Wagner ad alta voce: L'Olandese Volante

In collaborazione con l'Associazione La Voce Wagneriana pubblichiamo il primo episodio di un ciclo di letture commentate dedicate alle opere di Wagner

L’Associazione La Voce Wagneriana inaugura Wagner ad alta voce, un ciclo di letture da opere wagneriane offerte in nuova traduzione italiana e recitate da Alberto Donatelli. Il primo appuntamento è dedicato al celebre monologo dell’Olandese Volante, che qui di seguito riportiamo nella traduzione di Lucia Cambria, commentato da Andrea Camparsi e Adele Boghetich.

Luca Maria Spagnuolo
Presidente de La Voce Wagneriana

 

 R. Wagner, Der fliegende Holländer

«Estremo Giorno! Quando mi condurrai alla mia notte?…» 

 

LOlandese Volante è l’opera che idealmente avvia negli anni Quaranta il viaggio wagneriano nella profondità abissale della redenzione. Il peccato di Hybris di cui si è macchiato l’Olandese, reo di aver sfidato Dio con il suo indomabile orgoglio e condannato a navigare per tutti i mari fino al giorno estremo del giudizio, deve essere redento prima di consentirgli il perdono divino a patto che una donna sacrifichi la sua vita per amore.

La fiaba romantica, che mette radici nelle antiche leggende nordiche fino ad arrivare alla penna del compositore-poeta Wagner, esprime fin dal lungo monologo del primo atto un telos dai contorni salvifici che presuppone una morte d’amore per la salita al cielo di un’anima perduta. Sulle sue spalle, gigante del mare che declama tragicamente la propria disperazione su abissali note basso-baritonali, c’è tutto il dolore di un mondo che attende la redenzione ultima. Il suo porsi positivo sulla scena nell’elemento sostanziante della musica è in realtà mistica attesa di un evento che possa compiere l’Eschaton. Ovvero una ‘realtà ultima’ che, nel prosieguo dei futuri drammi, Wagner cristallizzerà sempre più nell’estrema sintesi ontologica del simbolo.

Il viaggio erratico dell’anima è il cammino formativo e rivelativo che si andrà a coniugare in diverse tinte e variazioni in tutti i drammi wagneriani del futuro. In particolare, la drammaturgia wagneriana assume in quest’opera una sorta di esistenzialismo religioso che ricorda la tarda filosofia di Schelling, fondata sulla rivelazione positiva della trascendenza divina nel mondo. L’Olandese si presenta, dunque, allo spettatore come uno spettro che chiede disperatamente di sparire eternamente nella ‘sua notte’, di svanire in un nulla che sarà redenzione. È il Geist, lo spirito irrequieto che si rivela in un mondo fenomenico predisposto da Wagner fin dall’inizio ad accogliere la peripezia del protagonista. Sono questi elementi tipici della Romantische Oper, preludio filosofico al terribile monologo dell’Olandese (Andrea Camparsi).


Monologo Olandese, atto I, scena II

Il tempo è scaduto, sono trascorsi altri sette anni: con gran ripugnanza il mare mi scaglia a riva. Ah! Superbo Oceano! Tra poco dovrai riaccogliermi! La tua insolenza è remissiva, eterno il mio tormento. Mai troverò la certezza che bramo sulla terra! Rimango devoto a voi, oceaniche maree, fino a che non si dissolverà la vostra ultima onda e non si saranno prosciugate le vostre acque! Quante volte mi immergei con bramosia nella profonda vanità del mare, tuttavia mai vi trovai la morte! Lì, ove sono sepolti i vascelli, sospinsi la mia nave fin sugli scogli; eppure non s’è chiusa la mia tomba! Ho minacciato e schernito i pirati, furiosamente ho lottato sperando nella morte. Qui – urlai – mostra le tue gesta, la nave e la scialuppa sono piene di tesori! Tuttavia, ahimè, il barbaro figlio del mare timoroso si fa il segno della croce e fugge via! In nessun luogo una tomba! In nessun tempo la morte! Ecco l’atroce precetto della mia dannazione. A te domando, angelo divino benedetto, che hai conquistato per me il patto della mia salvezza, non fui altro che uno sciagurato balocco del tuo vilipendio quando mi preannunciasti la redenzione? Vacua speranza! Illusione tremendamente vana! E non v’è più fede eterna sulla terra! Un’unica speranza mi resta ancora, una sola s’erge possente: seppur i semi della terra germoglieranno ancora, essa dovrà comunque perire! Oh Giorno del Giudizio! Estremo Giorno! Quando mi condurrai alla mia notte? Quando tuonerà il fragore dell’annientamento che farà crollare il mondo? Quando tutti i defunti risorgeranno, allora io svanirò nel nulla. Oh voi, mondi! Fermate la vostra corsa! Annullamento eterno, accoglimi! (Traduzione di Lucia Cambria)

 

Forte fu l’incanto della leggenda antica dell’Olandese sul giovane Wagner, anima errante sospinta dai venti del Nord alla tormentata ricerca di un approdo. Nella terrifica, sublime solitudine della Thetis tra le mura granitiche dei fiordi norvegesi, la spettrale visione del vascello fantasma nel ruggito del mare in tempesta conferì all’immaginazione dell’Artista un’impressione straordinaria, il colore vivo e tetro della lotta dell’uomo contro gli elementi, contro l’abisso della perdizione. Il dramma di una vita, in musica. Poi, nello straniamento dei maledetti, ostili anni parigini (1839-1842), impregnati di struggimento per la patria tedesca, Heimat dei propri sogni, Wagner commisurò la condanna dell’Olandese con la propria dolorosa storia, avvinta dalla Sehnsucht per la Morte e, insieme, dal desiderio di Salvezza. E sarà redenzione, per sé e per l’Olandese, ardimentosi e forti. Una redenzione di stampo romantico operata da Senta, «forte fanciulla del Nord con l’energia del Mare» (come si legge nelle Osservazioni wagneriane sulla rappresentazione dell’Olandese volante del 1852), selvaggiamente protesa sui granitici scogli prima di annegare tra i vortici e trasfigurarsi insieme all’amato. Senta: idealizzazione, forse, di una nuova Ewigweibliche goethiana, eterno femminino che agisce nel mondo, capace di redimere elevando l’anima verso l’eterno immortale, cui ogni uomo anela, come Faust, come l’Olandese… come l’Artista di ogni tempo (Adele Boghetich).

 

Autori: Andrea Camparsi, Lucia Cambria, Adele Boghetich

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