I Kindertotenlieder di Mahler: In diesem Wetter, in diesem Braus

«Con questo tempo, in questa tempesta»: nell'ultimo dei Kindertotenlieder la rappresentazione sonora di un tormentato mondo materico cede a una visione estatica finale

Pioggia, vento, fulmini. Un tempo spaventoso. E i bambini sono fuori, lontani. Nulla, però, farà loro del male. Neanche la tempesta potrà spaventarli. Essi riposano, tranquilli come nella casa materna, protetti dalla mano di Dio.

Nell’inquieto ed espressivo ultimo Kindertotenlied il dramma è visibile già nei policromi intrecci di una sonorità poetica sapientemente ricercata, che gioca con la forza delle onomatopee nel fragore del tessuto fonico, nell’allitterazione delle -s di Braus, Saus, Graus, hinaus, nell’energia della lingua tedesca. La delicata poetica delle liriche precedenti è superata a favore di concitati contrasti ritmici, rappresentazione sonora di un tormentato mondo materico che cederà alla visione estatica conclusiva, epilogo di ogni dolore.

Mahler sa coglierne gesti, metafore e risonanze, che riversa in una scrittura musicale ricca e complessa, distaccando questo Lied dal tono commosso dei canti precedenti per accostarlo all’introduzione del movimento finale della coeva Sesta Sinfonia, la sinfonia dei dolorosi enigmi e del sofferto vissuto; e, nell’agitata polifonia della scrittura musicale, tutto diviene Naturlaut, voce della Natura.

La ricca introduzione strumentale in Re minore presenta già gli elementi ritmico-tematici del futuro sviluppo del Lied: il tetracordo discendente

i rapidi salti di semicrome in contrattempo per intervalli di quarta, quinta e ottava nei registri acuti, staccati nei fiati e legati negli archi

Nella prima strofa

In diesem Wetter, in diesem Braus,nie hätt’ ich gesendet die Kinder hinaus;man hat sie getragen hinaus,ich durfte nichts dazu sagen

[Con questo tempo, in questa tempesta, non avrei mai lasciato uscire i bambini; qualcuno li ha trascinati fuori, e io non ho potuto dire nulla]

il musicista enfatizza lo scrosciare (brausen) della tempesta in una strumentazione plastica ma compatta, affidata ai tremoli degli archi, ai corni e ai legni, tra i quali privilegia il colore oscuro del fagotto, mentre all’oboe è affidato il contrappunto del canto. Tutto è proteso verso il basso. Anche il canto agisce nel registro grave.

Nella seconda strofa

In diesem Wetter, in diesem Saus,nie hätt’ ich gelassen die Kinder hinaus,ich fürchtete sie erkranken;das sind nun eitle Gedanken.

[Con questo tempo, in questa bufera, non avrei mai lasciato uscire i bambini; avrei temuto che si ammalassero, ma sono ormai inutili pensieri] 

entrano i violini. Ai loro tremoli è affidato, insieme alla fitta polifonia dei legni, il sibilare (sausen) dei venti. Il canto amplia i confini della propria tessitura, mentre nel registro basso il controfagotto marca una lunga scala cromatica discendente che, sprofondando per oltre un’ottava, scurisce di colpo la Stimmung, appena macchiata da pulviscoli di note acute nelle voci di flauto, ottavino e pizzicati di violini.

Il corno inglese annuncia la terza strofa:

In diesem Wetter, in diesem Graus,nie hätt’ ich gelassen die Kinder hinaus,ich sorgte, sie stürben morgen,das ist nun nicht zu besorgen.

[Con questo tempo, con questo tempo spaventoso, non avrei mai lasciato uscire i bambini; li avrei protetti, avrei evitato che potessero morire, ma ora non c’è più nulla da temere]

Lo sgomento è reso dalle voci strumentali che discendono cromaticamente all’unisono verso il basso, come attratte da forze demoniche. Solo il canto prende slancio, dal Sol in forte di “Wetter” e “Graus” al Fa alto di “Kinder hinaus”, tra trilli di legni e tremoli di archi.

Il climax si intensifica nel breve interludio strumentale, che introduce la quarta strofa:

In diesem Wetter, in diesem Graus!nie hätt’ ich gesendet die Kinder hinaus;man hat sie hinaus getragen,ich durfte nichts dazu sagen!

[Con questo tempo, con questo tempo spaventoso! non avrei mai lasciato uscire i bambini; qualcuno li ha trascinati fuori, e io non ho potuto dire nulla!]

Da questo momento in poi Mahler suggerisce un aumento di tensione sonora (in partitura: Stetig steigernd). Nel rullo dei timpani, nei tremoli dei violini, negli acuti del flauto piccolo, il pathos del turbamento. La voce del canto è ora solo “una” fra le tante voci della massa orchestrale, che sembra voler lacerare la melodia. L’intera strofa è zona di tensione, allucinante materializzazione di un dramma vissuto, di un doloroso destino che ha trascinato via la vita.

Poi, come per incanto, tutto si placa.

Quel disperato mondo materico, inchiodato ossessivamente al Re minore, ora si allontana, si smaterializza, si spegne in suoni sempre più eterei. Prende lentamente forma una nuova visione, lontana, nella dimensione trascendente della Morte. Tinnule note di Glockenspiel e arpa echeggiano remote: fievoli richiami da quel “mondo di misteriose sensazioni”, che per Mahler «non si compone più nel tempo e nello spazio». Nel colore diafano del Re maggiore si aprono le vetrate celesti. Ciò che in vita il fato ha diviso ora si manifesta nella Luce della Morte. La musica oltrepassa il confine per rivelare l’Infinito. La tessitura strumentale diviene sempre più rarefatta. Sul pedale acuto di ottavino e violini entra il canto della quinta strofa

In diesem Wetter, in diesem Saus, in diesem Braus [Con questo tempo, in questa bufera spaventosa]

leggero e lento come ninnananna (in partitura: langsam, wie ein Wiegenlied), contrappuntato dai violini e dal suono soave della celesta. Il buio e la tempesta si allontanano…e con loro, il tempo…

Nel secondo verso

sie ruh’n als wie in der Mutter Haus [essi riposano come nella casa materna]

il canto della Ruhe, della pace infinita e senza tempo. La musica si schiude all’Eterno. Emerge espressiva la dolce cantilena del primo flauto. Il canto la coglie e prosegue nella declamazione dei versi:

von keinem Sturm erschrecket,von Gottes Hand bedecket [senza che nulla più li spaventi; protetti dalla mano di Dio]

In rarefatta strumentazione, sul “morendo” dei violini, la voce del canto sembra vibrare sospesa, per poi richiudersi nella serenità del quinto verso

sie ruh’n, wie in der Mutter Haus! [ora essi riposano, come nella casa materna!] 

nel traslucido colore di archi e celesta, sul “pedale” sommesso dei corni. Il canto muore, ma il suo motivo melodico è ripreso in Re maggiore dai primi corni che, teneramente (weich) lo sviluppano in progressione ascendente

per poi cedere la conclusione della strofa musicale al fraseggio espressivo dei violoncelli:

Si apre la coda, delicatissima tra suoni e respiri, rarefatta fino alla soglia del silenzio:

L’ultimo suono svanisce sul punto coronato, in vibrazione naturale.

Nella dimensione silenziosa della Morte, nella percezione dell’eterna pace, ogni Naturlaut di quel mondo spaventoso di venti e tempeste, di quel dramma doloroso che ha trascinato via la vita, svanisce d’incanto. Anche i toten Kinder sono ora der Welt abhanden gekommen, scivolati via dalle mani del mondo per vivere, in fiduciosa rassegnazione, l’aura luminosa di alture lontane, dove il giorno sarà bello, eternamente… der Tag ist schön auf jenen Höhn!

La catarsi della visione sarà ripresa da Mahler nelle battute finali della Nona Sinfonia, collegata anch’essa in unico arco ai Kindertotenlieder per l’annotazione in partitura Der Tag ist schön auf jenen Höhn!. Entrambe, infatti, conducono all’abbandono supremo nella Morte.

Scriverà in proposito Leonard Bernstein:

«I singoli elementi del suono si disintegrano; e noi cerchiamo di trattenerli, sospesi tra speranza e sottomissione, ma, a uno a uno, questi ultimi, rarefatti legami con la vita si sciolgono, svaniscono tra le nostre dita anche se tentiamo di sostenerli. Li afferriamo e si smaterializzano: ne tratteniamo ancora due, poi solo uno. Uno solo, e poi improvvisamente nulla. Per un momento restiamo nel silenzio, silenzio di pietra. E poi, ancora, un filo, un filo spezzato, due fili, uno… nulla. Siamo [richiamando una lirica di J. Keats] “quasi innamorati della Morte benigna… e ora più che mai mi sembra bello morire nel mezzo della notte senza dolore…”. E in questa fine perdiamo tutto. Ma, nell’abbandono, otteniamo tutto».

 Adele Boghetich

Adele Boghetich è autrice di Oltre le colline. Gustav Mahler, Kindertotenlieder e, con Nicola Guerini, di Mahler. Dialoghi tra musica e poesia (Zecchini).

 

Articoli correlati

Il Gruppo dei Cinque Armeni

Un gruppo di cinque compositori armeni, nati tra il 1920 e 1921, divenne così significativo nel panorama della musica sovietica tanto da definire il loro sodalizio con il nome di “Gruppo armeno dei Cinque”, tra loro Arnò Babadžanjàn. Proprio in questi giorni è in uscita l’album di debutto di Ares Trio che sceglie di esordire con il trio di fa# minore del compositore armeno.