I cocci della cultura
di Carlo Emilio Tortarolo - 4 Maggio 2026
La politica rompe il vaso, la comunità raccoglie i pezzi
Ogni volta che la politica entra nella cultura con passo pesante, finisce sempre come l’elefante nella cristalleria.
All’inizio, nella confusione, si vede poco cosa stia per cadere a terra. Ci sono i comunicati solenni, le fotografie, le dichiarazioni di fiducia, le difese d’ufficio, le parole d’ordine ripetute come formule di appartenenza.
Poi, a un certo punto, arriva il rumore secco della rottura: il vaso cade. Chi l’ha urtato spesso è già altrove, impegnato a commentare un’altra emergenza, a cambiare argomento, a spiegare che la responsabilità è sempre di qualcun altro. A raccogliere i cocci restano invece i lavoratori, gli artisti, il pubblico, le città, le comunità che in quelle istituzioni riconoscevano una parte della propria identità.
Il caso della Fenice e di Beatrice Venezi, arrivato alla rottura definitiva dopo mesi di tensioni, proteste e polemiche, ha mostrato con chiarezza quanto fragile possa diventare un’istituzione culturale quando viene trascinata dentro una battaglia di posizione. Il 26 aprile 2026 la Fondazione Teatro La Fenice ha comunicato l’annullamento di tutte le future collaborazioni con la direttrice, decisione motivata anche dalle dichiarazioni pubbliche considerate offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione e della sua orchestra. La nomina, annunciata nell’autunno precedente con incarico previsto dal 1 ottobre 2026, era stata contestata fin dall’inizio da orchestra e coro, con critiche sulla trasparenza del processo e sull’adeguatezza del profilo per un ruolo di tale peso. Ne abbiamo parlato ampiamente su Quinte Parallele e non mi dilungherò oltre, invitandovi a leggere le puntate dedicate.

Si può discutere a lungo della singola vicenda, delle dichiarazioni rilasciate, delle responsabilità individuali, del ruolo del sovrintendente, delle reazioni sindacali, del peso della politica, della comunicazione pubblica. Sarebbe perfino necessario farlo con calma, fuori dalla frenesia delle tifoserie. Però il punto più serio arriva dopo e avevamo iniziato ad affrontarlo nella scorsa puntata di Diapason.
Che cosa resta quando una crisi culturale viene trattata come una rissa di schieramento?
Che cosa resta quando un teatro diventa terreno di misurazione tra opposte appartenenze?
Che cosa resta quando la competenza artistica viene discussa come se fosse un’opinione qualunque, modellabile a seconda della convenienza politica del momento?
Restano i cocci.
Restano i professori d’orchestra, costretti per mesi a difendere pubblicamente la propria dignità professionale, che hanno visto la loro passione lavorativa messa alla berlina e sono stati insultati e minacciati.
Restano i lavoratori di un teatro esposti a una narrazione che li ha dipinti, a seconda delle convenienze, come corporativi, politicizzati, conservatori, ostili al cambiamento.
Restano i cittadini, che, vedendo una delle istituzioni simboliche della propria città trasformata in campo di battaglia, sono scesi in piazza a difenderla contro lo stesso Stato al quale sono chiamati a promettere fedeltà e rispetto.
Restano gli spettatori, che si trovano davanti a un teatro ferito prima ancora che a una stagione artistica.
Restano un sovrintendente e una direttrice d’orchestra, due musicisti diplomati, due persone che conoscono il linguaggio della musica e che proprio per questo non possono fingere di non sapere quanto pesino certe scelte. Anche il loro curriculum artistico, ora, porta il segno di questa vicenda.
Resta, soprattutto, una domanda più ampia: quanta fiducia può perdere un’istituzione culturale prima che qualcuno si accorga che il danno non riguarda più soltanto i protagonisti della polemica?
La cultura, in Italia, viene spesso trattata come un vaso ornamentale, da esporre nei momenti ufficiali, da invocare nei discorsi solenni, da usare per rappresentare identità, tradizione, eccellenza e bellezza nazionale. Il problema comincia quando chi maneggia quel vaso dimentica che dentro non c’è un simbolo astratto, bensì una comunità viva.
Un teatro non consiste soltanto nel suo edificio, nella sua storia, nel suo marchio internazionale, perché vive attraverso tecnici, amministrativi, musicisti, cantanti, maestranze, abbonati, studenti, cittadini, fornitori, giornalisti, studiosi, istituzioni collegate. Ogni scelta compiuta al vertice produce conseguenze lungo tutta questa rete. Quando la scelta è fragile, opaca o mal comunicata, la crepa corre molto più lontano di quanto la politica voglia ammettere.
La vicenda veneziana ha avuto una risonanza internazionale proprio perché ha condensato diversi elementi oggi esplosivi: il rapporto tra arte e potere, il sospetto di ingerenza politica, il tema delle nomine nei grandi enti culturali, la questione della competenza, il ruolo delle maestranze, la trasformazione della cultura in identità di parte, il desiderio di usare il potere appena conquistato per occupare simbolicamente spazi che prima appartenevano ad altri.
Le principali testate internazionali hanno raccontato la cancellazione dell’incarico sottolineando le proteste di musicisti e personale, le critiche sulla trasparenza della nomina e il contesto politico in cui il nome di Venezi era stato collocato. Una crisi nata dentro un teatro veneziano è diventata rapidamente un caso leggibile anche fuori dall’Italia, pur senza cogliere fino in fondo alcune dinamiche tipicamente italiane. Questo dovrebbe far riflettere: le istituzioni culturali non vivono più in una dimensione protetta e ogni errore locale diventa reputazione globale.

Eppure, quando il vaso si rompe, la politica tende a comportarsi come se bastasse rimuovere il frammento più visibile. Si interrompe una collaborazione, si cambia tono, si cerca una formula di chiusura, si passa alla dichiarazione successiva. Ma la cultura non funziona così. Una frattura istituzionale non si ripara con lo stesso linguaggio che l’ha prodotta. La fiducia richiede tempo, ascolto, riconoscimento del danno, responsabilità pubblica.
Richiede anche una qualità rarissima: la capacità di dire che una scelta è stata sbagliata senza trasformare l’ammissione in sconfitta personale.
In Italia la politica culturale ama intestarsi i successi, molto meno i processi.
Ama inaugurare, nominare, annunciare, celebrare, ma fa fatica ad accompagnare, verificare, ascoltare, correggere. La cultura diventa così il luogo perfetto per operazioni simboliche a basso costo apparente: una nomina produce visibilità immediata, una fotografia produce consenso, una polemica produce mobilitazione. Il costo vero arriva dopo.
La cosa più grave è che questi danni vengono spesso considerati immateriali, quindi secondari. Come se la reputazione non avesse valore economico; come se il clima interno di un teatro non incidesse sulla qualità del lavoro; come se la fiducia tra direzione, orchestra, coro, tecnici, pubblico e città fosse un dettaglio sentimentale. Sono infrastrutture invisibili che non compaiono sempre nei bilanci, ma reggono tutto il resto e, quando vengono spezzate, nessun comunicato può ricostruirle in poche ore.
Per questo la formula dei “cocci” dice qualcosa di più profondo della semplice polemica.
I cocci sono le conseguenze lasciate agli altri, il lavoro supplementare di chi deve ricucire rapporti deteriorati, le energie sottratte alla programmazione artistica, le prove vissute in un clima avvelenato. Sono gli spettatori, veri, presunti e potenziali, che cominciano a guardare un teatro attraverso la lente del sospetto. Sono i musicisti costretti a difendere il proprio mestiere davanti a un’opinione pubblica che troppo spesso parla di cultura senza conoscere le sue regole, i suoi percorsi, le sue competenze e le sue fatiche.
Sono infrastrutture invisibili che non compaiono sempre nei bilanci, ma reggono tutto il resto e, quando vengono spezzate, nessun comunicato può ricostruirle in poche ore
In questa vicenda, come in molte altre, la politica ha mostrato una tentazione ricorrente, quella di usare la cultura come superficie di proiezione.
Chi voleva difendere Venezi l’ha spesso trasformata in simbolo prima ancora di discutere il merito della nomina. Chi voleva attaccarla ha rischiato, talvolta, di ridurre tutto a una battaglia contro una parte politica.
In mezzo, quasi schiacciata, stava l’istituzione e tutte quelle persone che la fanno funzionare ogni giorno. Proprio lì si misura la maturità di una comunità culturale: nella capacità di riportare il discorso dal simbolo al lavoro, dalla tifoseria alla responsabilità, dalla polemica alla ricostruzione.
Una politica adulta dovrebbe sapere che la cultura non sopporta il trattamento da bottino. Non perché sia sacra o intoccabile, ma perché è una delle poche forme attraverso cui una comunità elabora memoria, conflitto, identità e futuro. Governarla significa assumersi il peso dei processi; significa scegliere le persone con criteri chiari, motivare le decisioni, ascoltare i corpi professionali, proteggere le istituzioni dalle proprie stesse tentazioni propagandistiche; significa capire che un teatro non è un megafono del potere, bensì un organismo complesso che può sopravvivere solo se chi lo guida ne rispetta la struttura profonda.
A Venezia, oggi, i cocci del vaso li osserva chi quel teatro lo abita.
La cultura non si rompe tutta insieme. Si incrina nella fiducia, poi nella reputazione, poi nel rapporto tra istituzione e comunità. Quando ce ne accorgiamo, spesso il vaso è già a terra, a pezzi.
Domandiamoci chi abbia provocato la caduta, certo, ma chiediamoci anche chi avrà la pazienza, la competenza e la responsabilità di raccogliere i pezzi.
Perché la politica, troppo spesso, passa oltre. La comunità, invece, resta.
E se la vera misura di una politica culturale non fosse la sua capacità di occupare la scena, ma quella di lasciare intatto ciò che una comunità le ha affidato?

