La Guitarra Desvelada: racconto “folle” del Paganini Guitar Festival 2026
di Redazione - 11 Giugno 2026
“La musica ci unisce da lontano”, diceva Joaquìn Rodrigo. Queste parole così evocative e così vere non possono che risuonare in testa, specialmente dopo aver vissuto l’avventura collettiva del Paganini Guitar Festival , storica manifestazione parmigiana dedicata al genio del violino (e della chitarra!) e quest’anno anche al mondo simbolico e musicale della ¡Folia de España!. Quello dei nostri paralleli Marco Surace e Lorenzo Ottaviani, in residenza a Parma durante il Festival, è un racconto “folle” di volti, suoni e luoghi della città, un viaggio sensoriale all’insegna della grande musica.
(tutte le foto, ove non diversamente indicato, sono di proprietà dell’Atelier Fotografico Fabio Boschi – © Paganini Guitar Festival )
Mi impossesso della penna immaginaria – sarò Marco o Lorenzo? – per iniziare a raccontarvi da lontano il percorso della 26esima edizione del Festival, iniziato il 27 maggio, giorno del 186° anniversario della morte del musicista. Il nostro viaggio parallelo comincia il giorno successivo, ma è nostra consuetudine menzionare i tanti eventi che compongono il “Paganini Day”. La mattina è scandita dai saluti istituzionali davanti alla tomba del musicista al Cimitero Monumentale della Villetta e dal Concerto in Memoriam di Catalina Pires (violino) e Marco Tamayo (chitarra). Nel primo pomeriggio, ormai da alcuni anni è stata istituita la visita guidata alla Villa Paganini presso Gaione, quest’anno arricchita da un intervento musicale della chitarra romantica di Emilio Ventura e dalla presentazione del libro “L’affaire Paganini. La vicenda post-mortem” curato da Mariateresa Dellaborra, Roberto Iovino, Nicole Olivieri e Danilo Prefumo, anche in compagnia di Niccolò Paganini, omonimo discendente del leggendario musicista. Chi ha seguito il Festival attraverso le nostre parole già nelle scorse edizioni, sa bene che la sua ricchezza dipende anche dal fatto che gli eventi sono molti e che spesso avvengono in contemporanea. Ognuno può scegliere a quale partecipare, a seconda del proprio gusto e delle proprie esigenze.
Chi non si è imbarcato verso Gaione ha avuto la possibilità di partecipare a un altro evento originale, quello della Paganini Mystery Room, una sorta di escape room ideata da Irene Abrigo e dedicata all’uomo Niccolò Paganini, aperta per tre giorni al pubblico di ogni età. L’omaggio al sempiterno protagonista del Festival non poteva che avvenire in musica, con il concerto serale Le due anime di Paganini di Catalina Pires, dove la giovane e talentuosa interprete si è esibita sia con la chitarra che con il violino, i due strumenti d’elezione di Paganini.




L’indomani, 28 maggio, inizia il folle viaggio di Quinte Parallele alla volta di Parma e prende il via il racconto di Marco – spoiler: ero sempre io a scrivere, ma adesso faccio il vero switch in prima persona.
M: La strada verso Parma, da buon abitante della capitale, ha sempre inizio lì : a Roma Termini.
Nell’entropico viavai della folla individuo il treno, salgo e mi sistemo comodamente. Tutto ok, se non fosse che poco dopo la voce annuncia che il treno è diretto a Milano Centrale e non fa fermate intermedie. Eppure sono sul convoglio giusto. E io devo andare a Bologna! Fraternizzo con la vicina di posto, anche lei in viaggio per La Dotta, e sfruttando le diottrie che invece a me mancano, mi indica lo schermo rassicurandomi: il treno passa anche per Bologna.
Rileggo un po’ di appunti che mi sono annotato negli scorsi giorni, soprattutto quelli legati al concerto che ci sarà stasera e che dovrò introdurre. Qualche minuto di ritardo mi fa perdere la prima coincidenza utile, ma alla fine me la prendo con calma e mangio il mio panino con la frittata al binario, mentre davanti a me vedo due ragazzi con le chitarre in spalla che parlano dei pezzi che porteranno al Concorso. Anche loro sono dei “paganiniani”!
Arrivo a Parma nel primo pomeriggio e mi accoglie una piacevolissima (si fa per dire) afa. Check in all’albergo, rapida rinfrescata ed è subito ora di dirigersi verso il luogo che è a tutti gli effetti il cuore pulsante del Festival: la Casa della Musica.
La statua di Giuseppe Verdi è sempre lì, sulla panchina, che mi saluta con eleganza non appena mi siedo. Non mi trattengo molto se non per brevi (immaginarie) chiacchiere ed entro alla Casa della Musica. Due giovani ragazze dello staff, Eva e Joy, mi accolgono e mi danno indicazioni sugli eventi che si stanno svolgendo e mi aiutano ad orientarmi per gli appuntamenti delle prossime ore. Naturalmente sgraffigno anche la brochure e il pieghevole rigido con tutte le info sul festival, preziosi alleati tanto nel corso della manifestazione quanto in questo preciso momento, mentre scrivo, per riordinare le idee. Prima di iniziare a girare come una trottola, vado al bar per prendermi un caffè e incontro i Maestri in giuria al Concorso Internazionale di esecuzione musicale, le cui fasi eliminatorie si stanno svolgendo già da stamattina. Scambio rapidi saluti con Kasia Smolarek, Lucio Matarazzo e Frédéric Zigante, e due veloci chiacchiere con Nicola Montella, che non vedevo da tempo.
Finita la pausa caffè, ne approfitto per salire su insieme alla Sala Concerti. Rimango per ascoltare due candidati, il thailandese Vorrapush Anothai e l’italiano Giovanni Autorino. Quest’ultimo verrà selezionato per la finale e, non avendo ascoltato gli altri candidati – sono quasi una quarantina i solisti iscritti – non ho un metro di paragone del livello generale ma apprezzo la sua performance, evidentemente ritenuta molto valida anche dalla giuria.
Il pomeriggio passa in fretta e, prima di un veloce panino con crudo di Parma e crema di parmigiano, conosco Nicole, la giovane ma vulcanica responsabile della comunicazione del Festival, che in questi giorni mi dovrà sopportare abbastanza. Incontro anche Gabriele e Laura, eroici tuttofare e importanti riferimenti per lo staff dal lato produzione.


Giusto due parole e poi mi dirigo all’Auditorium del Carmine per assistere in anteprima alle prove generali del concerto di questa sera. Scambio rapidi convenevoli anche con la statua di Niccolò Paganini ed entro in questa austera ex chiesa gotica, ora tempio della musica per gli eventi del Conservatorio di Parma e di varie realtà musicali. Tra un assestamento e un altro saluto il M° Dario Vannini e il M° Giampaolo Bandini, direttore artistico del Festival e direttore d’orchestra dell’imminente Soirée musicale, che mi ricevono sempre affettuosamente.
Dal mio punto di vista, osservare il lavoro di preparazione dietro alla performance è sempre molto stimolante, specialmente se ci sono grandi solisti in dialogo con l’orchestra. Mi faccio un’idea di cosa aspettarmi questa sera, ma vado via prima che diventi troppo nitida, perché voglio che la musica mi sorprenda e mi lasci qualcosa di nuovo addosso. Panino al volo, cambio outfit e mi fiondo al Carmine. Mi accordo – d’altronde sono un chitarrista anche io – con Giampaolo Bandini e col tecnico del suono per la presentazione e, in attesa dell’inizio del concerto, intrattengo un paio di brevi ma piacevoli conversazioni. Una col liutaio Michael Batell, americano trapiantato a Berlino, che conosco da tempo e incontro sempre volentieri qui a Parma. L’altra con Alberto Grossi dell’Ufficio Stampa della Società dei Concerti, con il quale avevamo avuto una breve corrispondenza mail nei giorni pre-Festival e che, molto gentilmente, mi si avvicina per presentarsi e familiarizzare con un selvatico parallelo come me.
Si abbassano le luci, prendo il microfono destinato a ricevere i miei input vocali per i prossimi 6 minuti e mi posiziono al centro, sotto al palco, per guidare il pubblico all’ascolto di questo trionfale Concierto para una fiesta, dedicato interamente al grande compositore spagnolo Joaquìn Rodrigo nel 125° anniversario della nascita.
Parlo di “follia”, sia musicalmente che concettualmente, ma anche della musica spagnola e delle sue duplici contrastanti anime – che poi rispecchiano l’anima umana, in fondo –, dipingendo a voce (coi suoni ci penseranno tra poco i musicisti) i luminosi e allo stesso tempo elegiaci, moderni ma con echi del passato, mondi musicali di Rodrigo. La fiesta ha inizio con la violinista Irene Abrigo, che con grande agilità e allo stesso tempo articolazione viva si destreggia nel Concierto de Estìo, tra le figure vorticose del Preludio e i momenti di nostalgica dolcezza della Siciliana, insieme al direttore Bandini e l’Orchestra dei Musici di Parma. È la volta di Pablo Màrquez che, nonostante qualche scherzo giocato dall’emozione, dà voce allo spirito più autentico della Spagna musicale nel celeberrimo Concierto de Aranjuez.
Seguono i due concerti che più di tutti rievocano il suono antico: quello dei madrigali fiamminghi e italiani di Arcadelt e Monteverdi (Concierto Madrigal) e quello della chitarra barocca di Gaspar Sanz (Fantasia para un gentilhombre). Le due chitarre di Arody Garcìa e Oman Kaminsky si sintonizzano efficacemente e con carattere nei momenti concertanti con e senza l’orchestra, così come la presenza di suono di Aniello Desiderio riesce, in maniera oserei dire quasi commovente, ad evocare tanto la più profonda poesia quanto la vitalità gentile che scorre in questa Fantasia. Grandi e lunghi applausi, i musicisti tornano tutti sul palco e sfilano più volte avanti e indietro prima dell’ultimo lungo inchino collettivo.



La serata potrebbe essere finita qui, ma c’è un’altra ventata di musica fresca che ci aspetta impazienti prima che arrivi l’ora di buttarsi tra le braccia di Morfeo. Un’altra autentica occasione per favorire la convivialità è il Dopo Festival, che in passato si svolgeva al Mastiff Pub tra buona birra e iper-competitive partite di biliardino e che dallo scorso anno è migrato al Teatro Borgo Santa Brigida, uno spazio veramente intimo e ideale per un dopocena tranquillo tra musicisti. Tranquillo, sì, se non fosse che appena entrato mi accorgo che un ragazzo alla consolle ha messo in play la Passacaglia di Handel versione dance, incorniciato da una palla da discoteca specchiata e da luci stroboscopiche. Mi aspettavo – e desideravo inizialmente – un mood più rilassato, ma nel momento in cui altre rivisitazioni elettroniche di grandi capolavori della classica hanno iniziato a susseguirsi, sgorga una nuova energia dentro di me e, per dirla senza mezzi termini, mi fomento da morire. Parlando con Katia, la sempre gentile segretaria artistica del Festival, scopro che il ragazzo sul palco è il figlio di Giampaolo Bandini.
Vado da Bandini senior per dirgli che tutto questo è onestamente una figata, e mi spiega che il figlio ha previsto come accompagnamento per la serata solo remake di musica classica. Vi potete immaginare il mio divertimento e la mia euforia mentre sorseggio con gusto la mia Coca-Cola e mangio la sbrisolona, tra momenti epici con le braccia al cielo sul techno-Can Can di Offenbach, bizzarre coreografie sul Bolero elettronico di Ravel e chiacchiere al tavolo col bravissimo pianista Gesualdo Coggi, che incontro sempre al Paganini, e la flautista Simona Evangelista, che ha suonato l’ottavino coi Musici di Parma nel concerto omaggio a Rodrigo di stasera. Con loro condivido un pezzo di strada al ritorno, prima di arrivare al mio hotel e ricaricare le batterie per la giornata di domani.

29 maggio
Mi sveglio. Non prestissimo in verità, perché le cose da fare sono tante ma non devo necessariamente affrettarmi. Una breve colazione con biscotti e succo mi bastano per iniziare la giornata con energia e leggerezza. Parma è soleggiata e tendenzialmente placida in questo venerdì mattina. Con lo stesso spirito arrivo alla Casa della Musica un po’ prima delle 11. Chiedo subito alle ragazze del desk se sia arrivato Gabriele Lodi, il liutaio che cura la Mostra di Liuteria Storica e che devo intervistare per il nostro format parallelo “Salotto Paganini – Capricci di Parole”. Non è lì. Sarà alla Casa del Suono, dove la mostra si svolgerà? Non è ancora arrivato. È probabile che sia io semplicemente troppo in anticipo, tenendo a scambiare con lui due chiacchiere pre-salotto. Alla fine va bene così, perché di qui a poco avverrà l’inaugurazione della Mostra di Liuteria Moderna nel chiostro della Casa della Musica. Ritorno giusto in tempo – la strada non è poi tanta, le due Case sono a due passi – e lo staff, insieme al direttore artistico Giampaolo Bandini, ci invita a posizionarci sotto l’arco d’ingresso della Casa della Musica, dietro il nastro inaugurale. Affidano le forbici al liutaio Riccardo Moni, storica presenza del Paganini, il quale taglia con eleganza il nastro rosso, dando il via alla Mostra.
Da questo momento in poi, chi lo desidera può provare le chitarre degli oltre trenta liutai partecipanti e avvicinarsi agli stand degli espositori partner, tra editori, rivenditori di chitarre, di meccaniche e custodie per chitarra. Ma prima non può mancare un brindisi. Fino a pochi minuti prima scherzavo con Alberto Grossi sul fatto che il prosecco alle 11 di mattina non fa proprio per me. Eppure eccomi qua, tre secondi dopo, ridanciano e con il flute in mano. Lui se ne accorge e me lo rinfaccia scherzosamente, ridendosela sotto i baffi. Prima degli ultimi preparativi per il mio primo Salotto Paganini di questa edizione, scambio due chiacchiere col giovane chitarrista Benjamin Perego, che partecipa al Concorso di esecuzione col suo duo chitarra-cello. Parliamo del fatto che sia una combinazione sonora interessante e che il suo repertorio, per quanto non vasto, sia di grande valore. Gli faccio l’in bocca al lupo e mi vado a sedere al pc per sistemare le domande da fare a Gabriele Lodi e per vedere se i miei microfoni Lavalier a clip funzionano. Appuro che funzionano. Il software del pc, però, non li riconosce. Provo a risolvere la cosa ma alla fine mi arrendo e decido di collegarli al mio cellulare, che invece sembra riconoscere il segnale wireless.


È praticamente mezzogiorno e sono sicuro che stavolta Lodi sarà alla Casa del Suono per cominciare ad allestire la Mostra Las Guitarras de la Folia, che aprirà ufficialmente oggi alle 17.30. Lo trovo con in mano una chitarra a doppi cori dall’aspetto preziosissimo e lo saluto ammirato. Aspetto che finisca di riporre un altro paio di chitarre nelle teche e gli chiedo di provare insieme a me i microfoni, per regolare il volume della voce. Tutto a posto (e niente in ordine). Alle 12.30 spaccate ci iniziamo a perdere nei nostri Capricci di Parole (che potete ascoltare in fondo all’articolo, come tutte le altre puntate del Salotto, o qui: Salotto Paganini S3 E1). Mi dà qualche anticipazione sul percorso che ha ideato per raccontare l’evoluzione del modello costruttivo spagnolo attraverso gli strumenti di Pagés, Benedid, Torres, Santos Hernandez e Ramirez. Venti minuti di piacevoli chiacchiere, immortalati da Nicole per i social media, volano che è una bellezza.

È ora di pranzo e non mi pare il caso di far innervosire il mio stomaco. Vado al Caffè del Prato e mi siedo dentro, a un grazioso tavolino adornato da un centrotavola con sopra un grazioso vaso di fiori. Dopo qualche minuto, vedendo gli altri posti liberi, si avvicinano due signori per chiedermi se possano sedersi accanto a me. In attesa del mio Cous Cous alle verdure, iniziamo a parlare e scopro che lui è uno dei liutai espositori della Mostra Moderna, Boguslaw Teryks, polacco ma attivo in Germania, e lei è Zuzanna Mizgalska, cantante e pianista polacca che vive in Olanda. Lo accompagna perché lui non parla benissimo inglese e lo aiuta perciò ad interagire con i chitarristi interessati ai suoi strumenti. La situazione si fa divertente perché con lui parlo di liuteria comunicando in tedesco, ma lei non capisce praticamente nulla; con lei parlo in inglese (e stavolta lui non capisce quasi nulla) finché non scopro che, essendo fidanzata con un brasiliano, sa anche un po’ di portoghese. A quel punto finiamo a parlare di Jobim e di come difendersi dagli scippi a Rio de Janeiro.
La testa mi fuma per le troppe lingue utilizzate in così poco tempo – ho dovuto pure mediare per loro in italiano con la cameriera – ma questa interculturalità del Paganini Guitar Festival la apprezzo sempre molto. Torno nel chiostro perché ho un appuntamento con Alberto per parlare un po’ del concerto omaggio a Rodrigo di ieri sera al Carmine. Davanti a un buon caffè, partiamo col ricostruire insieme le coordinate storiche e concettuali che ho tracciato durante l’introduzione, ma finiamo poi a parlare del romanzo dark che ha scritto, di Giorgio Manganelli e di vini locali. Ci salutiamo per tornare ognuno alle proprie mansioni giornalistiche.
Voglio andare a provare le chitarre di Michael Batell, che sempre gentilmente mi invita a fare due note e dargli un parere sui suoi strumenti. Faccio per avvicinarmi al suo stand, ma un attimo prima mi vedo passare davanti il Maestro Francesco Buzzurro, un chitarrista incredibile e una persona veramente squisita, insieme alla figlia Chiara, anch’ella chitarrista nonché studentessa di musicologia. Mi fermo per congratularmi e rinnovargli la mia più sincera stima, ricordandogli anche di un nostro incontro durante e dopo un suo concerto a Berlino, nel 2019. Anche lui si congratula con me per la presentazione del concerto orchestrale di ieri sera.
Arrivo tutto sorridente allo stand di Batell e provo le due chitarre che espone, una più di concezione tradizionale sul modello Santos Hernandez e una bella double top dal suono caldo, più moderna. Mentre metto questi strumenti sotto le dita, sento a pochi stand di distanza il Maestro Buzzurro che sta suonando il suo arrangiamento di Chega de saudade sulla chitarra di un altro liutaio espositore. Che fortuna poterlo ascoltare anche solo per un minuto, pur trovandomi nel caos generale della mostra. Vorrei affacciarmi all’Auditorium per il primo degli appuntamenti di Chitarre in concerto, dove gli strumenti della Mostra di Liuteria vengono affidati a giovani talenti, ma purtroppo non riesco ad avere il tempo di fare tutto ciò che vorrei. Mi sistemo lì vicino, nel chiostro della Casa della Musica, per esportare gli audio del Salotto di stamattina con Lodi e per finire di preparare le domande per Vito Nicola Paradiso, ospite del format parallelo nel pomeriggio.
Il caldo imperversa e, avendo incontrato fortuitamente un caro amico e collega chitarrista che spesso viene a Parma per il Festival, Leonardo Vannimartini, gli propongo di berci una cosa fresca prima della mia intervista. Lui controbatte suggerendomi invece di prenderci un gelato. Io acconsento con entusiasmo e chiedo alle ragazze dello staff se ci sia una buona gelateria a pochi minuti da lì. Ci danno in effetti un ottimo consiglio. Lo staff è preparatissimo sugli eventi del Festival, sì, ma a quanto pare anche su tutti i luoghi d’interesse in giro per Parma! Torniamo felici e rinfrescati alla Casa della Musica giusto una ventina di minuti prima del Salotto Paganini.
Mi incontro col Maestro Paradiso e intrattengo con lui le mie consuete chiacchiere pre-show, per arrivare a sederci per l’intervista con un maggior grado di familiarità. Saliamo su in Sala Didattica e ci sistemiamo comodamente. Soundcheck: ok. Ore 17.30, iniziamo la nostra conversazione salottiera e il Maestro mi racconta di come è nato il progetto della Paganini Youth Guitar Orchestra, che da anni raccoglie oltre ottanta ragazzi e i loro docenti, provenienti da tutta Italia, che studiano chitarra nelle scuole medie e licei ad indirizzo musicale, così come nei Conservatori di musica. Col M° Paradiso riflettiamo insieme sul lavoro coi ragazzi e i maestri pre, durante e post-Festival, all’interno del quale la Guitar Orchestra si esibisce, e mi anticipa qualcosa sul concerto del 31 maggio, Cuerdas Gitanos (vedi qui: Salotto Paganini S3 E2, e anche in fondo alla pagina).

Prima di scendere insieme giù nel chiostro mi regala anche un suo CD e, ringraziandolo, percorriamo le scale verso il piano inferiore continuando in maniera informale la nostra conversazione. Il mio Salotto si è sovrapposto, ahimé, con l’apertura della Mostra di Liuteria Storica. Non sono ubiquo ma mi posso comunque affacciare ad evento iniziato. Mi sono perso l’introduzione e l’intervento musicale di Arody Garcìa ma arrivo in tempo per sentire alcune spiegazioni di Gabriele Lodi e l’esibizione di Oman Kaminsky sulle chitarre più moderne. L’acustica della Casa del Suono è generosa e conferisce a questi strumenti un fascino particolare, che cattura la mia attenzione e quella dei tanti spettatori, tra i quali sono presenti molti ragazzi giovani e incuriositi.
Il tempo vola e tra poco più di un’ora inizieranno gli appuntamenti concertistici della serata. Sulla strada del ritorno verso l’hotel incrocio un alimentari con prodotti tipici molto invitanti, ma anche stasera opto per una soluzione veloce e mi faccio fare un panino con crudo e caciotta. Doccia, mi vesto, mi fiondo giù per le scale e, a passo sostenuto ma non troppo (sembra un’indicazione agogica), vado verso la Casa della Musica.
Ore 20.30, la Sala Concerti è piena, il vivace brusio di fondo prima di una performance, al quale mi unisco scambiando due fugaci chiacchiere, è sempre qualcosa che mi affascina e rinnova il mio senso di appartenenza alla comunità della Musica. Si spengono le luci, rimangono solo quelle del palco.
Il direttore artistico Bandini introduce il concerto e ricorda una serie di eventi da non perdere nei prossimi giorni, per poi lasciare spazio alla Guitarra Desvelada di Pablo Marquez. Se al concerto orchestrale forse l’emozione lo aveva talvolta dominato, stasera le emozioni che riesce ad evocare con la sua chitarra dominano il pubblico in sala. Apprezzo particolarmente il programma, che propone un accostamento originale di autori ungheresi di varie epoche. La musica rinascimentale per liuto di Bakfark si alterna ai movimenti dei Mikrokosmos di Bartók , trascritti dal chitarrista, in un gioco di luci ed ombre, di suoni lontani e colori vivi dell’oggi. Seguono poi i Fragments di Kurtág– se siete nostri assidui lettori e follower dei nostri social, saprete che quest’anno ha compiuto 100 anni -, nati grazie alla collaborazione con Marquez stesso e capaci di illustrare l’estetica compositiva del Maestro ungherese, la cui cifra fondativa è quella del dire il massimo con il minimo materiale. Termina infine con le trascrizioni di Mertz di quattro Lieder di Schubert, riscuotendo grande successo e suscitando reale ispirazione nel pubblico.
Giusto dieci minuti di pausa, anche per riprendersi dal divampare del caldo in sala, e si rientra per desvelar una otra guitarra, quella di Pavel Steidl. La sua è una personalità davvero eccentrica nel panorama chitarristico, sia per la sua performatività sul palco, ricca di gesti, espressioni e movimenti corporei di ogni sorta, che per l’originalità del repertorio e degli strumenti che imbraccia. Questa sera propone una selezione di Minuetti di Sor, ma anche Capricci, Sonate e Ghiribizzi di Legnani e Paganini su una splendida chitarra romantica, con tanto di bordoni. Non mi posso trattenere e mi perdo alcuni degli ultimi pezzi, inclusa la Steidleriana di Carlo Domeniconi, a lui dedicata.





Sarei stato molto curioso di ascoltarla, ma tra pochi minuti avrà inizio un altro appuntamento del Paganini Festival a cui tengo sempre particolarmente: il Concerto Sensoriale. È un evento a cui tengo molto, poiché nasce in collaborazione con l’Unione dei Ciechi e degli Ipovedenti di Parma e crea un contesto inclusivo in cui tutti, bendati e in penombra, possono prendere parte a una performance ad occhi chiusi e immergersi totalmente nell’ascolto.
Quest’anno il Festival ha posto una particolare enfasi sul tema dell’accessibilità, facendo introdurre il concerto alla dottoranda Monica Rossetti, che ha presentato RÉSONANCE, un prototipo di web app accessibile pensata per rendere il Paganini Guitar Festival 2026, fruibile da pubblici diversi — per età, capacità, tempo disponibile e stato emotivo — senza modificare nulla della programmazione artistica esistente. Attraverso semplici domande (come ti senti? quanto tempo hai? cosa ti interessa?), l’app può generare itinerari personalizzati tra gli eventi del festival, con testi in formato Easy-to-Read, una chat community per chi vuole condividere l’esperienza, e uno spazio di volontariato intergenerazionale.
Stamattina ho testato in prima persona l’app, inquadrando il QR code all’ingresso della Casa della Musica, ma ho dovuto immedesimarmi in un utente tipo il cui ritmo non corrisponde certamente al mio. Qui al Paganini sono un “ospite speciale” che deve e vuole essere ovunque e trotta fino all’inverosimile per riuscirci. Ho provato a vestire i panni di un utente senza bisogno di accompagnamento/supporto specifico, che vuole gestire il suo itinerario e il suo tempo in maniera equilibrata tra concerti, luoghi e atmosfere e che cerca un mood orientato alla calma e alla bellezza. Allego screenshot del risultato proposto dall’app.
Dopo una lunga ma doverosa digressione su quest’importante novità dell’edizione 2026, torniamo al concerto sensoriale.
Ore 22.30, prendo il mio programma in Braille e la mascherina per coprire gli occhi brandizzata Paganini Guitar Festival – tanto utile quanto fashion.
Mi siedo sui divanetti semicircolari pronto ad ascoltare il giovane talento di stasera: lo sloveno Leon Ravnikar, vincitore dell’importante Concorso Forum Gitarre Wien nel 2025. Il programma scelto mi piace molto per diverse ragioni. Essendo perlopiù moderno e contemporaneo, permette agli ascoltatori di entrare in un mondo sonoro ricco di sfumature e colori, che Ravnikar tira fuori dalla sua chitarra con grande sensibilità. The Old Lime Tree di Rudnev e Invierno Porteño di Piazzolla creano una suggestiva alternanza di caratteri ora più meditativi ora improvvisi, che lasciano poi spazio a una composizione originale dello stesso interprete, Memory Breeze,semplice e meditativa. Quest’ultima lancia il celebre Capriccio Diabolico di Mario Castelnuovo-Tedesco, anch’esso costituito da caratteri contrastanti che omaggiano le due anime di Paganini, per poi concludere con la Fantasia sui temi de la Traviata di Arcas. Mentre canticchio in testa e danzo nella quasi totale oscurità della Casa del Suono, sento i due anziani signori seduti vicino a me cantare i motivi dell’Addio del passato e di Sempre libera. La Traviata è La Traviata, e Verdi è Verdi, non c’è nulla da fare. A Parma, poi, non può che essere apprezzato!
C’è un attimo di titubanza dopo la fine del brano, il pubblico non sa bene se il concerto sia finito oppure no – spesso lo si capisce vedendo il performer che si ferma e torna in posizione d’attesa, specialmente se non si conosce il brano –, ma poco dopo scroscia un applauso più che meritato. Si riaccendono le luci, ci togliamo le mascherine (nel momento in cui scrivo, mi accorgo che la mia è qui accanto a me e mi aspetta per una prossima pennichella in aereo) e vado incontro a Leon insieme ad alcuni giovani chitarristi entusiasti per la performance appena ascoltata. Con passo felpato mi presento e gli chiedo di farci due chiacchiere con calma, non appena arrivati al Borgo Santa Brigida.

Poteva mancare il divertimento del Dopo Festival? Non sia mai! Scambio qualche parola con Monica Rossetti, Giampaolo Bandini, Dario Vannini, Giusi Scandurra, figlia del compianto liutaio Antonino Scandurra, e altri chitarristi presenti. Mentre sorseggio la mia Coca-Cola accompagnato dal sottofondo musicale di un trio di giovani jazzisti, mi avvicino a Leon per importunarlo con i miei sproloqui. Scherzi a parte, mi racconta dell’esperienza del Concerto Sensoriale, che ha trovato interessante. Sebbene la performance non si svolga completamente al buio e lui riesca comunque in una certa misura a intravedere le sue mani, riflettiamo insieme su come questa modalità performativa possa modificare e potenziare l’attitudine d’ascolto dell’interprete e del pubblico. Mi parla anche del suo brano Memory Breeze, che da qualche tempo utilizza come una sorta di Preludio al Capriccio Diabolico di Castelnuovo-Tedesco, essendo entrambi in tonalità di Re (maggiore il primo, minore il secondo).
Invito Leon e la sua amica e collega Amirah Pranzl ad unirsi al tavolo con gli altri chitarristi e Maestri del Festival. Il Dopo Festival è pensato per favorire l’interazione e il senso di comunità, e a me fa piacere agevolare questo processo come posso, vista l’attitudine da Golden Retriever che mi contraddistingue. Continuiamo a conversare fino all’una passata, finché non sopraggiunge la stanchezza e ci congediamo tutti quanti, anche stasera, con tante energie positive in corpo.
30 maggio:
Io finora ho parlato parecchio e vorrei lasciar spazio agli occhi, alle orecchie e soprattutto alla penna del mio caro collaboratore Lorenzo Ottaviani, che ha condiviso con me l’intera giornata di Festival. Chissà, magari troverete qualche mio commento qua e là mentre leggete, con accento bresciano, ciò che Lorenzo ha da raccontarvi.
L: Ciò che mi stupisce di più quando arrivo al Paganini Guitar Festival è la sensazione di essere accolto, e anche quest’anno così è stato. Sia perché incontro vecchi compagni di studi, amici che ora sono musicisti affermati e vincitori di importanti concorsi, sia perché liutai, staff e musicisti sono quasi sempre disponibili a fare due chiacchiere e confrontarsi. È un momento di confronto per l’ambiente chitarristico, ma non solo.
Arrivo a Parma attorno alle 11:00 in una giornata abbastanza calda, devo dire, ma alla Casa della Musica c’è una leggera brezza accompagnata dal vociare delle tante persone presenti. Faccio due passi per la mostra di liuteria e vengo fermato di soppiatto (mannaggia a te) da Marco, che subito mi invita per un caffè nel quale ci confrontiamo su ciò che è successo nei giorni precedenti e, soprattutto, sugli appuntamenti della giornata che ci aspetta. Giornata, come sempre, molto fitta.

M: Talmente fitta che per me è iniziata abbastanza presto. Dopo una colazione veloce lungo la via, già per le 10 mi trovo ad attraversare zone più residenziali della città e a respirare un po’ di aria fresca all’ombra degli alberi del Parco 1 maggio, che ospita al suo interno il Centro di Produzione Musicale Arturo Toscanini. Mi fermo due minuti davanti all’ingresso, accanto alla statua di Toscanini, per paparazzarmi e fare le mie solite scenette con le inanimate figure leggendarie della musica disseminate per Parma. Entro e chiedo di indicarmi dove il Maestro Paradiso stia svolgendo le prove insieme ai ragazzi della Paganini Youth Guitar Orchestra. Incontro appena fuori dalla sala Lucìa Guerra, una bravissima chitarrista e collega che al Paganini coordina sempre tutti gli eventi dedicati al settore Young, incluse le prove dell’Orchestra e il Concorso Giovani Promesse, che si tiene nella sala immediatamente di fronte a quella delle prove. Rapidi saluti ed entro per osservare, giusto una mezz’oretta, il lavoro condotto da Paradiso con l’ottantina di ragazzi e docenti coinvolti. Le prove sono iniziate da poco e, sebbene ancora debbano prendere confidenza col Maestro e coi loro compagni di sezione, i giovani chitarristi rispondono bene alle indicazioni del direttore e portano a termine, in maniera più che dignitosa per essere una prima lettura d’insieme, la Danza del Molinero di Falla. Faccio un gesto da lontano al Maestro Paradiso per salutarlo e, in silenzio, sgattaiolo fuori per riprendere i miei passi verso la Casa della Musica. Lorenzo mi sta aspettando. E anche il suo racconto vi aspetta.
L: Partiamo in direzione della Casa del Suono, a pochi passi dall’epicentro del festival. La Casa del Suono è un museo di Parma dedicato alla storia e all’evoluzione degli strumenti musicali, nel quale è presente, proprio vicino all’ingresso, il “lampadario sonoro”, pensato per offrire un’esperienza sonora immersiva. Suggestivo e d’impatto, il lampadario si trova soprattutto al centro della stanza dedicata alla mostra di liuteria storica curata da Gabriele Lodi: Las Guitarras de la Folia, in omaggio alla tradizione spagnola. E, circondati dalla storia dello strumento a sei corde, io e Marco stiamo partecipando al “Suono Giovane”, una rassegna presente da diversi anni al Paganini Guitar Festival in cui si esibiscono i principali talenti dei conservatori italiani. Abbiamo il piacere di ascoltare le esibizioni di tre allievi del Conservatorio “G. Verdi” di Milano: Lara Cherkas, Simone Blasizza e Francesco Gigliotti. Nonostante l’alto livello dei tre, Gigliotti ci convince particolarmente; ma ciò che rimane più impresso è il piacere di vedere questi giovani musicisti che, come è successo a tanti, si trovano a suonare in un contesto nuovo e risultano perciò leggermente impacciati nel rapporto con il pubblico. Questo tipo di esperienze in un contesto di primo livello serve anche a questo.


Poi decidiamo di pranzare velocemente con una parmigiana di melanzane, nostro nuovo piatto parallelo in quanto entrambi ordiniamo lo stesso.
M: intervengo solo per documentare il tutto con una magnifica foto ricordo, scattata nientemeno che dal buon Gabriele dello staff, amico di vecchia data del nostro Lorenzo, tra l’altro. Eccola:
L: E lì, parliamo. Sapete, far parte della redazione di Quinte Parallele significa che ti senti tutti i giorni, fai diverse riunioni durante la settimana, però poi le occasioni per vedersi dal vivo sono sempre poche; e quindi, con Marco, ci perdiamo a confrontarci sulla vita e sulla musica. Ci siamo conosciuti per caso a Roma nel 2018, quando io dovevo acquistare la mia chitarra di Rinaldo Vacca, e ora siamo qua a raccontare e a lavorare insieme per un festival. Il bello di lavorare con la musica è anche questo.
Finito il momento romantico, proseguiamo nella nostra giornata preparando il motivo principale per cui sono a Parma oggi: realizzare con Marco l’intervista a Grisha Goryachev per il nostro spazio e podcast Salotto Paganini. Confrontiamo gli appunti, le domande, e andiamo a rifinire una scaletta di massima che avevamo preparato, ben consci che in un’intervista sarebbe un errore modularla su chi la fa; bisogna regolarsi sempre su chi l’intervista la subisce, in questo caso Goryachev, perché è durante l’intervista che capisci le direzioni interessanti che può prendere la conversazione, ascoltando il ritmo, i respiri e l’entusiasmo della persona che hai di fronte.
Ho giusto il tempo di affacciarmi al Ramirez Corner, dove le chitarre Ramirez sono suonate da Shiqui Zhou, una giovanissima musicista cinese di tredici anni già vincitrice di diversi concorsi internazionali e che, posso garantire, sentiremo presto nominare e acclamare. Eccoci poi al momento dell’intervista, attorno alle 17:30. Come sempre c’è trepidazione e la giusta dose di ansia per controllare che tutti i dispositivi funzionino e che il contesto sia familiare. E proprio mentre stiamo finendo di sistemare tutto nella sala didattica della Casa della Musica, entra Grisha: un uomo con una camminata piena di dignità, molto muscoloso e che trasmette sorprendentemente anche una certa leggerezza. Altrettanto sorprendente quanto queste siano anche le caratteristiche emerse dalla nostra chiacchierata con lui: la carriera iniziata da enfant prodige, i racconti su Paco de Lucía, il rapporto con l’ansia e l’errore. Tutto questo, raccontato con spontaneità e profondità (potete ascoltare la puntata, come sempre, in fondo all’articolo o qui: Salotto Paganini S3 E3).

Sono le 18:00 passate, e andiamo ad affacciarci al concerto “Omaggio ad Antonio Scandurra” in auditorium alla Casa della Musica. Seduta e in piedi, in fondo alla sala, c’è molta gente. È un appuntamento così importante, dedicato a un gigante della liuteria a sei corde, scomparso nel 2024.
M: Inizialmente affidato all’Amadeus Guitar Duo, purtroppo assente per una serie di imprevisti, il concerto viene tenuto da Arody Garcìa e Oman Kaminsky, già protagonisti di numerosi appuntamenti nei giorni scorsi. Le chitarre del Maestro Scandurra, che la figlia Giusi ha con sé e desidera vendere ai chitarristi che le vogliano valorizzare, risuonano magnificamente nell’ambiente raccolto dell’Auditorium. I due artisti terminano la performance replicando, in veste cameristica come duo, alcuni momenti concertanti del Concierto Madrigal di Rodrigo, che hanno eseguito insieme a Giampaolo Bandini e i Musici di Parma appena due giorni fa. Mentre vi immaginate gli applausi finali del concerto di Garcìa e Kaminsky, ne approfitto per ripassare la patata bollente a Lorenzo.
L: Come avrete capito dal mio racconto, c’è una certa frenesia dovuta alla quantità di eventi in gioco, tant’è che decidiamo di mangiare un veloce trancio di pizza: rapido, veloce e soprattutto efficace, prima di dirigerci al Teatro Farnese al concerto di Ana Vidović. Fatemi spendere due parole sul Teatro Farnese. Non tanto sulla sua storia, ma su com’è andato il nostro ingresso: veniamo accompagnati dal Direttore Artistico Giampaolo Bandini, saliamo le scale e incrociamo la struttura lignea degli spalti. Prima dell’ingresso che conduce alla platea, Giampaolo si gira e ci dice: «Benvenuti in uno dei posti più belli del mondo». E poi, silenzio. Non perché ci fosse davvero silenzio, anzi, ma quello era ciò che provavo. La vista della sala con le luci e lo sfondo degli spalti era uno spettacolo capace di generare un certo bisogno di deglutire, un reale stupore. Circondati da meraviglia e un contesto ricco di storia e arte, ci godiamo il concerto di Ana Vidović, artista molto attesa in questa edizione del Paganini Guitar Festival. La gestione dell’amplificazione è stata affidata all’azienda svizzera Schertler.
La chitarrista croata si è esibita in un concerto dalla forte componente muscolare e tecnica, con alcuni lampi di grande sensibilità, in particolare nei Tre Lieder di Schubert (Ständchen, Ave Maria ed Erlkönig) e ne La Catedral di Barrios Mangoré. Come bis ha fatto scegliere direttamente al pubblico (segno di grande sicurezza sul palco) e ha selezionato due classicissimi del repertorio chitarristico: Recuerdos de la Alhambra di Tárrega e Asturias di Albéniz. Sold out, applausi, standing ovation. Un trionfo.


M: La lunga performance si sovrappone, purtroppo, con il secondo Concerto Sensoriale, quello dell’Iter Vocis Duo (il soprano Dafne Colombo e il chitarrista Yuri Santangelo). Come ripetiamo spesso, non c’è tempo di vedere e fare tutto. Alla fine della performance di Ana Vidović provo a mettermi in fila dietro una serie di spettatori che vogliono salutarla e congratularsi ma, anche qui, non c’è tempo. Alla fine non fa nulla, ci parlerò domani durante l’ultimo appuntamento del nostro Salotto Paganini.
L: E adesso, che rimane? Andare a vivere il resto della serata nel Dopo Festival al Teatro Borgo Santa Brigida, giusto? Forse, per Marco. Io invece prendo la via del ritorno, lasciando al mio compagno Parallelo il compito di godersela anche per me. In auto ripenso alla giornata e a come siamo passati attraverso i secoli nella storia della chitarra, con grandi interpreti e giovani promesse, con la netta convinzione di aver incontrato e respirato un mondo chitarristico ancora vivo e presente.
M: E mentre vi immaginate Lorenzo al volante verso Brescia, vi potete immaginare anche la mia figura che procede verso il Teatro Borgo Santa Brigida in compagnia di Vito Nicola Paradiso. Con lui e Giusi Scandurra siamo i primi ad arrivare, seguiti a ruota da giovani chitarristi e altri partecipanti agli eventi del Festival. È l’ultima sera di Dopo Festival, deve essere memorabile. E lo diventa. Dopo qualche piacevole chiacchiera con i miei due compagni di percorso, incontro altri amici. Alcuni si avvicinano al pianoforte che si trova sul palco del locale e iniziano ad accompagnarsi mentre cantano il meglio del pop italiano e straniero. Come, momento jam session? Non me lo faccio ripetere due volte, mi unisco a loro e mi siedo al pianoforte, improvvisandomi piano man e arrangiando estemporaneamente tutto ciò che ci passa per la testa, da Bocca di rosa a Come Saprei fino a Oh Happy Day e Let it be. Con Monica Rossetti, i chitarristi Nicolò di Giorgi e Riccardo Guella e altri amici, facciamo le due cantando a squarciagola. Intercetto ogni tanto gli sguardi di chi sta seduto al locale; sebbene non siano saliti a “jammare” sul palco, ogni tanto li vedo cantare e battere le mani insieme a noi. Intravedo anche il direttore Giampaolo Bandini, che credo sia felice dello spirito che si è creato in quest’ultima nottata di Dopo Festival. Ci salutiamo calorosamente e torniamo tutti sotto coperta. Domani è la giornata conclusiva del Festival e non devono mancare le energie per viversela a pieno.

31 maggio:
Last day. Mi sveglio e preparo con calma, sistemo la valigia e finalizzo il tutto per il check out. Con lo zaino, il trolley e con addosso la mia simpatica ed eccentrica camicia a tema musicale, giro per il centro di Parma in cerca di un posto carino per fare l’ultima colazione del Festival 2026. Trovo un bar molto grazioso e non affollato a pochi passi da Piazza Duomo. Mentre sorseggio il mio cappuccino e addento il cornetto alla crema, mi soffermo ad ascoltare il suono della città, le voci dei passanti, il campanile del Duomo che sta rintoccando. Ore 11. Tra un’ora e mezza ho l’intervista del Salotto Paganini con Ana Vidović. Mi incammino alla Casa della Musica, saluto volti noti e conoscenze fatte in questa edizione, lascio la mia valigia alla reception, protetta da una barricata di custodie di chitarre e altre valigie. Cerco Mirko Migliorini, liutaio con il quale ho un rapporto di stima e amicizia e le cui chitarre trovo sempre magnifiche. Lo intercetto per una breve prova e confermo la mia ormai consolidata impressione: sono strumenti di grande pregio e dalle tante sfumature. In quest’atmosfera piena di vitalità, faccio una pensata: prima di intervistare la mia prossima ospite, che ho ascoltato ieri sera in concerto, voglio assistere alla sua Masterclass. Salgo su in Sala Didattica e mi siedo alla penultima fila, un po’ perché l’aula è piena di ascoltatori e un po’ perché mi piace veder interagire e chiacchierare tra loro i presenti, quando Vidović guida gli studenti nel corso della lezione. Si susseguono due giovanissimi ragazzi, una cinese e un italiano, che nonostante la loro età sono già dei grandi talenti ed eseguono repertorio tutt’altro che facile: le Cinque Bagatelle di Walton e la Grande Ouverture di Mauro Giuliani. Vidović insiste molto sulla necessità di essere sempre chiari e articolare bene ciò che si suona, perché così facendo il materiale musicale diventa riconoscibile alle orecchie del pubblico ed è allora che si può manipolare dal punto di vista dinamico e timbrico per rinnovarlo continuamente. Finita la Masterclass, mi avvicino a lei e mi presento. Rimangono ad ascoltarci un paio di persone, mentre ci perdiamo in Capricci di parole parlando del concerto di ieri sera, di come si prepara per le performance, della musica paganiniana e spagnola, delle donne della musica e tanto altro (Link alla puntata in fondo all’articolo e qui: Salotto Paganini S3 E4). Sullo sfondo, a farci compagnia, c’è anche un peluche di Pimpi di Winnie the Pooh, sua fidata mascotte che porta sempre con sé.

Arrivata l’ora di pranzo scendo per le scale e incrocio i miei amici jammers di ieri sera, i quali mi invitano a pranzare insieme in qualche trattoria tipica di Parma in direzione Auditorium del Carmine, dove si svolgerà, nel primo pomeriggio, la finale del Concorso Internazionale per la categoria solisti. Tra buonissimi antipasti a base di salumi e formaggi e squisiti cappelletti ripieni di culatello, trascorro il pranzo in allegria e in buona compagnia. Arriviamo al Carmine che la finale è già iniziata. Entra il secondo candidato, Miro Domazet, che propone repertorio originale e di grande effetto ma viene penalizzato un po’ dalla chitarra. C’è poi una giovanissima ragazza cinese, Ruting Liu, che suona da vera virtuosa e con una espressività straordinaria per la sua età, per quanto non ancora matura.
Devo scappare verso il concerto di Vito Nicola Paradiso, che è iniziato una quindicina di minuti fa, alle 15.30, alla Chiesa di San Vitale. Per fortuna, e questa è la bellezza del centro storico di Parma, l’edificio è a pochi minuti dall’Auditorium. Arrivo che mi son perso giusto due o tre brani in programma, ma ho modo di godermi la performance da una delle ultime file di banchi della chiesa, mentre contemplo la bellezza delle forme e delle decorazioni barocche. La massa sonora delle ottanta chitarre della Paganini Youth Guitar Orchestra, supportate anche da due contrabbassi, entra in un dialogo vivo con la chitarra del giovane Deniz Mastropietro e la voce del mezzosoprano Victoria Vasquez, in un programma che dipinge una Spagna dai mille colori. Tra i brani particolarmente apprezzati anche dagli spettatori, oltre alla celebre Habanera di Bizet e al vibrante Bolero di Ravel, c’è anche Cuerdas Gitanos, composizione del M° Paradiso che prevede energici interventi vocali e il battito delle mani da parte del pubblico, invitato a partecipare con entusiasmo da parte del compositore-direttore.
Prima della mia ultima tappa della giornata, mi allungo verso la Casa della Musica per riprendere la valigia e salutare tutto lo staff che mi ha supportato, così come i liutai e tutti i partecipanti al Festival con i quali ho interagito in questi giorni. Ritorno con calma verso il Conservatorio e vedo una folla accalcarsi davanti all’ingresso dell’Auditorium del Carmine, in attesa del doppio concerto di Zoran Dukić e Grisha Goryachev. La finale del Concorso è terminata leggermente in ritardo rispetto ai piani, ma dopo non molto tempo entriamo in Auditorium e ci accomodiamo nelle comode poltrone. Dukić apre la serata con la Fantasia-Sonata di Manén, uno dei pochi esempi di Sonata ciclica nel repertorio chitarristico, seguita da alcune trascrizioni di musiche di Falla. La seconda parte del programma, interamente composta da pezzi scritti per Dukić, è a dir poco eccentrica e declina in differenti forme il rapporto tra musica e alcool. Il brano Komar v Rakija di Ourkouzounov evoca in musica l’immagine di una zanzara che, imbevendosi di grappa, inizia ad entrare in uno stato di ubriacatura; One for the Road, John di Bogdanovic prende le mosse dalle Lachrimae di Dowland (mentre l’esecutore è ancora triste e sobrio), per concludersi nell’euforia alcolica di una danza dell’Europa dell’Est. L’ultimo pezzo, invece, ha un che di geniale e rompe a tutti gli effetti la quarta parete: in Last Call di Assad, Dukić inizia la performance facendosi servire da Oman Kaminsky, che veste i panni dell’oste, tre shottini di grappa. Il carattere del brano si trasforma ogni qual volta il chitarrista, dopo aver indetto un brindisi verso il pubblico, manda giù il cicchetto. Si passa da un ritmo groovy a una fase di confusione, fino a giungere allo stato depressivo del terzo bicchierino. Ma è a questo punto che l’oste Kaminsky lo risveglia dal torpore, gridando dalla platea che quello era l’ultimo giro e invitandolo a finire la performance musicale. Direte voi, “non rifatelo a casa, specialmente davanti ai bambini” (ché poi ce n’erano tanti nel pubblico). Però la performance, come trovo giusto che sia, viene accolta attraverso la lente giusta, quella della leggerezza e del non prendersi (sempre) troppo sul serio, specialmente se si è chitarristi “classici”.
A questo punto io vorrei proseguire la storia, raccontarvi qual è stata la temperatura emotiva in Auditorium nell’intervallo, durante il quale sono stati premiati i vincitori del Concorso nelle varie categorie; vorrei condividere con voi le impressioni e le sensazioni vissute durante il concerto di Grisha Goryachev, con il quale ho intrattenuto una magnifica conversazione insieme a Lorenzo giusto ieri e che sarei stato curioso di ascoltare (ma una foto del suo concerto potrà supplire, in parte, a questa mancanza).


Purtroppo, però, il reportage finisce qui, in coincidenza con la mia dipartita delle 19.15, orario in cui esco dal Carmine per dirigermi in stazione. Il treno per Bologna e poi quello per Roma mi aspettano e io non mi son fatto attendere.
Pur con il rimpianto di aver perso l’evento conclusivo “ufficiale” del Paganini Festival 2026, rileggo le tante cose scritte finora insieme a Lorenzo e sono felice di quanto “folle” sia stato questo Festival. Ma sono (e siamo) ancor più felici se un po’ di questo delirio lo abbiamo trasmesso anche a voi lettori, se siamo riusciti a Desvelar per voi i tanti volti e le tante anime della chitarra, ma soprattutto se, anche solo per un attimo, avete avuto l’impressione di essere stati travolti, come noi, dalla ¡Folia de España!.
Marco Surace
Lorenzo Ottaviani