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Il potere senza responsabilità delle audizioni musicali

di Carlo Emilio Tortarolo - 8 Giugno 2026

Minuti per giudicare, ore per aspettare

Nel mondo della musica esiste una distribuzione piuttosto curiosa della responsabilità.

A chi si presenta a un’audizione viene chiesto di arrivare puntuale, preparato, concentrato, vestito in maniera adeguata, con il repertorio corretto, gli spartiti in ordine e una biografia capace di condensare anni di studio in poche righe. Il candidato deve aver organizzato il viaggio, pagato il pernottamento, preparato ogni dettaglio dell’esecuzione e imparato a controllare l’ansia. Deve essere pronto quando viene chiamato, anche quando l’orario assegnato è diventato più una cortesia che una regola.

Chi organizza, invece, può convocare più persone di quante sia materialmente possibile ascoltare, modificare turni e modalità a ridosso della prova, accumulare ritardi, predisporre un numero insufficiente di pianisti o lasciare decine di musicisti senza uno spazio adeguato per riscaldarsi, studiare e accordare gli strumenti.

Minuti per giudicare una carriera, ore di attesa per cercare di crearne una.

Nelle ultime settimane una vicenda rimbalzata sui social ha riportato il problema al centro dell’attenzione. Una fondazione lirico-sinfonica italiana pubblica un avviso relativo a numerosi ruoli operistici in stagione, riservando la candidatura ad artisti rappresentati da un’agenzia oppure a vincitori di primi premi in concorsi internazionali. L’alto numero di persone interessate e in possesso dei requisiti rende necessarie modifiche organizzative in prossimità delle audizioni, con conseguenze sui turni, sui tempi di attesa e sulle condizioni nelle quali i candidati sono chiamati a esibirsi.

Non interessa, in questo contesto, trasformare una singola istituzione in un bersaglio, anche perché le testimonianze diffuse sui social richiederebbero di essere raccolte, confrontate e verificate prima di attribuire responsabilità precise. Interessa invece il cortocircuito che la vicenda rende visibile.

Una fondazione lirico-sinfonica dovrebbe rappresentare uno dei livelli più alti della competenza organizzativa applicata al teatro musicale in Italia. Possiede uffici, personale, esperienza produttiva e una conoscenza diretta dei tempi necessari per preparare uno spettacolo e, a maggior ragione, un’audizione.

Se una struttura di questo livello fatica a prevedere l’afflusso provocato da un avviso pubblico e a costruire una macchina logistica capace di assorbirlo, che cosa possiamo realisticamente pretendere dalla piccola associazione che inaugura il proprio concorso internazionale nel teatro comunale, con pochi volontari, risorse limitate e nessuna esperienza consolidata?

Il problema comincia già dai criteri utilizzati per stabilire chi abbia diritto a essere ascoltato. Un’audizione dovrebbe permettere a un teatro di conoscere artisti potenzialmente adatti alle proprie produzioni. Eppure, per accedere alla selezione, può essere richiesto di dimostrare di essere già stati riconosciuti da qualcun altro: un agente, una giuria, un direttore artistico o un’altra istituzione.

Se la porta si apre soltanto davanti a chi possiede la certificazione di averne già attraversata un’altra, il meccanismo diventa circolare. Per lavorare in teatro risulta ormai fondamentale avere un’agenzia. Per essere accolti da un’agenzia è spesso necessario aver già lavorato in teatro.

Resta allora la strada dei concorsi, nei quali però si incontrano artisti già rappresentati, allievi di docenti influenti, musicisti seguiti da professionisti specializzati nella preparazione delle competizioni e candidati capaci di sostenere economicamente una lunga stagione di viaggi e iscrizioni. È il consueto paradosso del lavoratore appena maggiorenne al quale si chiedono trent’anni di esperienza, trasferito nel mondo musicale.

Questa dinamica non riguarda soltanto il canto, anche se l’opera ne rappresenta forse il caso più emblematico. Pianisti, violinisti, violoncellisti, fiati, percussionisti, direttori d’orchestra e formazioni cameristiche attraversano un sistema simile. Cambiano gli strumenti e le condizioni materiali, ma resta la stessa necessità di accumulare certificazioni: un premio per accedere a una masterclass, una masterclass per incontrare un docente, un docente per entrare in una rete professionale, una rete professionale per ottenere l’audizione nella quale dimostrare di meritare ciò che sarebbe stato impossibile raggiungere senza quella stessa rete.

Il talento continua a contare, naturalmente. Sarebbe assurdo negarlo e alcuni casi, fortunatamente, ce lo ricordano. Deve però muoversi dentro una geografia fatta anche di riconoscimenti precedenti, disponibilità economiche, relazioni e capacità di trasformare la propria vita in un calendario permanente di candidature.

I costi sono concreti: viaggio, pernottamento, pasti, lezioni, coaching, pianista, spartiti, registrazioni professionali richieste per la preselezione e giornate sottratte ad altri lavori. Per chi trasporta uno strumento ingombrante possono aggiungersi ulteriori biglietti, assicurazioni e difficoltà logistiche. Per chi suona uno strumento particolarmente sensibile, il viaggio stesso può compromettere temporaneamente l’assetto necessario alla prova.

Una preparazione lunga e costosa converge verso un’esecuzione che può durare pochi minuti ed essere interrotta dopo alcune battute, talvolta anche perché l’organizzazione deve recuperare il tempo perduto. A quel punto l’organizzazione non è più una cornice esterna alla valutazione ma diventa una componente che ne modifica direttamente il risultato.

Per un cantante, aspettare molte ore significa dover governare il riscaldamento vocale, l’idratazione, l’alimentazione e la tensione muscolare. La voce è uno strumento interno e non può essere mantenuta indefinitamente nello stesso stato di prontezza.

Per uno strumentista, l’attesa può significare cercare un luogo nel quale studiare, proteggere lo strumento dagli sbalzi termici, ripetere l’accordatura e impedire che il corpo si raffreddi dopo essersi preparato per un orario ormai superato. Pianisti, percussionisti e arpisti devono inoltre adattarsi allo strumento messo a disposizione. Archi e fiati devono fare i conti con temperatura, umidità, corde e ance.

Un ritardo non produce quindi soltanto fastidio. Altera le condizioni della prova.

C’è poi la questione del pianista accompagnatore. Cantanti e strumentisti possono trovarsi a eseguire il proprio programma con una persona incontrata pochi minuti prima, senza il tempo di concordare tempi, respiri, agogica, attacchi, tagli e transizioni.

Una soluzione è presentarsi con il proprio pianista, raddoppiando però una parte consistente dei costi già sostenuti. Negli altri casi l’organizzazione mette a disposizione uno o pochi collaboratori, chiamati a leggere uno dopo l’altro decine di programmi differenti. Esistono pianisti dal repertorio sconfinato e dalla sensibilità spiccata, ma neppure loro possiedono il dono dell’ubiquità, materia ancora poco insegnata nei conservatori.

Il pianista viene spesso trattato come un accessorio neutro, una specie di base musicale umana, come se il suo contributo fosse estraneo al risultato musicale. Se non conosce il repertorio, non ha potuto provarlo o deve affrontare una quantità irragionevole di brani in successione, anche la prestazione del candidato ne risente. La commissione giudica poi il risultato come se l’intesa musicale fosse responsabilità esclusiva di chi concorre.

Quando cento persone vengono ascoltate in condizioni differenti, la selezione non confronta soltanto le loro qualità artistiche. Confronta anche la resistenza alla stanchezza, la disponibilità economica, l’accesso a una sala prova, la possibilità di portare un pianista personale, la capacità di adattarsi rapidamente a uno strumento sconosciuto e perfino la fortuna di essere collocati nella fascia meno congestionata.

Una selezione disorganizzata rischia così di non premiare chi suona o canta meglio, ma chi sopravvive meglio alla disorganizzazione.

Una selezione disorganizzata rischia così di non premiare chi suona o canta meglio, ma chi sopravvive meglio alla disorganizzazione.

Gli artisti, nel frattempo, protestano poco. Il mondo musicale è piccolo e le commissioni ritornano. Il membro della commissione di oggi può essere il docente, il direttore artistico, l’agente o il sovrintendente di domani, e una critica pubblica rischia di essere interpretata come incapacità di accettare il verdetto, fragilità caratteriale o mancanza di professionalità.

Il potere della selezione comprende anche il potere di stabilire quale protesta sia considerata legittima.
A un candidato che arriva in ritardo si concede poco.
A un’organizzazione che accumula ore di ritardo si concede la complessità del lavoro.
Un musicista che presenta un repertorio diverso da quello indicato può essere escluso.
Chi ha scritto il regolamento può spesso riservarsi il diritto di modificarne tempi e modalità.
Il candidato deve dimostrare di saper gestire la pressione.
L’ente non sempre deve dimostrare di saper gestire i candidati.

Eppure organizzare un’audizione è una competenza professionale che richiede programmazione, personale, pianisti, sale, comunicazioni chiare, tempi realistici e responsabilità verso chi investe denaro, studio e aspettative. Non basta aprire un modulo online, comporre una commissione e mettere a disposizione un palcoscenico.

In un sistema professionale dovrebbero esistere almeno alcuni standard minimi: un numero di candidati compatibile con le ore disponibili; convocazioni per fasce realistiche; spazi adeguati per il riscaldamento e lo studio; pianisti sufficienti e messi nelle condizioni di conoscere il repertorio; comunicazioni tempestive; regole che non cambino a ridosso della prova; procedure per segnalare disservizi senza temere ripercussioni.

Nel sistema reale accade spesso il contrario: si accettano più candidati di quanti sia possibile ascoltare; si convocano tutti alla stessa ora o in fasce puramente indicative; si improvvisano sale d’attesa e spazi di riscaldamento; si affidano decine di programmi a pochi pianisti; si comunicano variazioni all’ultimo momento; si modificano turni e modalità quando la macchina organizzativa è già in difficoltà. Alla fine, il peso del disservizio ricade proprio su chi, avendo ancora bisogno di essere selezionato, possiede meno forza per contestarlo.

Una fondazione lirico-sinfonica e una piccola associazione non dispongono delle stesse risorse. Proprio per questo è ragionevole pretendere di più dalla prima, senza concedere alla seconda il diritto all’improvvisazione. Entrambe devono rispondere allo stesso principio: chi esercita il potere di giudicare deve assumersi anche la responsabilità di creare condizioni degne del giudizio.

Continueremo a pretendere professionalità soltanto da chi canta o suona davanti alla commissione, oppure cominceremo finalmente a giudicare anche chi sta seduto dall’altra parte del tavolo?

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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