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Il sonno dell’Italia produce vincenti – Intervista a Ettore Pagano

di Lorenzo Ottaviani - 22 Luglio 2026

Ettore Pagano è salito agli onori della cronaca per la sua vittoria al Queen Elisabeth Competition a maggio. E fin da subito è riuscito in un’impresa non poco rara: bucare i confini della musica classica, arrivando a far parlare di un concorso per violoncello sulle più importanti testate generaliste e in diversi programmi radiofonici e televisivi. Noi siamo riusciti a incrociarlo e a fargli qualche domanda, per indagare sulla visione di un giovane e promettente violoncellista che, ora, si trova nell’olimpo.

LO: Innanzitutto Ettore: complimenti per aver vinto la Queen Elisabeth Competition! Partirei chiedendoti: come stai? Come stanno andando queste ultime settimane? Come ti senti?

EP: Grazie mille. È stato naturalmente un turbinio di emozioni, ma fin dall’inizio del concorso, ben prima della proclamazione. La tenuta fisica è fondamentale, non studiare troppo, sapere i limiti che non devi superare per non avere una ricaduta durante il concorso. Mi è capitato proprio ad un altro concorso, prima del Queen Elisabeth, di dover andare dall’Osteopata poco prima della semifinale e rinunciare alla mia partecipazione. Fortunatamente alla fine suonai senza problemi ma questo mi fece rendere conto dell’importanza della tenuta fisica. Siamo specialmente in concorso anche degli atleti oltre che artisti. Per molti questi è un punto “a sfavore” perché si crede che si perda il senso dell’arte. Nella mia idea il corpo è quello che ti guida nelle scelte artistiche e interpretative e se il corpo non sta bene non solo non hai tenuta fisica ma anche la tua stessa interpretazione ne risente.

Al di là di questo naturalmente sono molto stanco ma felice, non ho ancora avuto tempo per fermarmi un attimo e un po’ mi dispiace perché non mi sono goduto appieno le emozioni post vittoria, ma dall’altro so che è fondamentale proprio ora non mollare il colpo. Finalmente un giorno non troppo lontano mi fermerò e ripenserò un po’ nostalgicamente a tutte le memorie del concorso con gioia e serenità.

LO: E qual è stata la cosa più strana o inaspettata che ti è capitata in seguito alla vittoria?

EP: Più che inaspettata direi proprio il fatto che credevo che dopo la finale il momento più impegnativo fosse alle mie spalle, invece che subito dopo la vittoria (per giorni non ho avuto il tempo di controllare il telefono). Più strana forse un minitour in Belgio cancellato durante l’ondata di calore perché le sale da concerto non avevano l’aria condizionata. Faccio concerti da un po’ di anni ma devo dire che una cosa così non mi è mai successa e né l’ho mai sentita.

LO: In particolare, hai ricevuto complimenti e attestati di stima da diversi esponenti del mondo musicale, da istituzioni e da personaggi pubblici. Ho letto alcuni commenti che ti definiscono “il Sinner del violoncello” (poi un giorno chiederemo a Jannik come se la cava con l’archetto, ndr). Tutto questo ti fa sentire sotto pressione?

EP: Non direi. Il paragone è nato qualche anno fa da un giornale altoatesino, prima che sinner vincesse il suo primo slam. Naturalmente come paragone fa comprendere alla massa, a chi si sta solo approcciando alla classica, il tipo di livello tra un Queen Elisabeth e un torneo tennistico. Io amo il tennis e voglio iniziare a praticarlo (magari un giorno riuscirò a consegnare a Sinner un arco), ma naturalmente ci sono delle differenze sostanziali nonostante i parallelismi: mentre Sinner ha appena vinto il secondo Wimbledon in due anni, i musicisti un concorso come il Queen Elisabeth lo fanno e lo possono fare (per fortuna) una sola volta nella vita. Se per lui vincere tornei è l’obiettivo principale per me è fare musica, che sia un concorso o un concerto.

LO: Cosa ne pensi dell’attenzione che la tua figura di musicista ha ricevuto nelle ultime settimane?

EP: Sono contento che in Italia anche grazie alle persone comuni oltre che alle istituzioni, si sia smosso un po’ l’ambiente e si sia parlato, seppur per poco, anche ai massimi livelli, di musica classica. Naturalmente ci sono riconoscimenti di cui ancora non posso parlare ma non posso dire di essere in credito con le istituzioni, almeno personalmente. Dopodiché spero (speravo?) che la mia vittoria smuovesse qualcosa non per me ma per il brand “musica classica”, che in Italia è stagnante e segue modelli anche accademici che gli altri paesi hanno superato da decenni e decenni.

Spero che si capisca che in Italia nascano singolarità perché siamo semplicemente un popolo pieno di talento. Mi fa piacere che gli italiani si sentano fieri delle singolarità ma dobbiamo capire che non c’è un modello, una base che parta dal basso, dalla capillarità, dall’accessibilità a tutti, e non parlo solo di musica. Sarò veramente e totalmente fiero degli italiani che rappresentano l’Italia nel mondo quando saprò che non sono exploit, eccezioni fuori dal comune, ma quando sono frutto della costruzione di un sistema che cresce e coltiva talenti, un sistema che parta dalla base piramidale, che si allarga prima di alzarne la punta. Un sistema non che li frena e mette loro un percorso ad ostacoli per realizzarsi per poi esserne fieri una volta che “ce l’hanno fatta”.

LO: Ora parliamo di musica: in finale hai portato la Sinfonia concertante in mi minore per violoncello e orchestra, op. 125 di Prokofiev. A cosa é dovuta questa scelta?

EP: È uno dei concerti più difficili mai scritti, essendo praticamente totalmente trasfigurato da Rostropovich rispetto alla prima edizione per concerto di Prokofiev. È anche un pezzo che non vince spesso perché è sicuramente meno scenografico di un Shostakovich o un Lutoslawski o un Dvorak. Lo amo moltissimo perché è uno dei primi concerti di questo peso specifico che ho studiato, mi sono approcciato alla partitura per la prima volta a 15 anni. Credo che dentro ci sia tutto, dalla cantabilità più espressiva al virtuosismo più impensabile. Proprio per questo credo che sia un pezzo formidabile (formidabile nel senso di temibile) e rischioso, ma allo stesso tempo è un rischio che ti può restituire molto. Inoltre trovo in Prokofiev anche un pizzico di Italia e questo me lo fa amare ancora di più.

LO: La tua esecuzione ha davvero rasentato la perfezione, per questo vorrei farti una domanda da un’altra prospettiva: per arrivare a un risultato così straordinario…qual è (o qual è stato) il tuo rapporto con l’errore? Sia durante lo studio che in fase di esecuzione.

EP: Io credo sempre che facciamo un errore a dividere tecnica e interpretazione, precisione e musicalità. Mi considero un violoncellista molto “espressivo” e volto all’aspetto interpretativo più che preciso e attento a non rischiare, a non buttare il cuore oltre l’ostacolo per ottenere sempre qualcosa in più dal punto di vista del pathos. Ciononostante io amo le esecuzioni perfette perché per me quello è un altro aspetto “artistico”. È sempre il grande dualismo tra Apollineo e dionisiaco… diciamo che tendo a voler essere più preciso e sicuro possibile in fase di studio così da non dover pensare a nulla di tutto ciò sul palco ed entrare nella mia “trance interpretativa”. In fase di esecuzione invece la testa deve sempre essere volta a ciò che succede dopo, mentre le tue mani suonano devi già pensare una battuta avanti, e se succede qualcosa l’importante è non farti perdere la concentrazione e il filo del discorso interpretativo.

Non buttare il cuore oltre l’ostacolo per ottenere sempre qualcosa in più dal punto di vista del pathos

LO: Per quattro anni potrai suonare il leggendario violoncello Goffriller 1733, realizzato dal liutaio veneziano Matteo Goffriller e appartenuto a Pablo Casals. Hai già avuto l’opportunità di suonarlo, giusto?

EP: Si lo suono ormai da qualche settimana, i violoncelli antichi hanno un’anima forte e una personalità subito riconoscibile. Per questo motivo all’inizio non è così semplice approcciarsi agli strumenti antichi, ma una volta che inizi a conoscerlo e lui inizia a conoscere te non riesci più a staccartene. Per me è anche uno strumento molto importante perché ho studiato con Meneses che aveva come più grande idolo Casals, e che era didatticamente parlando il “Bisnipote” proprio di Casals.

LO: Amit Peled ha descritto l’esperienza di poter suonare questo strumento come “un viaggio di esplorazione artistica”: qual è l’aspetto che ti ha colpito di più per ora?

EP: Per ora l’aspetto più intrigante è l’attacco del suono, così preciso e “croccante”. Il suono non si rompe mai ed ha una potenza inaspettata per uno strumento antico. Naturalmente più lo suono più scopro dinamiche che non sapevo fossero possibili. Io credo nella gavetta, nel fatto che uno studente difficilmente migliorerà con un Goffriller, tanto quanto migliorerebbe con un cinese da 1000 euro. Però arriva anche un momento in cui ti puoi permettere di suonare questi strumenti (magari sempre tenendoti una riserva che ti renda il lavoro più difficile e che ti faccia sempre ricercare da solo i suoni) anche per poterne regalare il meraviglioso suono al pubblico.

LO: Ultima domanda: e adesso? Cosa vuoi realizzare?

EP: Semplicemente fare quello che ho sempre fatto ma più “in grande”. Avrò vinto ma sono la stessa persona di prima. Ciò di cui sono fiero non è come ho finito questo primo percorso artistico della mia vita ma di come l’ho iniziato: con genuinità, amore per la musica, e la consapevolezza di rimanere la stessa persona indipendentemente da chi sarei diventato. Per me il concetto fondamentale è cercare di separare chi siamo da cosa facciamo. Sono certamente dell’idea che cosa facciamo formi il tipo di persona che siamo, ma allo stesso tempo è un esercizio “sociale”, quello di considerare e trattare tutti allo stesso modo indipendentemente da cosa rappresentano per la società.

Lorenzo Ottaviani

Autore

Chitarrista classico, nella mia vita tengo concerti, insegno, organizzo e in generale faccio cose con la cultura. Ho fondato un brand di LOOMEX, organizzo e modernizzo festival di musica classica.

Alla fine la vita è bella, con Beethoven e della polenta un po' di più.

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