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Cattivi maestri: recensione del film TÁR

di Tiziano de Felice - 24 Febbraio 2023

Tár è il nuovo film del regista Todd Field, che torna sul grande schermo dopo un periodo di silenzio durato ben sedici anni. Presentato in concorso all’ultima alla mostra del cinema di Venezia (dove Cate Blanchett ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile), candidato a sei premi Oscar, Tár è un film che sicuramente appartiene alla categoria degli imperdibili di quest’anno. Ma chi legge ora si starà già chiedendo “e da quando Quinte Parallele si occupa anche di film?”. Dubbio legittimo. Ebbene, il film in questione è d’interesse per i lettori di Quinte Parallele poiché si tratta anche di un lavoro che fa luce su alcune delle dinamiche sociali e politiche del mondo in cui è ambientato, quello della musica e la direzione d’orchestra.

Avviso al lettore: nell’articolo verranno discussi liberamente elementi importanti della trama del film.

I sogni di Mahler generano mostri

La protagonista del film è Lydia Tár (Cate Blanchett), direttore d’orchestra di fama internazionale alla guida della Filarmonica di Berlino (o si dice direttrice? Mi arrendo. Quanto vorrei poter scrivere l’articolo in inglese e risolvere la questione con un semplice conductor). Attraverso un’intervista pubblica per il New Yorker (cameo del vero Adam Gopnik della redazione della famosa rivista) scopriamo che Lydia è anche pianista, compositrice pluripremiata ed etnomusicologa con tanto di dottorato (che non poteva certo mancare). Lydia appare sicura, forte: è al culmine della sua carriera. Sta promuovendo il suo nuovo libro in uscita e annuncia che si sta anche preparando a registrare la Quinta Sinfonia di Gustav Mahler, per completare finalmente il suo ciclo discografico delle sinfonie mahleriane.
Il regista Todd Field ci offre il ritratto di una protagonista totalmente originale che è al tempo stesso anche uno studio antropologico dettagliato della scena musicale classica internazionale. Poco alla volta il film ritrae Lydia come una figura carismatica ma soprattutto incline a comportamenti violenti, adescatori e crudeli (persino con bambini). È una persona la cui caduta professionale e psicologica pare imminente. Come è noto, anche il settore elitario della musica classica in cui lavora un personaggio come Lydia ha affrontato le proprie storie #metoo. Quei comportamenti manipolatori di Lydia avrebbero persino portato al suicidio di una giovane ex studente, quasi certamente legata a Lydia anche in modo intimo.
C’è però un’altra grande presenza dominante oltre Lydia: la musica. Nel film, rigoroso e tecnicamente ineccepibile, si suona e si dirige davvero. Nessuna scorciatoia. L’attrice Cate Blanchett nei panni di Lydia affronta con grinta e sicurezza il suo ruolo quando si esibisce e prova con l’orchestra, nonostante qualche gesto goffo non è solo credibile, è reale. La Quinta Sinfonia di Mahler non è poi una scelta casuale. Alla figura di Mahler non mancano episodi di comportamenti manipolativi, di abusi e il suo sinfonismo è giusto un parallelo in forma musicale della figura di Tár: seducente, forte, colossale, ma anche un poco autocelebrativa e piena di autocitazioni di opere altrui.

Sindrome dell’impostore

Esporre le colpe personali del direttore e del compositore non è né sufficiente né necessario per apprezzare l’arte che ne deriva. Nonostante il suo ruolo e un curriculum a dir poco incredibile, Lydia palesa sempre una certa insicurezza quando si tratta di essere creativa. Il suo timore è che tutto ciò che crea sia semplicemente un pastiche di qualcos’altro. Timore forse fondato, dato che nonostante i premi e il successo ottenuto il film mostra Lydia come una figura potente nel suo ruolo ma impotente dal punto di vista creativo. Si incanta davanti al pianoforte, è distratta, la musica non scorre più come una volta. Quest’aspetto diventa ancora più apparente per contrasto in diverse scene con Lydia e una giovane violoncellista russa di nome Olga. Osserviamo da capo tutti i pattern e comportamenti usati da Lydia per adescare e sedurre una nuova amante e collaboratrice. Manovra tutto e tutti per assicurarle un ruolo in orchestra, iniziano ad esserci gli inviti presso il suo appartamento e tutte le attenzioni del caso. Olga è entusiasta, vitale, lascia fare ma mantiene sapientemente le distanze (forse già consapevole o avvisata delle cattive abitudini del maestro…). Durante un pranzo Lydia si mostra sicura, vuole già imporle cosa mangiare (vegetariano) e parlare di musica a modo suo, mentre Olga le parla di Clara Zetkin, ordina quello che vuole e fa pure la scarpetta. Lydia le chiede se ammira Rostropovich. Olga risponde candidamente che la Jacqueline du Pré è la sua preferita e che l’ha conosciuta grazie a Youtube, non a dei dischi. “Ma certo, Barenboim che dirige la Filarmonica di Londra” annuisce Lydia, interessata solo al mito della musica e i grandi nomi. Olga mastica a bocca piena e le risponde “non so chi fosse il direttore, ma mi ha fatto venire voglia d’imparare il pezzo”. Prima incrinatura e una stoccata per l’ego del maestro, ora messa di fronte a chi le parla in modo schietto.

Tutti hanno una storia

Stare in diverse case o appartamenti riflette la regressione e compartimentazióne sentimentale di Lydia. Possiede una stupenda casa moderna a Berlino che divide con la moglie e la giovane figlia, ma mantiene anche un appartamento tutto suo che non vuole vendere, quindi fonte di litigi. Lì Lydia tende a isolarsi, a lavorare in segreto, nonostante gli oscuri presagi e le ombre che sembrano abitare quel luogo. Verso la fine del film, con lo sgretolarsi inesorabile del suo ruolo, si scopre che Lydia proviene da un background decisamente umile, un dettaglio arricchisce notevolmente il suo personaggio. Tár non esiste. Il suo vero nome infatti è Linda Tarr. Tár è quindi come un brand studiato a tavolino: in un colpo solo ha eliminato un suo background proletario e yankee per trasformarsi in una artista cosmopolita e geniale. In qualità di sceneggiatore-regista, Field ha delineato la vita di Lydia ormai da più di un decennio nei minimi dettagli. “Posso dirti il ​​suo indirizzo dove è cresciuta”, ha detto Field dell’infanzia di Lydia a Staten Island, che nel film lei omette dalla sua biografia ufficiale. “Posso dirti la sua vicinanza a Fresh Kills, la più grande discarica sulla Terra dove lavorava suo padre. E potrei parlare dell’odore della spazzatura che entra da quelle finestre. So di più su questo personaggio di quanto dovrei mai parlare.”
Field non è un regista esplicito, è estremamente meticoloso e lascia che sia il pubblico a trarre le proprie conclusioni. Fin dall’inizio, il film ci fornisce diversi indizi sulla vera identità di Lydia. La sua fondazione di beneficenza si chiama “Accordion” (fisarmonica), strumento che nell’immaginario collettivo non viene tipicamente associato al mondo musicale d’elite. Basterà poi qualche foto inquadrata nella sua casa d’infanzia per farci capire che è così che Lydia si è inizialmente fatta strada nel mondo della musica, con una fisarmonica. La fisarmonica viene anche usata a un certo punto in modo grottesco per esorcizzare un trauma e lite con dei vicini, come farebbe una bambina capricciosa. Nel breve incontro con suo fratello nella casa di famiglia, lui lapidario sentenzia senza nemmeno guardarla “sembra che tu non sappia da dove diavolo vieni o dove stai andando”.

Alla corte di TÁR

Si sa, anche il mondo della musica classica non è immune dagli impostori. Ma anche gli impostori esistono di qualità diverse. Sul gradino più alto troviamo un personaggio come Lydia, che ha cambiato la sua immagine e che ha fatto di una finzione una illustre carriera, basata comunque su del talento (quanto basta) e tantissima ambizione. Al gradino basso troviamo i ciarlatani della musica, i finti esperti e i sicofanti che si attaccano a figure con più talento. Si riconoscono perché amano fare e ricevere favori, amano amministrare, promuovere e parlare, ma non creare. Sebbene inizialmente vediamo come Tár sia supportata da dei colleghi che abilitano aspetti tossici e narcisisti del suo comportamento (o peggio ancora, scelgono di rimanere in silenzio quando ne sono testimoni), quando iniziano ad esserci investigazioni e certe vicende diventano pubbliche, lei viene scaricata senza troppe cerimonie. Alla fine Lydia non è protetta dall’industria che l’ha promossa ed elevata, né sa davvero come proteggersi quando tutto va male. Sembra che Field voglia mostrare come il potere personale e istituzionale sia in un certo senso ancora intimamente legato alla classe. Entrambe le forme di potere possono essere fatte per servire gli interessi dei trasgressori o mettere a tacere le loro vittime.
Durante il film vediamo bene come lei sia ossessionata dal controllo e dal dominio, siamo immersi e catturati dal carisma di Lydia. Lei è il maestro, tutto deve scorrere secondo il suo ritmo. Sembra infatti che non ci sia assolutamente spazio per il tempo di qualcun altro, che si tratti della gamba irrequieta di uno studente alla Juilliard, del ticchettio della penna della violoncellista, o di qualcun altro che vorrebbe dirigere la sua partitura. Tutta questa tirannia ha un prezzo. Un frigorifero che ronza, il tintinnio di una presa d’aria dell’auto, o le e-mail non cancellate di una ex studente suicida sono inevitabilmente al di fuori del suo controllo e in qualche modo sono tutti dei fantasmi, che ormai la stanno per raggiungere. L’arroganza per lei è stato presumere di avere un controllo totale, che non c’era spazio per la voce di nessun altro tranne la sua. Field dà al film anche una dimensione onirica e a tratti surreale, che spingono la pellicola al di là di una semplice biopic di un personaggio ben delineato e interessante. In molti punti le linee di confine tra ciò che è reale o immaginario sono quasi impercettibili. I rumori sembrano perseguitare Lydia che non riesce a liberarsi. Le urla di una donna nel bosco, la sensazione di gelo che la attraversa come un fantasma mentre cerca di comporre. Lydia è costantemente irritata dai rumori che non riesce a controllare. I fantasmi del suo passato tornano a prenderla. Il fantasma letterale della sua vittima, Krista, sembra apparire fisicamente in entrambi gli appartamenti di Lydia. Che il fantasma sia anche motivo di tanti piccoli disturbi e rumori in casa Tár? Todd Field ha spiegato, discutendo con la regista e attrice Greta Gerwig (Piccole Donne, Lady Bird), che Lydia Tár ha la misofonia e misocinesia, il che significa che ha forti reazioni a certi rumori e certi piccoli gesti. È una perfezionista, al punto che qualsiasi cosa che sia leggermente deviata o di disturbo può turbarla emotivamente. Eppure è anche il motivo per cui Lydia, che è così dedita a diffamare Krista, non riesce a notare come le persone potrebbero anche tramare contro di lei in segreto. Tár è intelligente, ma non abbastanza da evitare le conseguenze dei suoi tanti abusi.

Lezioni da imparare

La scena della masterclass di direzione di Lydia alla Juilliard di New York ha già fatto discutere online. È certamente una sequenza importante dal punto di vista tematico, in quanto tutto rimanda alle convinzioni e alle opinioni di Lydia Tár come artista. La decisione di Todd Field di girare la scena in un’unica ed ipnotica ripresa continua è stata giusta e mirata. Field ha infatti concesso al personaggio di Lydia di abitare lo spazio scenico senza interruzioni, permettendo ai suoi pensieri di fluire liberamente, in un modo che non si senta alcuna manipolazione dovuta al montaggio. Uno studente di nome Max confessa che non gli importa molto di Bach perché “come persona pangender e BIPOC”, non è in sintonia con Bach e trova la sua misoginia repellente. (Per chi non ne fosse al corrente, a quanto pare Bach sarebbe colpevole di aver avuto troppi figli oltre che essere maschio ed europeo). La lamentela di Max permette a Tár di lanciarsi in un soliloquio vertiginoso, intelligente ma anche crudele, sulla necessità di “sublimare se stessi”, lasciandosi alle spalle l’identità e non essere a nostra volta ridotti a delle etichette. Sicuramente vero, ma ancora una volta i metodi di Lydia come didatta sono discutibili e manipolatori.
Una scena come questa lascia intravedere un’esplorazione tempestiva del conflitto intergenerazionale riguardante il valore dell’arte occidentale e dell’etica artistica: il famoso voler ‘separare l’arte dall’artista’. Altri forse vedranno tutto il film come una critica alla cosiddetta cancel culture. Mentre altri ancora penseranno che il film possa incarnare una rappresentazione delle donne e delle persone LGBTQI+ in un settore che tradizionalmente è sempre stato dominato dagli uomini. La scelta dell’ambientazione del regista supporta un preciso obiettivo drammatico, oltre a fornire semplicemente uno sfondo interessante. Parola al regista dunque: in alcune interviste, Todd Field ha affermato di aver creato il suo personaggio non tanto per esplorare questioni di gender o sessualità, ma per esplorare il concetto di potere. Il film avrebbe potuto ugualmente essere ambientato, suggerisce, in “una multinazionale o in uno studio di architettura.”
Il film si conclude con Tár in esilio (forzato? volontario?) che si prepara a dirigere un concerto in un paese del sud-est asiatico. Nessun Mahler qui. Nessun prestigio. Piuttosto, lei ora deve dirigere un programma musicale tratto dal videogioco del 2018 chiamato “Monster Hunter”. Questo non è, credo, inteso come una sorta di scherzo crudele (a parte la possibile allusione alla vita di Tár nel titolo del gioco) o una frecciatina condiscendente a spese della musica orchestrale orientata al commercio e fuori dal cosiddetto ‘canone occidentale’. Tuttavia, è certo che la musica dei videogiochi ha poco del prestigio dell’establishment della musica classica suonata dalle grandi orchestre delle grandi città europee e americane. Il film alla fine lascia tutto come una domanda aperta su cosa significhi questa coda, la nuova vita di Lydia fuori dal suo loop predatorio e di potere. Gli echi della vita passata ci sono ancora in alcuni momenti, lei sembra determinata ma turbata dal suo passato. C’è forse un indizio che, lontano dalle macchinazioni politiche dell’industria della musica classica d’élite, Tár ora potrebbe essere in grado di riconnettersi con se stessa e con una personalità artistica più autentica, etica e meno distruttiva.

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