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Dalla mano al suono. La musica come pedagogia fisica dell’attenzione

di Redazione - 29 Maggio 2026

Alla Sala della Protomoteca, il Campus delle Arti presenta Ateneo3C e una riflessione su scrittura, gesto musicale e apprendimento nel futuro digitale.

Che cosa succede quando una parte del nostro apprendimento passa sempre meno dalla mano? Non dalla mano intesa come simbolo nostalgico, come se bastasse rimpiangere quaderni, matite e inchiostro per dire qualcosa di utile sul presente. Ma proprio nella sua funzione più intrinseca, quella tattile e legata al piccolo sforzo ripetuto che le attività manuali richiedono: quando un bambino scrive meno, cancella meno, sente meno spesso la resistenza della carta, cambia anche il modo in cui attraversa la fatica di imparare. Il gesto della digitazione, che produce la stessa funzione della scrittura sotto molti aspetti, è più rapido, più reversibile, qualche volta più distratto – e capita a tutti, me compreso mentre scrivo queste righe. La correzione lascia meno traccia, talvolta segnalata da un sistema automatico, e l’errore si dissolve prima di essere davvero guardato.

Negli ultimi anni alcune ricerche neuroscientifiche hanno riportato attenzione proprio sul rapporto tra mano, memoria e apprendimento. Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista scientifica Frontiers in Psychology, condotto con registrazioni EEG ad alta densità, ovvero la registrazione dell’attività elettrica del cervello, ha osservato che la scrittura manuale produce pattern di connettività cerebrale più articolati rispetto alla digitazione, soprattutto in reti associate all’attenzione, alla memoria e all’elaborazione di nuove informazioni. Gli autori mantengono un certo grado di prudenza nelle conclusioni: la scrittura a mano conserva un valore formativo anche se gli strumenti digitali fanno parte dell’ambiente in cui ormai si impara. Ma la cosa interessante, applicata all’ambito musicale, sta forse lì in mezzo. Alcuni gesti orientati nello spazio, sembrano partecipare alla costruzione del pensiero più di quanto siamo soliti credere, tanto nella creazione quanto nell’esecuzione.

Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista scientifica Frontiers in Psychology […] ha osservato che la scrittura manuale produce pattern di connettività cerebrale più articolati rispetto alla digitazione.

Se leggete questa rivista, probabilmente siete o siete stati musicisti, quindi avete una certa facilità nell’immedesimarvi: sapete benissimo come una mano che suona non mette in pratica un’idea musicale già pronta. Ci si arriva per approssimazioni: cerca un peso, sbaglia una distanza, corregge un attacco, ascolta la conseguenza di un movimento. Tra l’intenzione e il suono c’è sempre un piccolo scarto, e spesso è proprio lì che lo studio di un brano comincia a diventare interessante.

La questione diventa ancora più delicata perché questo scarto non riguarda più soltanto l’apprendimento di uno strumento o di un brano musicale, ma il modo in cui si impara in generale. La mano che scrive, la mano che suona, il corpo che aspetta il momento giusto per intervenire: sono esperienze diverse, certo, ma hanno in comune una piccola educazione alla durata. È su questo terreno che nasce il convegno-concerto Suonare la mente. Musica e scrittura come abilità nel futuro digitale, in programma il 9 giugno 2026 dall’Associazione Amici del Campus delle Arti APS nella Sala della Protomoteca del Campidoglio di Roma.

Nella Sala della Protomoteca, con quella sua aria un po’ severa e civile, il tema cambia temperatura. Musica, scrittura e apprendimento escono per un momento dai luoghi in cui siamo abituati a collocarli, conservatori, classi, famiglie già sensibili alla questione artistica, e finiscono dentro uno spazio più esposto, quasi civico. La domanda riguarda più persone, non solo i genitori di qualche enfant prodige: quali pratiche ci aiutano ancora a costruire attenzione, pazienza, continuità, capacità di ascolto?

Dentro questa domanda si inserisce Ateneo3C, probabilmente l’elemento più significativo del progetto del Campus delle Arti. Le tre C del nome sono una triade apparentemente innocua, fatta di Cuore, Corpo e Cervello, ma che non per questo può essere presa alla leggera. Questo Ateneo sui generis prova a giocare d’anticipo, quando il rapporto tra mano, attenzione e apprendimento è ancora in piena costruzione: bambini già scolarizzati, fino agli 8 anni, dentro una scuola di specializzazione musicale in cui la pratica dello strumento incontra la scrittura manuale. La parte interessante è che l’idea non rimane appesa a una formula. Nel percorso entrano pianoforte individuale e di gruppo, guidata da Angela Chiofalo e Mojca Pregeljc, scrittura e calligrafia, ritmica, solfeggio, improvvisazione con la partecipazione di Isa D’Alessandro, coro, la pratica della respirazione ATT sotto la supervisione di Chiara Giuglielmi, masterclass, concerti aperti al pubblico.

Tutte assieme queste attività costruiscono un percorso didattico che lavora su più parti della stessa esperienza. Un bambino che alterna tastiera, voce, respiro, scrittura e movimento impara a usare l’attenzione in modi diversi, con tempi e resistenze che cambiano. La mano che scrive non lavora come la mano che suona; il respiro che sostiene una frase cantata non coincide con quello che si blocca davanti a un passaggio difficile al pianoforte. Nella giornata di studio, però, queste esperienze finiscono per mischiarsi spesso e volentieri.

Immaginate la scena, o magari vivetela di nuovo – ci siamo passati tutti, più o meno: c’è un bambino che deve capire una consegna, certo. Poi c’è il punto in cui il corpo si irrigidisce senza chiedere permesso, la mano anticipa, l’occhio corre, l’orecchio arriva tardi. E c’è la parte più delicata: la frustrazione, la fiducia nell’insegnante, il desiderio di riuscire, la vergogna quando il suono non viene. Sono cose ed esperienze concrete, ed entrano nella tecnica più di quanto riusciamo ad ammettere di primo acchito.

Un bambino che alterna tastiera, voce, respiro, scrittura e movimento impara a usare l’attenzione in modi diversi, con tempi e resistenze che cambiano

Qui l’espressione pedagogia fisica inizia a prendere corpo, letteralmente. Non perché la musica debba essere ridotta a postura, muscoli o coordinazione, sarebbe un impoverimento. Piuttosto perché ogni parola alta sulla musica, espressione, interiorità, emozione, prima o poi deve passare da una materia abbastanza testarda: un dito che non risponde, un braccio che pesa troppo, una schiena che si chiude, una frase che non respira. Chi ha studiato uno strumento conosce bene questa specie di umiltà forzata.

Il riferimento al Metodo 3C ha anche una formalizzazione editoriale. Angela Chiofalo, ideatrice e animatrice del progetto del Campus, ha esposto il suo progetto nel volume Mano nella mano, edito da Curci, dove neuroscienze e schemi motori vengono messi al servizio della didattica pianistica. Il volume raccoglie dieci lezioni pensate per i più piccoli, ma l’aspetto interessante non è tanto la progressione ordinata del metodo quanto il punto da cui parte: prima della “bella esecuzione” c’è un bambino che deve capire come arrivare al suono. Una mano che cerca una strada, un gesto ancora incerto, una distanza da misurare più volte.

Di fronte alla tastiera poi, questa preparazione torna subito molto concreta. Le due mani devono collaborare senza copiarsi, il peso cambia da un punto all’altro, la lettura corre leggermente avanti e il suono arriva subito dopo, pronto a smentire l’intenzione. A volte l’allievo ripete molte volte lo stesso passaggio e continua a sbagliare. Poi qualcuno gli fa notare che il problema non sta davvero nel dito, ma nel peso del braccio, nel respiro trattenuto, nell’ansia con cui arriva all’attacco. È una cosa da lezione ordinaria: l’insegnante la vede prima, l’allievo magari se ne accorge solo quando il passaggio cambia di pochissimo. Abbastanza, però, da spostare il problema dal dito al modo in cui tutto il corpo ci arrivava.

Ateneo3C prova a rendere più esplicito un lavoro che molti insegnanti fanno già, spesso senza saperlo o in maniera quasi inconsapevole: osservare come il bambino affronta lo studio, come reagisce alla difficoltà, dove il gesto si blocca, dove invece comincia a prendere fiducia. Tra le informazioni meno appariscenti, ma più rilevanti, ci sono le borse di studio, le riduzioni legate all’ISEE e l’attenzione ai bambini in situazioni di fragilità, (up e down, anche i bambini plusdotati hanno le fragilità che non vengono considerate. Per una scuola di specializzazione musicale rivolta ai più piccoli, non è cosa da poco. Parole come corpo, attenzione e crescita personale cambiano peso se il progetto immagina anche di includere bambini che non arrivano già sostenuti da una famiglia informata, da tempo libero, strumenti, possibilità economiche per qualsiasi motivo, cercando di allargare la platea di chi possa entrare in una scuola così.

Nel programma del 9 giugno, la scrittura manuale e la lettura su carta saranno accostate alla neuropsicologia, alla coscienza, alla neurodiversità e alla didattica strumentale inclusiva. Accanto ad Angela Chiofalo, che presenterà il metodo 3C come risposta all’urgenza dell’apprendimento musicale, interverranno figure che arrivano da ambiti diversi ma abbastanza vicini da non sembrare messi insieme per semplice accumulo. Carla Consuelo Fermariello, presidente della Commissione Scuola di Roma Capitale, accompagna il progetto fin dalla sua nascita e ne conferma la dimensione istituzionale; Andrea Cangini, segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi e direttore dell’Osservatorio Carta, Penna & Digitale, porterà il tema della scrittura manuale e della lettura su carta; Nelson Mauro Maldonato, medico-chirurgo, psichiatra e professore ordinario di Psicopatologia clinica all’Università Federico II di Napoli, allargherà il quadro verso coscienza e processi cognitivi; Maria Teresa Palermo, flautista e docente di tecniche di consapevolezza corporea, sposterà l’attenzione sulla didattica strumentale inclusiva e sulla neurodiversità. Francesco Storino, violoncellista e professore d’orchestra emerito dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, riporterà questa prospettiva alla storia del Campus e ai suoi ventidue anni di attività. A Guido Barbieri, storico della musica e drammaturgo, il compito della moderazione: una voce familiare per chi è cresciuto con Radio3, capace di orientare l’ascolto anche dentro un lessico pedagogico non sempre immediato – e se siete assidui lettori di queste pagine, forse ricorderete sia questo che questo.

Nel convegno-concerto, la presenza dei maestri e dei giovani musicisti del Campus delle Arti riporta il tema alla pratica. Dopo le relazioni, o meglio accanto alle relazioni, ci sarà il suono vero e proprio. Anche il programma racconta una piccola filiera, più che una semplice successione di esecuzioni: dai bambini e ragazzi più giovani, come Stella Esposito, Riccardo Iseglio e Sofia Capobianco, si passa ai musicisti premiati o cresciuti dentro l’esperienza del Campus, come Filippo Bogdanovic e il duo Petti, fino a Simone Rugani, ex allievo oggi maestro del Campus, e a Michele D’Ambrosio, pianista e concertista. A quel punto la didattica non resta soltanto nelle parole degli adulti. Passa, almeno per qualche minuto, nelle mani di chi studia, di chi ha studiato lì, di chi torna a sua volta a insegnare.

In questa direzione, il Campus delle Arti prova a sottrarre la formazione musicale alla sola logica della prestazione. È un tema concreto, soprattutto quando si lavora con bambini molto piccoli. Il saggio, il concorso, il talento riconoscibile arrivano dopo, e a volte occupano troppo spazio. Prima c’è una quantità di tempo meno appariscente: lezioni in cui il passaggio resta quasi uguale, correzioni minime, mani che non obbediscono, piccoli cambiamenti che l’allievo spesso non nota subito.

Anche il “cuore”, nella triade di Ateneo3C, va preso sul serio, senza sentimentalismi. Dietro ad una parola un po’ stereotipata possono nascondersi questioni di fiducia, paura di esporsi, rapporto con il gruppo, modo in cui un insegnante corregge senza spegnere l’entusiasmo. Sono cose concrete, ed entrano nella tecnica più di quanto riusciamo ad ammettere di primo acchito. Un suono può irrigidirsi per ragioni che non stanno scritte nello spartito.

Guardato dalla musica, il futuro digitale perde un po’ della sua astrattezza: quali esperienze aiutano ancora un bambino a restare su una cosa abbastanza a lungo da trasformarla? Una mano che studia non produce subito musica. Cerca una distanza, un peso, una memoria; ogni tanto trova qualcosa, poi lo perde, poi lo ritrova in modo meno casuale, più consapevole. È un lavoro poco visibile, spesso poco gratificante, lontano dalla retorica del talento e dalla fretta del risultato. Però lì, in quella pazienza un po’ ruvida, un gesto smette lentamente di essere solo movimento e comincia a diventare musica.

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