet e Thibaut Weber) con Matchume Zango, Daniel Kollé e Matteo Savio ci hanno portato in un mondo musicale che unisce percussioni Mozambicane (timbila su tutte) con percussioni più tradizionali improvvisando tra di loro seguendo la forma rituale delle feste mozambicane. In più c’è stato il coinvolgimento dei ragazzi dell’Istituto Penale minorile “Cesare Beccaria” che ha regalato un momento di condivisione sociale, strutturale assolutamente istintiva. Zango ha coinvolto tutto il pubblico, ci ha fatto alzare i piedi, ci ha fatto ballare. Sono uscito con il sorriso: si riesce a mantenere il focus sulle potenzialità e capacità sociali che ha la musica.

Domenica 24 Maggio, in netto contrasto con l’atmosfera gioiosa e ballerina, Milano Musica presenta Neither di M. Feldman in Sala Verdi al Conservatorio di Milano. Giornata calda, una domenica di fine Maggio che sa già d’estate. Arrivo in conservatorio dove la famigerata magnolia offre ombra a studenti e agli spettatoti poco fuori l’ingresso alla Sala, nella quale io entro. Sala Verdi è uno spazio che ha visto grandi interpreti e che inevitabilmente fa parte del panorama musicale cittadino, Milano Musica si sposta in tutta la città toccando i punti nevralgici della cultura meneghina: si connette con il proprio territorio. Si parte alle ore 18.00 con un dialogo con Michelangelo Pistoletto. Ma perché Michelangelo Pistoletto? Perché l’artista Biellese ha curato la regia della messa in scena della prima assoluta di Neither al Teatro dell’Opera di Roma, con una originalità assoluta: cambiando la scenografia in ciascuna delle prime sei rappresentazioni, manipolando la disposizione delle comparse sul palco e in platea, utilizzando giochi di luce/ombre e specchi per rendere al meglio quel clima di incertezza profondamente umana che Feldman voleva portare in musica, tramite il testo di S. Beckett. Successivamente ecco l’esecuzione (in forma di concerto) di Neither da parte dell’ Orchestra di Padova e del Veneto con Marco Angius alla direzione e Livia Rado come soprano. Qua devo dire che l’ascolto è continuamente stimolato, con timbri, manipolazione del tempo e un’esecuzione che ha lasciato trasparire una grande preparazione da parte dell’orchestra, di Angius e della Rado nell’affrontare con consapevolezza e il misurato slancio l’opera di Feldman, inserendola in un mondo etereo riuscendo a mettere in secondo piano la complicata realizzazione tecnica/musicale (non per nulla sono rare le esecuzioni).
Settimana V – Respiro
Arrivati alla quinta settimana, comincio a rendermi conto che i concerti e le esperienze cominciano a sedimentarsi e ad ossigenare, prendendo spazio e portandomi sempre più volentieri a scoprire le ultime Lontananze Creative del festival, che sta giungendo alla fine.

Dal primo concerto il 26 aprile, le temperature si sono alzate e, come spesso accade, portano anche delle pioggie estive molto forti: il 28 Maggio è una di quelle giornate. Calda per ore e, dalle 19 in poi, arriva su Milano un acquazzone con un accenno di grandine che non porta grossi danni ma frescura. Il 28 Maggio la location è il Pirelli HangarBicocca, dove riesco ad essere presente per il concerto di Francesco Dillon, Emanuele Torquati con l’Ircam (Pierre Carré e Robin Meier per la realizzazione informatica musicale, Clément Cerles per la diffusione sonora). Arrivo mentra la pioggia sbatteva ruvidamente sul tetto dell’hangar e, mentre ancora stava rallentando la caduta delle ultime gocce, il concerto comincia con Encens di J. Janulytė per Violoncello ed elettronica in prima esecuzione assoluta, per poi continuare con un magistralmente eseguito Advaya di J. Harvey e successivamente āroha di R. Nova. Ascoltando in prima assoluta questa composizione di Nova, cirdondato da suoni lunghi, tenuti, in questa atmosfera ipnotica sotto alle sette torri celesti di Hanselm Kiefer non ho potuto che ascoltare anche il respiro delle persone: nonostante le note tenute e la spazializzazione, respiravamo all’unisono con la musica e con i musicisti.
Il respiro, le luci, le immagini di questo concerto sono forse uno dei ricordi che tengo più stretti nella mia mente.
Ma questa settimana risulta particolarmente intensa perché, a meno di 24 ore dopo, mi ritrovo nuovamente a Milano il 29 Maggio, preoccupato della perdita d’accento bresciano. Questa volta al MEET Digital Culture Center: il primo Centro internazionale per l’Arte e la Cultura Digitale nato a Milano nel 2018. Un luogo che concepisce l’innovazione digitale come un fatto culturale, prima ancora che tecnologico. Un luogo dove media, discipline e arti si incontrano.
Il 29 Maggio 2026, però, non c’era solo il concerto di Milano Musica di Juliet Fraser (soprano), Hannah Weirich (violino) e Thomas Wegner (regia del suono), ma era anche giorno di sciopero dei mezzi pubblici. Mi avvicino alla Città, sempre in auto, con il timore di chi sapeva avrebbe dovuto affrontare una missione quasi impossibile: trovare parcheggio senza entrare in area C. E invece, incredibilmente, mi ritrovo una Milano molto tranquilla, assolutamente godibile. Parcheggio tranquillamente in zona Stazione Centrale e vado a piedi alla location di stasera, lo sciopero forse era riuscito a rallentare persino i milanesi, forse.
Arrivato al MEET, il mio stupore riuscì solo che ad aumentare: mi sono ritrovato al MEET Theatre (una sala-teatro con tre superfici di proiezione) dove ho assistito ad un intero concerto di riflessione del rapporto uomo-natura, in grado di portare me e gli spettatori ben lontano dal cemento della città con video, immagini, suoni e performance. Buone esecuzioni di tutti i brani proposti (Haare di Enno Poppe, una selezione da Récitations di Georges Aperghis, Shape-shifters di Kristine Tjøgersen) ma ci tengo a sottolineare la performance di Coo-Cooooo-Coo? Where, where? di Carola Bauckholt con video di Elizabeth Hobbs. Il brano è dedicato proprio a J. Fraser e H. Weirich e si vede che le due hanno una speciale connessione con questo brano, ma quello che mi ha colpito positivamente è stata l’interazione tra performance (con una piéce teatrale dove violinista e cantante si esplorano, sin dalla discesa sul palco) e video. I disegni e le animazioni animalesche, diffuse sui tre lati della sala erano coinvolgenti e respiravano..tutt’intorno allo spetttatore.

Siamo a venerdì, e la settimana non è ancora finita. Domenica 31 Maggio torno al Teatro alla Scala, al Ridotto dei Palchi “A. Toscanini”. Qui c’è il concerto di Yungyung Guo, vincitrice del Premio Maurizio Pollini, istituito da Milano Musica nel 2025 nell’ambito della 65esima edizione del Concorso Pianistico Internazionale Ferruccio Busoni. Lo scopo del Premio è di spronare i concorrenti a portare, in un concorso così importante, non solo le proprie doti tecniche e musicali ma anche il proprio spirito di ricerca e di curiosità. E quindi ecco un programma assolutamente in linea con le Lontananze Creative di Milano Musica: Mozart Andante in fa maggiore KV 616 – Stockhausen Klavierstück IX – Mozart Sonata per pianoforte n. 1 in do maggiore KV 279 (accostamento speziato), poi Lim Transcendental Etude, B. Bartok Three etudes op. 18: III rubato, II Andante sostenuto, M. Ravel Jeux d’eau ed infine Ligeti. Quest’ultimo con una pregevole esecuzione da parte di Yungyung Guo di due Études: XI. En suspens e XIII. L’escalier du diable.
Settimana VI – Il saluto
Sabato 6 Giugno è l’ultimo concerto, l’ultimo giorno nel quale io (e quindi noi) di Quinte Parallele siamo presenti a Milano Musica. È significativo che, per il concerto finale, si sia scelto il Conservatorio di Milano, Sala Verdi.
Qui l’ Ensemble m2c Istituto di musica moderna e contemporanea del Conservatorio di Milano, si è interessato alla tematica delle Lontananze incrociando autori che abbracciano tutto il ‘900, trattando temi come il rapporto con la storia, con le proprie tradizioni, con la natura. Temi attuali, nel 2026. Il tutto sotto la direzione orchestrale di due allievi del Conservatorio di Milano: Giulio D’Orazio ha condotto con eleganza Tria ex uno. Sextett nach Josquin Desprez di G. Friedrich Haas e Akrostichon-Wortspiel di Unsuk Chin mentre Elian Remigio ha diretto con trasporto e una consapevole connessione con l’orchestra Rain Spell di Toru Takemitsu e Abandoned Time di Dai Fujikura.
Al termine di quest’ultimo concerto mi ricordo un clima di assoluto scambio, partecipazione e condivisione con i diversi ospiti in sala e molti studenti per salutare questa edizione numero 35 di del Festival Milano Musica. Anche io mi sono permesso di salutare le varie figure che ho conosciuto durante questo mese e mezzo. Logicamente Cecilia Balestra direttrice artistca, che conoscevo e stimavo (pensate che, casualmente, ho ritrovato un suo testo riguardante l’organizzazione musicale che avevo letto a 15/16 anni), Raffaella e Irene e tutto lo staff.
Logicamente, ci tengo a fare una piccola chiusura finale. Un festival ha tematiche, ha direzioni, ha delle traiettorie che convivono nello stesso periodo e che si mischiano tra loro, come fossero tante voci interne, come fosse un organismo vivo, e difatti lo è. La capacità di Milano Musica è stata quella di essere accogliente e di tenere insieme persone, musiche e compositori con la propria città, con i propri valori che sono anche quelli della ricerca, della curiosità e della sperimentazione. Il tutto con una serietà ed una capacità organizzativa di primo livello. Milano Musica è già un festival importante e siamo sicuri che, nonostante l’edizione 2026 sia finita, non smetterà di cercare nuove Lontananze Creative.
Il mondo musicale, Quinte Parallele (e nel mio piccolo, anche io) ringraziano.
