216 giorni dopo. Il caso Venezi.
di Carlo Emilio Tortarolo - 27 Aprile 2026
Quando una crisi non viene gestita
Duecentosedici giorni.
È questo il tempo che è servito perché la vicenda della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi alla guida musicale della Fondazione Teatro La Fenice arrivasse a una conclusione formale, senza che la direttrice avesse né messo piede in teatro né battuto un singolo quarto di una singola composizione.
Un tempo lungo, soprattutto se si considera che, per gran parte di questi mesi, la situazione è apparsa sostanzialmente immobile, una guerra di logoramento e di trincea in cui le uscite stampa servivano più a rinfocolare la polemica che a muovere le parti, pur diventando sempre più frequenti e sempre più esposte. Eppure, nulla sembrava muoversi davvero. Si era progressivamente affermata una percezione diffusa, quasi una forma di assuefazione: che quella vicenda sarebbe rimasta sospesa, assorbita dentro quella zona grigia in cui le polemiche smettono di produrre effetti e diventano parte del paesaggio.
Poi, invece, la rottura improvvisa.
Quando ormai si era consolidata l’idea che anche l’ennesima uscita pubblica, questa volta sul presunto nepotismo dei professori d’orchestra che si tramanderebbero il posto di padre in figlio, sarebbe stata derubricata a un eccesso di esposizione, a una forma persino fisiologica di parola nel contesto contemporaneo, la situazione si è chiusa. Di colpo. Con una decisione netta: l’interruzione di tutte le collaborazioni future. Un passaggio arrivato all’improvviso e che proprio per questo apre una domanda inevitabile: perché proprio adesso il Sovrintendente Colabianchi ha deciso di tornare sui suoi passi?

La questione del tempo, in questa vicenda, è il centro essenziale.
Duecentosedici giorni in cui la crisi è stata visibile, leggibile, perfino prevedibile.
Duecentosedici giorni in cui non si è trovato, o non si è voluto trovare, un punto di equilibrio. Non si è costruita una mediazione, non si è data una direzione chiara, non si è assunto fino in fondo il governo di una situazione che, fin dall’inizio, mostrava elementi di fragilità.
In un articolo che uscirà domani, sarà possibile ripercorrere insieme, nel dettaglio, le tappe di questa vicenda: le decisioni, le dichiarazioni e le responsabilità. Ma già oggi è possibile affermare che non si sia trattato di una crisi improvvisa ma che al contrario si sia di fronte a un processo lungo, in cui ogni passaggio ha contribuito a costruire il successivo. Un accumulo, più che un’esplosione.
Ed è proprio dentro questo accumulo che bisogna guardare, perché il rischio, adesso, è che l’allontanamento di Venezi venga presentato come la soluzione della vicenda. Come se bastasse cancellare l’ultimo atto per rimettere ordine in tutto ciò che lo ha preceduto. Ma una crisi durata 216 giorni non si risolve davvero nel momento in cui viene interrotta: semmai, in quel momento diventa finalmente leggibile.
Per mesi il problema non è stato soltanto la nomina di una direttrice contestata, ma anche il modo in cui quella nomina è stata gestita, difesa, trascinata e lasciata marcire.
La Fenice non si è trovata improvvisamente davanti a un caso ingestibile ma lo ha abitato per mesi, mentre il conflitto con orchestra, coro, lavoratori, parte del pubblico e opinione pubblica cresceva attorno al teatro.
Se la frattura era davvero così grave da rendere impossibile ogni collaborazione futura, perché non lo era prima? Se le condizioni di fiducia erano già compromesse, perché si è aspettato che il danno simbolico diventasse così esteso?
La soluzione perfetta per una vicenda complessa forse è impossibile ma riconoscere che una fondazione lirica non possa governare una crisi culturale come se fosse un fastidio da contenere fino al prossimo comunicato sarebbe un passo in avanti. La Fenice non è una fondazione lirico-sinfonica qualsiasi, non è una società privata che può assorbire una controversia nel silenzio dei propri organi interni. È una delle istituzioni musicali più riconoscibili al mondo, un luogo in cui ogni decisione artistica, amministrativa e simbolica produce effetti molto più larghi del perimetro veneziano.
Allora parliamo della catena decisionale che ha portato a quella nomina, che l’ha sostenuta quando la contestazione era già evidente, l’ha lasciata sopravvivere in uno stato di conflitto permanente e infine l’ha archiviata quando il costo della sua permanenza è diventato superiore al costo della sua rimozione. Questo è il passaggio che non può essere derubricato a epilogo amministrativo.
Se la frattura era davvero così grave da rendere impossibile ogni collaborazione futura, perché non lo era prima?
E dentro questo fallimento c’è anche la città di Venezia. Non solo il teatro, non solo la musica, non solo una direttrice. C’è una città che da anni fatica a distinguere tra immagine e governo, tra annuncio e visione, tra controllo politico e responsabilità culturale. Una città che continua a presentarsi come capitale internazionale della cultura, ma che troppo spesso tratta le proprie istituzioni come scenografie da presidiare più che come organismi da far crescere. La Fenice, in questa vicenda, è diventata il luogo più visibile di una contraddizione più ampia: Venezia vive della propria reputazione culturale, ma non può permettersi di consumarla come se fosse inesauribile.
La vicinanza alle elezioni comunali rende questa conclusione ancora più delicata e, per una mia personale etica, non mi addentrerò oltre ma sarebbe ingenuo fingere che il contesto non esista. Dopo undici anni di governo cittadino, il centrodestra arriva a questa fase con una serie di fragilità accumulate e il caso Fenice è una delle immagini più nette di un problema di governo: quando una crisi viene lasciata crescere troppo a lungo, prima o poi smette di essere una questione tecnica e diventa una questione politica.
L’allontanamento di Venezi è stato un atto di responsabilità o una mossa di contenimento?
È il segnale di una nuova consapevolezza o il tentativo di chiudere in fretta una vicenda diventata imbarazzante nel momento peggiore? Iniziamo a chiedere che la credibilità di un’istituzione si misuri dal modo in cui arriva a quella decisione, dal tempo che impiega, dalle conseguenze che riconosce e dalle responsabilità che assume.
Questi 216 giorni ci raccontano un teatro rimasto sospeso, una città esposta, una governance incapace di prevenire e poi costretta a rincorrere. Raccontano il paradosso di una decisione che oggi viene presentata come necessaria, dopo essere stata per mesi considerata evitabile, rinviabile, forse perfino superabile.
La domanda, quindi, non è se la Fenice abbia fatto bene ad annullare le collaborazioni future con Beatrice Venezi. A questo punto, probabilmente, non c’erano più molte alternative. Chiediamoci invece perché e come si è arrivati fin qui? E soprattutto chi si assumerà la responsabilità di questi 216 giorni?

