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Chi governa davvero i Conservatori?

di Carlo Emilio Tortarolo - 22 Giugno 2026

Autonomia e responsabilità nell’AFAM

Chi conosce davvero i Conservatori?
Spesso chi li nomina nei comunicati, negli articoli o nei post social non dimostra di conoscerli meglio di chi li attraversa da studente per qualche anno, o di chi li usa come simbolo rassicurante dell’eccellenza musicale italiana. A conoscerli davvero nella loro struttura quotidiana, nei loro organi, nei bilanci, nei regolamenti, nelle assemblee semivuote e nella difficile oscillazione fra ambizione universitaria e abitudine accademico-scolastica, sono in realtà in pochi.

Tutto questo gomitolo di identità e contraddizioni torna a galla ogni volta che un governo decide di mettere mano a una riforma ferma da tempo nella palude del pressapochismo. Una riforma che ogni tanto dà qualche colpo di motore, cercando di avanzare, salvo poi rischiare di rinculare pericolosamente.

Il più recente tentativo di revisione di alcuni regolamenti, a partire dal D.P.R. 28 febbraio 2003, n. 132, ha provocato una presa di posizione durissima delle Conferenze nazionali dei Direttori, dei Presidenti e delle Consulte degli studenti, che ne chiedono il ritiro urgente. Il motivo non sta nell’invenzione improvvisa di un nuovo modello, ma nello spostamento ulteriore di alcuni equilibri già fragili: dal governo accademico verso una struttura più centralizzata, più amministrativa e, di fatto, più esposta all’intervento ministeriale.

A nessuna istituzione piace sentirsi dire di non essere in grado di amministrare l’autonomia che ha conquistato con fatica. Tanto più se quel richiamo va a colpire non soltanto il rapporto tra autonomia e controllo, ma anche quello tra fiducia e vigilanza, responsabilità interna e direzione esterna.

Ma è veramente solo il Ministero a sbagliare? O forse sono anche i Conservatori che non hanno ancora imparato a governarsi davvero, con il rischio sempre più pressante che qualcuno provi a governarli al posto loro?

Per capire perché la reazione sia stata così netta, bisogna guardare a due figure. Da una parte il Presidente, che rappresenta legalmente l’istituzione e presiede il Consiglio di amministrazione. Dall’altra il Direttore, eletto dalla comunità accademica e responsabile dell’andamento didattico, scientifico e artistico. In mezzo stanno il Consiglio di amministrazione, il Consiglio accademico, gli uffici, gli studenti, il personale tecnico-amministrativo e tutta quella vita istituzionale che di solito appare soltanto quando qualcosa smette di funzionare.

Uno dei punti più dibattuti riguarda le regole di nomina del Presidente.

Nel modello vigente, il Presidente è già nominato dal Ministro fra i nomi di una terna designata dal Consiglio accademico del Conservatorio. È un compromesso comprensibile fra chi vive l’istituzione e quindi dovrebbe sapere quali personalità possano contribuire davvero al suo sviluppo, e chi vuole conservare una sorta di controllo finale sulla nomina. Lo schema di revisione, però, introduce una possibilità ulteriore: nei casi di mancata trasmissione della terna, o quando uno o più soggetti risultino in conflitto di interessi o privi dei requisiti richiesti, il Presidente può essere nominato dal Ministro anche tra soggetti non inclusi nella terna.

Detta così sembra una clausola di buon senso, pensata per evitare stalli, irregolarità o candidature deboli o forzate. E forse, in alcuni casi, potrebbe anche esserlo. Ma in un sistema fragile, dove la distanza tra garanzia istituzionale e intervento politico può diventare sottile, quella clausola apre un mondo di possibilità: alcune legittime, altre molto meno rassicuranti. Da una parte c’è il rischio di lasciare un’istituzione senza una figura adeguata quando non riesce a esprimere una terna credibile; dall’altra c’è il rischio di creare l’ennesima porta laterale per nomine più attente agli equilibri politici che allo sviluppo reale del Conservatorio.

I docenti non possono più pensarsi soltanto come artisti che insegnano dentro un’istituzione governata da altri né possono considerare statuti, regolamenti, organi, bilanci, valutazione, dottorati, trasparenza e rappresentanza come fastidi laterali rispetto alla “vera” missione musicale. Se il corpo docente vive l’istituzione come uno spazio da attraversare individualmente, delegando tutto a pochi gruppi organizzati, a qualche figura di potere interno o a chi ha più pazienza per le carte, anche la direzione ne porterà il segno. Se invece la comunità conosce le regole, partecipa, discute, pretende trasparenza, forma rappresentanza, allora il governo accademico diventa più forte anche davanti al Ministero.
Essere docente di alta formazione artistica comporta oneri che non finiscono con la lezione, con l’esame, con il saggio o con il concerto. Significa contribuire alla costruzione dell’istituzione, aggiornare i linguaggi didattici, partecipare agli organi, produrre conoscenza, sostenere la ricerca, formare gli studenti dentro un contesto che è insieme artistico, accademico e pubblico.

L’AFAM rivendica giustamente il riconoscimento del proprio valore accademico, ma l’equiparazione non può essere invocata solo quando riguarda titoli, status, progressioni e prestigio. Deve essere assunta anche quando riguarda ricerca, valutazione, pubblicazioni, progettazione, dottorati, internazionalizzazione, terza missione, controllo di qualità e responsabilità collegiale.

Per questo la risposta alla riforma non può essere soltanto una difesa dell’esistente, soprattutto se l’esistente non basta più al presente. Non bastano gli equilibri attuali, non bastano gli statuti così come sono, non bastano le consuetudini, non basta la retorica dell’eccellenza musicale italiana. Serve una riforma, ma non una riforma che trasformi i Conservatori in enti amministrati dall’esterno con qualche residuo di rappresentanza accademica.

I Conservatori vogliono diventare istituzioni accademiche mature o restare luoghi sospesi, pronti a rivendicare autonomia quando viene minacciata ma meno pronti a esercitarla ogni giorno?

I Conservatori vogliono diventare istituzioni accademiche mature o restare luoghi sospesi, pronti a rivendicare autonomia quando viene minacciata ma meno pronti a esercitarla ogni giorno?

Nessun decreto può produrre da solo questa maturità. Può distribuire poteri, nominare figure, imporre procedure, fissare obblighi. Non può creare una comunità accademica consapevole, non può trasformare l’abitudine alla delega in partecipazione, non può insegnare a un docente che il proprio ruolo non finisce con l’ultima lezione, né convincere uno studente che la Consulta non è un dettaglio decorativo.

La politica, comunque, continuerà a occuparsi dei Conservatori. Lo farà fino a quando ci saranno risorse da distribuire, crisi da contenere, commissariamenti da evitare, nomine da fare, riforme da intestarsi. 

Se troverà davanti a sé comunità competenti, dovrà discuterci. Se troverà istituzioni fragili, le amministrerà.

E allora la vera difesa dell’autonomia non comincia quando il Ministero scrive un decreto. Comincia prima: quando i docenti conoscono le regole dell’istituzione che abitano, quando gli studenti partecipano alla sua vita, quando il personale tecnico-amministrativo non resta un ingranaggio invisibile. 
Comincia quando il Conservatorio impara a rispondere di sé.

Perché il problema non è impedire che il Conservatorio venga amministrato meglio. Il problema è impedire che, in nome di una migliore amministrazione, venga governato da chi non ne abita davvero la missione.

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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