Dieci date per capire il caso Venezi – Fenice
di Carlo Emilio Tortarolo - 4 Maggio 2026
Cronistoria ragionata di 216 giorni, dall’annuncio al congedo
Per oltre sette mesi il nome della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi e della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia sono stati legati indissolubilmente in una querelle che ha toccato la governance, il merito, la politica culturale, il diritto del lavoro e la comunicazione istituzionale, trasformando un atto amministrativo, la nomina di un direttore musicale, in uno specchio impietoso del modo in cui l’Italia gestisce il rapporto con le proprie istituzioni culturali.

A contare tutti questi giorni fa impressione: sono la distanza tra un annuncio e la sua demolizione, tra una nomina e la sua cancellazione, entrambe apposte dalla stessa mano, quella del Sovrintendente del Teatro Nicola Colabianchi. In mezzo, uno sciopero che ha cancellato una prima, più cortei cittadini e nazionali con lavoratori dalle principali fondazioni lirico-sinfoniche italiane, una escalation di proteste a ogni spettacolo, un welfare aziendale sospeso, dimissioni eccellenti, una ratifica blindata e un’intervista a un giornale argentino che ha fatto saltare tutto.
A settembre scorso avevamo provato a fare chiarezza sulla questione nel modo più semplice possibile; ora, a vicenda (forse) conclusa, cerchiamo di ricostruire il percorso in dieci tappe, ognuna legata a un protagonista diverso. L’idea è che, messe in fila, queste date raccontino non solo cosa è successo, ma perché e soprattutto chi, in ogni momento, ha spostato la vicenda in una direzione dalla quale non si è più tornati indietro.
Un dovuto disclaimer, preso a prestito dalla tradizione di Quinte Parallele: è ben accolto il confronto sul tema, purché rimanga nei confini di un dibattito civile e argomentato. La cultura merita almeno questo.
1. 22 settembre 2025 — Il Sovrintendente
La nostra storia comincia con un comunicato a mezzo stampa e social in cui il sovrintendente della Fondazione Teatro La Fenice, Nicola Colabianchi, annuncia la nomina della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi a direttore musicale del teatro. L’incarico è quadriennale, con decorrenza dal 1° ottobre 2026 e scadenza a marzo 2030, approvata da tutte le forze politiche in gioco, dal presidente della Fondazione e sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, al ministro della Cultura Alessandro Giuli, passando per l’allora governatore del Veneto, Luca Zaia.
La nomina, seppur corretta dal punto di vista legale, contravviene una regola non scritta: è avvenuta senza che il sovrintendente si consultasse con i professori dell’orchestra e in generale i lavoratori della Fenice, e senza aver costruito un rapporto solido e continuativo tra la futura direttrice e l’orchestra, come invece è prassi consolidata nei teatri lirici. Anzi la nomina, uscita a mezzo stampa, anticipava un momento di confronto che il Sovrintendente stesso aveva promesso ai dipendenti per i giorni successivi.
Saltare questo passaggio formale della conoscenza reciproca è stato un errore di galateo istituzionale che ha trasformato un atto di fiducia in un atto di imposizione, e che ha reso ogni contestazione successiva enormemente più difficile da riassorbire.
2. 26 settembre 2025 — L’Orchestra
I dipendenti del teatro contestano la nomina, ritenendo il curriculum della direttrice e le motivazioni addotte non all’altezza della direzione musicale di uno dei teatri più importanti d’Italia.
Non aiuta la consegna in forma privata, poi pubblicata dalla stampa, di una lettera del Sovrintendente ai lavoratori in cui si parla di una partecipazione limitata della direttrice alla programmazione della stagione futura (“un grande evento, tre concerti e due opere”) mentre il resto vedrà grandi artisti internazionali e bacchette di alto livello, implicitamente screditando la sua stessa scelta (“a soli 35 anni si è già affermata a livello internazionale”).
È il primo segnale di una frattura che non sarà più ricomposta. Le maestranze non contestano né le note e rivendicate posizioni politiche familiari o personali, né le caratteristiche personali del profilo, ma il profilo professionale, considerato inadeguato al ruolo assegnato.
Da quel momento la vicenda si politicizza. La scorciatoia narrativa è comoda per tutti: chi vuole dipingere i lavoratori come militanti e chi vuole trasformare Venezi in vittima del pregiudizio. Nel momento in cui merito professionale e appartenenza politica si sovrappongono nel racconto pubblico, ogni critica tecnica rischia di essere letta come attacco ideologico, e ogni difesa della nomina rischia di sembrare copertura di partito.
Nel momento in cui merito professionale e appartenenza politica si sovrappongono nel racconto pubblico, ogni critica tecnica rischia di essere letta come attacco ideologico, e ogni difesa della nomina rischia di sembrare copertura di partito
3. 17 ottobre 2025 — La Città di Venezia
Le rappresentanze sindacali proclamano lo sciopero. Salta la prima del Wozzeck di Alban Berg, dopo che l’incontro fra RSU, sindacati e i vertici del teatro, incluso il sindaco Brugnaro, nato come tentativo di mediazione, si chiude con una frattura netta. Le maestranze chiedono la revoca della nomina e rifiutano la proposta del sindaco di avviare un “percorso conoscitivo” con Venezi.
Al posto dello spettacolo, i lavoratori organizzano una “manifestazione-concerto” in Campo Sant’Angelo a Venezia con la partecipazione di oltre duemila cittadini veneziani.
Il gesto forte e a doppio taglio di cancellare una prima trasforma il conflitto sindacale in questione civile: non più un braccio di ferro tra dipendenti e direzione, ma una domanda che riguarda tutti. Di chi è un teatro pubblico? Chi ha diritto di parola sulle sue scelte? E cosa succede quando chi governa un’istituzione culturale rifiuta il dialogo con chi la rende viva?
Si uniscono alla protesta e alla preoccupazione i lavoratori di altre fondazioni lirico-sinfoniche italiane, in una solidarietà inter-teatrale inedita e significativa, consci che se una nomina può essere imposta senza dialogo in un teatro di questo livello, può esserlo ovunque.
4. 20 novembre 2025 — Il Pubblico del Teatro
La Fenice apre la stagione 2025-2026 con La clemenza di Tito di Mozart, un’opera sulla magnanimità del potere: una scelta involontariamente ironica, che sembra quasi una richiesta di rinsavimento a chi decide, se non fosse che era stata programmata da almeno un anno.
I lavoratori del Teatro scelgono di non proclamare lo sciopero, dopo che il Consiglio d’indirizzo ha espresso sostegno sia a Venezi sia al Sovrintendente, e il protagonista diventa il pubblico, specialmente quello degli abbonati, che già aveva minacciato di non rinnovare il proprio abbonamento se la situazione non fosse stata risolta a favore dell’Orchestra. Dalla galleria la protesta prende forma attraverso il volantinaggio, cadendo sotto gli occhi dei giornalisti, delle telecamere e della stampa estera.
Nei mesi successivi si intensificheranno le modalità di protesta fino a veri e propri cori di invito alle dimissioni nei confronti del Sovrintendente.
5. Fine novembre 2025 — Il Sindaco-Presidente
Ogni fondazione lirico-sinfonica italiana è presieduta dal sindaco della città sede del Teatro. Luigi Brugnaro è al contempo sindaco di Venezia, con deleghe alla Cultura, e presidente della Fondazione Teatro La Fenice.
Fra fine novembre e inizio dicembre, il Consiglio d’indirizzo presieduto da Brugnaro sospende l’erogazione del bonus welfare ai dipendenti, spiegando di voler verificare la sostenibilità economica per il bilancio della fondazione. I sindacati accusano la direzione di aver usato la sospensione come ritorsione, dato che la fondazione ha chiuso i bilanci in positivo negli ultimi quattordici anni.
Se fino a questo momento il conflitto si reggeva ancora sulla discussa nomina, da questo braccio di ferro diventa anche un conflitto sul lavoro, con tutto ciò che comporta in termini di rapporti di forza, percezione pubblica e possibilità di mediazione. Che la sospensione sia stata davvero una ritorsione o una cautela di bilancio è questione aperta, ma il timing è inequivocabile: arriva nel pieno della protesta, e come tale viene percepito.
Da quel momento Brugnaro gestirà l’intero conflitto con un registro costante. A gennaio, commenterà a margine di un’udienza in tribunale difendendo Venezi sul piano umano (“chi è sottoposto da mesi a critiche alla propria reputazione, ci sta che reagisca”) e liquidando il conflitto come questione di sensibilità artistica: “Sono tutti artisti, lo dico nel senso positivo: hanno una sensibilità. Ed è una cosa positiva, mostra che c’è passione”.
Nello stesso frangente annuncerà il ripristino del welfare e del premio di Capodanno, presentandoli come un gesto distensivo. Ma è difficile vedere come mediazione la restituzione di qualcosa che non andava tolto già in origine.
6. 1° gennaio 2026 — Le Spille
Sullo sfondo pesa il problema del welfare, e probabilmente il timore che la protesta possa arrivare sulle televisioni di tutto il mondo durante il Capodanno veneziano.
Se da una parte i sindacati decidono, anche in questo caso, di non proclamare lo sciopero per rispetto verso il pubblico ed evitare un danno erariale non indifferente alla Fondazione, i professori d’orchestra e gli artisti del coro si presentano in scena indossando una spilla con il disegno di una chiave di violino.
Un gesto muto, elegante, riconoscibile solo da chi sa leggere il contesto. Viene scelto un simbolo piccolo e silenzioso come la chiave di violino, che è segno della musica stessa, e portarla addosso durante un concerto di Capodanno dice, senza bisogno di parole, che la questione riguarda la musica e chi la fa, non la politica e chi la usa. Il metodo di protesta diventa virale e la spilla diventa segno distintivo in tutta Italia di chi supporta la battaglia della Fenice contro sé stessa.
A volte, nel teatro come nella musica, è il silenzio a fare più rumore.

7. 21 gennaio 2026 — La Direttrice rompe il silenzio
Dopo mesi di assenza dall’Italia, presente in Argentina per impegni artistici, Beatrice Venezi rompe il silenzio. Non a Venezia, non alla Fenice e soprattutto non in un incontro con l’orchestra che dovrebbe dirigere. Lo fa invece a Pisa, al Teatro Verdi, durante la conferenza stampa di presentazione della Carmen di Bizet che dirigerà da lì a poco.
Premette di non voler parlare della vicenda veneziana (“lo farò a tempo debito”) e subito dopo lancia bordate pesanti: la Fenice sarebbe un teatro “di fatto gestito dai sindacati”, in un “contesto totalmente anarchico”, con un “danno d’immagine” a livello internazionale. Arriva a ironizzare anche sulla protesta delle spille al concerto di Capodanno: “Personalmente le avrei fatte un po’ più stilizzate, magari anche con uno Swarovski”.
Sulla propria posizione chiosa: “Sono così raccomandata che lavoro praticamente esclusivamente all’estero”, e chiude con una citazione dell’allenatore Boskov: “La partita è chiusa solo quando l’arbitro fischia”.
Da questa data il rapporto, già impossibile ma quanto meno mai approfondito, fra Venezi e orchestra si rompe totalmente. L’incomprensione delle motivazioni della protesta, la derisione dei gesti di manifestazione e le accuse di politicizzazione dell’orchestra portano il discorso fuori strada, lontano da ogni possibilità diplomatica.
8. 3 marzo 2026 — Il figlio del Maestro
Le dimissioni più silenziose e più eloquenti della vicenda non vengono dall’interno del teatro ma da una figura laterale.
Domenico Muti, figlio del maestro Riccardo e consulente della Fenice per le tournée internazionali dall’autunno precedente, rassegna le dimissioni con effetto immediato, rinunciando ai compensi già maturati, dichiarando: “Il clima che è stato creato non mi permette di portare avanti con serenità il mio incarico”.
Sullo sfondo, la recente presa di posizione del padre Riccardo che, interpellato tra le prove del Macbeth al Regio di Torino, aveva dichiarato di non conoscere Venezi e che, seppur “spetta alle orchestre decidere”, si era dimostrato conciliante sulla possibilità di lasciarla lavorare.
Il sospetto di un conflitto di interessi quanto meno morale nelle dichiarazioni, e la contraddizione fra lo stop al welfare e la firma di un nuovo contratto per una consulenza esterna, con il conseguente polverone mediatico, portano al danno collaterale delle dimissioni di Muti jr.
Una settimana dopo, il 10 marzo, il Consiglio d’indirizzo ratifica formalmente la nomina di Venezi. Colabianchi presenta una relazione di cinque pagine in cui difende la scelta come “un investimento sul futuro” e ribadisce la propria competenza esclusiva. Viene chiarito che il Concerto di Capodanno 2027 non sarà affidato a Venezi ma a Gianandrea Noseda.

In risposta alla ratifica, il consigliere Alessandro Tortato rassegna le dimissioni. Nominato dal governo e unico musicista nel Consiglio oltre al Sovrintendente, la sua uscita pesa più di un comunicato.
Da quel momento la discussione pubblica cambia natura perché la direzione musicale risulta incardinata nel calendario istituzionale: non un se, ma un quando.
9. 23 aprile 2026 — L’intervista
Il detonatore finale non arriva da Venezia ma ancora una volta da Buenos Aires, dove Venezi è tornata per impegni artistici.
Il quotidiano argentino La Nación pubblica un’intervista in cui la direttrice afferma: “Anche Diego Matheuz la diresse a soli 26 anni, sebbene fosse un protetto di Abbado. Io non ho padrini, questa è la differenza. Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio”.
Venezi aggiunge: “Sono una donna, ho 36 anni, sono la prima donna direttrice del Teatro La Fenice, e voglio portare un cambiamento. Hanno paura del cambiamento, del rinnovamento. È più facile rimanere ancorati alle vecchie abitudini. Ma è così che muore un teatro”.
E ancora, sul pubblico: “A Venezia abbiamo turisti che vedono un atto dell’opera e poi vanno a mangiare. Abbiamo abbonati, molti dei quali anziani, con le loro preferenze”.
A dispetto di un primo reale tentativo di proporre collaborazioni con altre importanti realtà veneziane quali la Biennale e il Festival del Cinema, tornano le accuse già sentite a Pisa, stavolta rivolte direttamente al pubblico abbonato e ai professori d’orchestra, accusati di nepotismo.
Un direttore musicale che accusa pubblicamente la propria futura orchestra di non meritare i propri posti demolisce le fondamenta stesse del rapporto su cui quel ruolo si regge.
Il sovrintendente Colabianchi, per la prima volta in sette mesi di totale distanza dalle richieste dei suoi dipendenti, prende le distanze dalla persona che ha nominato: “Non condivido le affermazioni del maestro Venezi, conosco l’orchestra e ne ho apprezzato le qualità“.
10. 26 aprile 2026 — La Fondazione
Come per la nomina, l’annuncio arriva a mezzo stampa e social: la Fondazione Teatro La Fenice, per voce del sovrintendente Colabianchi, comunica di aver deciso di “annullare tutte le collaborazioni future con il maestro Beatrice Venezi“. La decisione, spiega la nota, “è maturata anche a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione e della sua orchestra”.
Il ministro Giuli “prende atto della decisione di Colabianchi, assunta in autonomia e indipendenza, e conferma al sovrintendente la sua più completa fiducia”, auspicando che la scelta possa “sgomberare il campo da equivoci, tensioni e strumentalizzazioni”.
Ciò che resta, dopo 216 giorni
La vicenda si chiude com’era cominciata, ovvero con un atto unilaterale del sovrintendente e con una coda polemica della direttrice che accusa l’atteggiamento dell’orchestra di bullismo, si toglie qualche sassolino dalle scarpe nei confronti di Colabianchi e del centrodestra e promette di procedere per vie legali. Rimangono molte domande prive di risposta:
Come è possibile che una fondazione lirico-sinfonica di rilievo internazionale non disponga di procedure trasparenti e condivise per la scelta del proprio direttore musicale? Non un diritto di veto dell’orchestra, che sarebbe impraticabile, ma un percorso di conoscenza, di audizione, di confronto programmatico che renda la nomina un atto di costruzione e non di imposizione.
Come è possibile che una fondazione lirico-sinfonica di rilievo internazionale non disponga di procedure trasparenti e condivise per la scelta del proprio direttore musicale?
Quale ruolo gioca la politica nella governance dei teatri italiani, e quale ruolo dovrebbe giocare? La vicinanza di Venezi al centrodestra è stata il convitato di pietra dell’intera vicenda: negata dai difensori, enfatizzata dai critici, mai affrontata con la trasparenza che meriterebbe.
E chi paga il conto di sette mesi di conflitto? Non Venezi, che tornerà a dirigere altrove. Non Colabianchi, che resta al suo posto con la fiducia del ministro (almeno per il momento). Il conto lo pagano l’orchestra, il coro, i tecnici, il pubblico: le persone che fanno vivere il teatro ogni giorno e che per sette mesi hanno lavorato in un clima di tensione permanente, con una spada di Damocle artistica sopra la testa e un bonus welfare nel cassetto.
La Fenice, nella sua storia, è bruciata e risorta per due volte, in ottemperanza al suo mito fondativo. Ma non si può chiedere a un teatro di risorgere ogni volta dalle ceneri dei propri conflitti interni: a un certo punto, bisogna smettere di accendere il fuoco.

