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La fragilità della cultura americana

di Carlo Emilio Tortarolo - 16 Marzo 2026

Sotto la crisi del MET e del Kennedy Center risiede la fragilità di un modello che l’Europa insegue

Quando un teatro comincia a consumare il proprio patrimonio per restare in piedi, cerca soldi in Arabia Saudita, immagina sponsor con diritto di nome sulla facciata e arriva perfino a corteggiare Elon Musk promettendogli un’opera su Marte, forse non siamo più davanti a una semplice difficoltà di bilancio, ma a qualcosa di più interessante e di più rivelatore.

La crisi del Metropolitan Opera di New York e il caos che continua da più di un anno a travolgere il Kennedy (Trump) Center di Washington   non bastano, da soli, a spiegare tutta la cultura americana. Però bastano eccome a incrinare una leggenda che in Europa, e in Italia in particolare, continuiamo a raccontarci da anni: quella di un sistema culturale più moderno, più libero, più dinamico perché meno dipendente dallo Stato e più capace di attivare risorse private.

Per molto tempo abbiamo guardato agli Stati Uniti come a una specie di Eden post-ministeriale
Meno finanziamento pubblico, più fundraising; meno burocrazia, più autonomia; meno lentezze istituzionali, più capacità di stare sul mercato. Dentro questa immagine si è fatta largo una convinzione tenace, ovvero che lì le grandi istituzioni culturali avessero trovatouna sostenibilità più adulta, più efficiente e più solida. Oggi quella convinzione comincia a scricchiolare.

Il caso del Met è quasi didascalico. I recenti pareggi operativi sono stati resi possibili anche erodendo l’endowment, cioè il patrimonio che dovrebbe garantire sicurezza e continuità. Il New York Times ha ricostruito una contrazione impressionante: da 340 milioni di dollari nel 2022 a 212 milioni nel febbraio 2026. Tradotto: una delle più grandi istituzioni liriche del pianeta sta sostenendo il presente rosicchiando il proprio futuro.

Una crisi economica che non nasce soltanto da un errore manageriale, da una stagione sbagliata o da una contingenza geopolitica sfortunata, ma da una vera e propria crisi del modello di business.
Calano le entrate da botteghino, calano i ricavi delle dirette Live in HD, si riduce il numero delle produzioni, si restringono i margini. Per il 2026-27 si parla di 17 produzioni complessive, con sole 5 nuove produzioni: il numero più basso da circa sessant’anni.

Il pubblico non è sparito, con buona pace di Timothée Chalamet. Continua a esistere, continua a frequentare, continua a riempire una parte importante della sala ma spende meno, seleziona di più, sostiene meno l’intera macchina dei costi
Il pubblico-consumatore anche se c’è, dimostra che ilradicamento sociale largo dell’istituzione si sta indebolendo. La sala si riempie abbastanza da dare l’illusione della tenuta e i bilanci raccontano altro.

Il Met diventa un sintomo, non un caso isolato. 
Per anni abbiamo importato anche da noi il lessico americano del fundraising come se fosse una tecnica neutra, una cassetta degli attrezzi da applicare ovunque: patron circles, naming opportunities, membership, donor cultivation. Tutto utile, certamente e accettino gli europei che a teorizzare questo siano stati gli americani su pratiche che gli europei facevano già senza pensare fosse necessario trasformarle in scienza. 
Ma nessuna tecnica economica può vivere separata dalla struttura sociale che la rende possibile.

Il sistema statunitense delle grandi istituzioni culturali non supera davvero il mecenatismo
Lo aggiorna, lo rende più elegante, più manageriale, più fiscalmente raffinato. Alla base resta però una dipendenza molto forte da una fascia ristretta e molto ricca della società, una fascia che garantisce denaro, prestigio, continuità e influenza almeno finché questo equilibrio regge
Il sistema appare brillante ma quando il sistema si incrina, il castello perde subito compostezza.

Per questo il paragone con il Rinascimento, pur con tutte le differenze storiche del caso, non è soltanto una battuta. Non siamo davanti ai Medici in senso letterale. Però siamo davanti a una forma contemporanea di sostegno oligarchico alla cultura, mediata da board, fondazioni, patrimoni, fiscalità e grandi donatori. Cambiano i codici, cambiano le regole, cambiano le forme e, come allora, la tenuta delle grandi istituzioni dipende in misura decisiva dagli orientamenti, dalle priorità, dalle paure e dalla stabilità di una minoranza molto ricca.

Da qui nasce anche il carattere quasi febbrile delle soluzioni inseguite dal direttore generale del MET, Peter Gelb. Sponsor per dare il nome al teatro sul modello delle grandi arene sportive; vendita degli iconici Chagall del foyer, con l’idea di lasciarli comunque alle pareti; apertura a sfilate, musical, eventi laterali; tentativi di attrarre Bob Dylan e Sting; corteggiamento di Musk. 
Tutto questo non racconta solo una (disperata) ricerca di denaro ma anche una trasformazione più profonda. Sotto pressione, il teatro smette lentamente di pensarsi soltanto come istituzione culturale e comincia a ragionare come venue, come brand, come contenitore di eventi, come infrastruttura da monetizzare.

A questo punto si capisce meglio anche la portata simbolica della trattativa con l’Arabia Saudita, di cui avevamo già parlato in una delle prime puntate di diapason. Un accordo con il regno saudita potrebbe coprire una parte sostanziale del fabbisogno economico del Met fino almeno al 2032. Il nodo etico resta enorme: diritti umani, caso Khashoggi, libertà civili, rapporto con un governo autoritario. Ma soprattutto il fatto che una delle istituzioni culturali più celebri degli Stati Uniti si ritrovi a cercare (forse invano) salvezza economica presso un governo straniero. 
Non dentro una base civica larga, non dentro una struttura pubblica robusta, non dentro una filantropia sufficiente. Fuori. 
Questo dettaglio, da solo, racconta il limite del modello molto meglio di tante teorie.

La vicenda del Kennedy (Trump) Center aiuta a leggere l’altro lato della questione. 
Se il Met mostra la vulnerabilità economica del sistema, il Kennedy Center ne mostra la vulnerabilità politica e simbolica. Dalla presa di controllo del board da parte di Donald Trump nel febbraio 2025, al licenziamento della presidente Deborah Rutter, fino alla breve stagione del neo-presidente Richard Grenell, il centro è entrato in una spirale di scontro che ha investito governance, identità pubblica, rapporti con gli artisti, percezione istituzionale e programmazione. Il ritiro di produzioni importanti, le tensioni crescenti, il conflitto permanente e la chiusura annunciata per lavori hanno reso visibile una cosa che molti preferivano ignorare: la presunta oasi culturale americana non era fuori dalla politica. Era già dentro la politica, solo in una forma più discreta, più tollerabile, più elegante.

Met e Kennedy Center non raccontano la stessa crisi che è più articolata e su più livelli di quanto si possa analizzare standone al suo interno. 
Raccontano però due sintomi della stessa fragilità
Nel primo caso si rompe il patto economico fra costi, pubblico, filantropia e rendimenti. 
Nel secondo si rompe il patto politico e simbolico che garantiva alle istituzioni una certa immunità apparente. 
In entrambi i casi emerge la debolezza del fondamento. Un sistema che sembrava forte si scopre invece esposto a equilibri instabili, mediazioni ristrette, risorse concentrate e legittimazioni selettive.

Qui conviene essere onesti anche con noi stessi. 
La crisi americana non trasforma automaticamente l’Europa in un paradiso virtuoso; anche da noi esistono tagli, prudenza artistica, dipendenze private, sponsorizzazioni invasive e rincorsa ai titoli sicuri. Però la vicenda americana rende visibile qualcosa che in Europa continuiamo spesso a sottovalutare: l’autonomia gestionale, da sola, non basta. Senza una base sociale larga e senza un sostegno pubblico abbastanza robusto, rischia anzi di tradursi in esposizione, fragilità, dipendenza e mutazione identitaria.
Ogni volta che qualcuno propone di “americanizzare” la cultura, introduce quasi sempre lo stesso pacchetto: più autonomia gestionale, più centralità del fundraising, più responsabilizzazione del management, meno dipendenza dal pubblico. 
Una parte di questo discorso ha una sua serietà. 
Un’altra parte rischia però di restare una fantasia elegante, soprattutto se evita di guardare alle disuguaglianze, alla concentrazione della ricchezza, al ruolo politico dei grandi finanziatori e al reale radicamento sociale delle istituzioni.

Perché una cosa è avere spettatori. 
Un’altra è avere cittadinanza culturale.
Una cosa è riempire una sala. 
Un’altra è costruire un patto pubblico capace di resistere agli shock.

Una cultura finanziata in misura decisiva da una minoranza molto ricca resta inevitabilmente legata agli interessi, alle paure, alle priorità e agli umori di quella minoranza. Finché quel potere resta benevolo, stabile, discreto e disposto a sostenere il prestigio delle istituzioni, il sistema funziona. Quando però quel potere cambia agenda, teme esposizione, riduce l’impegno o viene attraversato dal conflitto politico, la presunta neutralità evapora in fretta. Sotto la vernice dell’autonomia compare allora una dipendenza meno dichiarata, più elegante, più glamour e forse proprio per questo più difficile da nominare.

La sfida dei prossimi anni va in un’altra direzione. Riguarda la costruzione di un patto sociale più largo, più stabile, più distribuito e meno oligarchico attorno alla cultura

Una ricchezza eccezionale è stata scambiata troppo a lungo per una struttura democratica. 
Un sistema sostenuto da grandi patrimoni è stato raccontato troppo spesso come se coincidesse con la società nel suo complesso. 
Un equilibrio fragile è stato preso per il futuro.

La sfida dei prossimi anni va in un’altra direzione. Riguarda la costruzione di un patto sociale più largo, più stabile, più distribuito e meno oligarchico attorno alla cultura. In gioco ci sono la capacità di reggere le oscillazioni del mercato, la tenuta di fronte ai mutamenti del consenso, la resistenza alle pressioni della politica e la qualità del rapporto fra istituzioni e cittadinanza.

Il problema non sembra più capire come imitare meglio quel modello. Il problema sembra piuttosto capire perché abbiamo voluto idealizzarlo così a lungo
E adesso che quella ricchezza trema, che cosa resta davvero?

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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