Giovanni Sollima e Giuseppe Andaloro: ricercare perpetuo

Intervista a Giovanni Sollima e Giuseppe Andaloro

Un concerto speciale quello organizzato dall’Accademia Filarmonica Romana nel suo bicentenario dalla sua fondazione, in un viaggio sonoro proposto da un duo d’eccezione: Giovanni Sollima e Giuseppe Andaloro, infusione di energia e raffinata ricerca sonora, in un programma da concerto eclettico, un racconto che spazia tra mondi apparentemente distanti tra loro, ma sostanzialmente convergenti. Grazie alla loro innata capacità musicale e compositiva sono riusciti a traslare, con due strumenti come il pianoforte e il violoncello, infiniti impasti orchestrali e timbri inconsueti che hanno fatto la nostra storia, regalandoci una tela musicale dipinta con colori popolari e fine sperimentazione, pungolando il nostro interesse in un panorama senza confini.

 

Il vostro programma spazia dallo Stravinskij primitivo della Russia pagana, toccando le vette del neoclassicismo, sfociando infine nelle sonorità del Rock Progressive. Scelte musicali distanti ma con un filo conduttore in profondità, quello della ricerca del materiale popolare insaporito dalla citazione. Scelta ponderata o puro caso?

S – Il filo conduttore dei materiali popolari in realtà è un caso, ma molto apparente, perché le nostre scelte sono sempre mosse dalle nostre passioni più profonde, quindi direi più che scelta ponderata, è una scelta fatta da autentico istinto. Ci piaceva l’idea di un programma che rompesse internamente la linea drammaturgica, e avendo la passione in comune del rock progressive abbiamo pensato a questo collegamento, celebrando Stravinskij nel cinquantenario dalla morte, percorrendo i suoi stili, unendolo ad un genere fatto da pezzi incredibili scritti da polistrumentisti geniali. L’unione dei brani genera quasi un racconto, e l’idea ci è piaciuta molto. Inoltre adoro di questo programma la capacità di superare la soglia dell’eseguibilità racchiusa in ogni suo componente.

A- Questo programma ha una materia musicale che ci appartiene, unisce alcune nostre passioni, come quella del rock progressive. Mi piace questa idea del filo conduttore, e lo ritrovo non solo nei materiali popolari, ma anche nella ricerca e sperimentazione, perché lo Stravinskij della Sagra è uno Stravinskij che ci porta nella sua sperimentazione folle, rivoluzionando  la ritmica, creando un punto di svolta micidiale nella storia della musica. E così anche quella che pulsa nel rock progressive, un genere che fa uso di nuove tecnologie per arrivare ad un percorso di approccio sonoro più profondo, non convenzionale, una ricerca estetica, nella quale non mancano i riferimenti popolari.

Il trasferimento della musica da un organico all’altro modifica necessariamente l’universo timbrico, in alcuni casi anche di senso. Come avete affrontato la difficile pratica della trascrizione?

S- Credo che il timbro, con studio e ricerca, si possa rievocare, cercandolo in regioni inusuali dello strumento, usando il respiro, inventando strategie, se necessario inusitate, usando tutte le potenzialità dello strumento e del nostro corpo. In questo programma infatti si cela la vera sfida di adattare ai nostri strumenti brani come la Sagra, ci vorrebbero otto mani per il violoncello, e altrettante otto per il pianoforte, ma alla fine ce l‘abbiamo fatta! Abbiamo inventato tecniche, scordature, qualcosa di non virtuale che potesse concretamente essere efficace.

A- È difficilissimo, si vanno a trasferire delle sonorità in strumenti apparentemente limitati rispetto ad una grande orchestra, ma si riesce a traslare buona parte del materiale musicale grazie all’immaginazione, ricreando atmosfere e colori timbrici, cercando strategie con il nostro strumento, sperimentando fino a trovare il giusto equilibrio. Mi piace pensare che la musica non abbia confini e si possa eseguire “con ogni sorta di strumento”, esattamente come accadeva nei tempi antichi.

Nelle arti il desiderio di novità, e quindi di ricerca, è un requisito professionale. La sperimentazione è un fondamento stesso del tuo essere artista?

S- Sì, e credo che sia una faccenda molto antica. La musica da sempre è stata in evoluzione, pensiamo anche solo a come sperimentavano nell’epoca barocca, era tutto in fase di ricerca ed evoluzione. Nell’arte, in generale, si è sempre sperimentato. A me personalmente non piace l’idea di sedermi comodamente su ciò che ci hanno lasciato, ma anzi amo spalancare la porta sulla curiosità, e dunque non sul trovare bensì sul cercare instancabilmente. La sperimentazione mi piace quando è una pratica genuina fatta in modo organico, quando è una maniera di approcciarsi, alimentata dal mix di sollecitazioni che vengono dall’esterno, e non quando diventa un dogma. La musica per me è un organismo vivente, sempre nuovo, ti invita a studiarlo e a fare esperimenti, arrivando quindi ad un processo di sperimentazione, se vogliamo atemporale, ossia genuina e slegata da un processo di tipo estetico calcolato o proclami linguistici. Dunque la sperimentazione è un processo perenne, e in quanto perenne fondamento dell’artista, bisogna rivendicarne la sua libertà.

A- La sperimentazione per me è una ricerca, nel mio caso generata dal personale bisogno di non trattare la materia musicale come semplice riproduzione della stessa, mi approccio alla partitura con profondo studio e rispetto della prassi dell’epoca ma al tempo stesso cerco varietà e sperimentazione continua, proprio per dare alla musica una possibilità di espressione sempre più autentica, in sintonia con ciò che mi passa nello spirito e nel tempo in cui vivo. In questo mi sento in grande sintonia con Giovanni, perché lui è soprattutto un artista che vive in prima persona la creazione. Il desiderio di ricerca e sperimentazione hanno pungolato l’interesse dei musicisti da sempre, pensiamo solo a quanto sia stato rivoluzionario e visionario un artista come Beethoven che a suo tempo ha scandalizzato il pubblico, mentre invece noi oggi siamo abituati a classificarlo in una fascia storico musicale che ha subito etichettature. Secondo me bisogna anzitutto scrollarci di dosso il peso della storia, per poterlo poi saper considerare in maniera consapevole e attribuirgli nuova linfa vitale. Dunque mi sento di studiare e rispettare la tradizione, ma coniugandola al mio spirito di ricerca attuale.

Il proprio bagaglio storico socio culturale marca indelebilmente un artista, come si inserisce la tua attività artistica nell’eredità e nella profonda stratificazione della cultura italiana?

S- Quando mi approccio a questo sento due emozioni contrastanti: sorpresa e sgomento. Noi tutti siamo consapevoli di aver ereditato la cultura fortissima dal nostro paese, tradizioni profondamente radicate nel nostro tessuto, e una varietà linguistica sorprendente. Non a caso, la musica viene indicata in italiano in tutto il mondo da secoli. Il problema è capire come bilanciare la levatura della forza intellettuale con la capacità di istinto e il talento. Nel mio caso specifico, mi faccio sorprendere cercando, imbrattandomi, scendendo in campo prima con il nucleo emotivo e poi con quello cognitivo. Ma provo anche sgomento perché non sempre siamo in grado di accorgerci o ricordarci della nostra storia, di quanto siamo capaci di non sapere cosa giace nelle nostre biblioteche, o lasciare magnificamente conservate le nostre eredità, rischiando spesso di sommergere tutto.

A- La cultura è la base di tutto. Abbiamo la fortuna di vivere in un territorio che racchiude un substrato così variegato di identità culturale che ci appartengono, scorrono nelle nostre vene, riaffiorano nel nostro modo di esprimerci, dunque anche nel nostro modo di suonare. Purtroppo non sempre siamo in grado di rivendicare la nostra cultura o organizzarci per la sua scoperta e celebrazione. Poi credo che sia giusto considerare che ogni artista vada contestualizzato nello spirito del tempo in cui vive.

Sollima Andaloro

© Barattelli.it

Domanda puramente tecnica, come ti scaldi con lo strumento prima di un’esecuzione?

S- Con lo strumento ognuno di noi instaura un rapporto unico e autentico, ognuno ha la propria relazione che non può essere generalizzabile. Nel mio caso, la mia disperata necessità di tempo mi ha spinto a trovare soluzioni sempre più accattivanti. Così negli anni mi sono inventato una sequenza di esercizi di riscaldamento da fare, semplici ma al tempo stesso molto efficaci, li ho pensati come farebbe un coach con degli esercizi di training. Mentre invece, il riscaldamento pre-concerto lo vivo in modo differente, in maniera molto più umana e meno tecnica, ed è principalmente un fatto mentale: mi piace prima di un’esecuzione lasciar riposare il cello sulla sedia del palco, mi permette di non stressare mani e corpo. Non mi piace pianificare tutto, preferisco invece rimanere concentrato, soprattutto rilassato, questo mi permette di usare il corpo nella percentuale necessaria e non sprecare energie.

A- Non ho rituali particolari, mi piace rimanere concentrato, cerco di svegliare il cervello e focalizzare l’attenzione sulle prime note che andrò ad eseguire, pensando a come creare l’atmosfera iniziale, perché è proprio da lì che il mio viaggio partirà, sarà la tela sulla quale realizzerò il mio disegno, di volta in volta mutevole, accordandomi al mio mood e ai determinati istanti dell’esecuzione stessa. Mi piace lasciare le porte aperte e lasciarmi ispirare per poter creare, altrimenti si può inciampare in esecuzioni sempre più studiate e confezionate a casa. Per me, e credo anche per Giovanni, è una sofferenza, a noi interessa più cosa andremo a creare in quell’istante.

Quale è il tratto dell’altro che ti ha ispirato ad intraprendere questa collaborazione?

S- Per me Giuseppe è come un fratello, quello che più ci lega è la capacità di condividere il piacere di suonare. Lavorare con lui inoltre è molto stimolante perché trasuda un talento pazzesco e ha quella grande capacità di intuito che ci permette nel lavoro in duo di tirare fuori sempre il meglio.

A- Rifletto spesso su questa cosa, perché siamo molto diversi caratterialmente, potrei quasi dire che apparteniamo a galassie diverse, ma è una diversità che funziona, riusciamo incessantemente ad attrarci rispecchiandoci gravitazionalmente, grazie anche al nostro Leitmotiv della ricerca, e lo trovo affascinante. La cosa che mi piace di più di Giovanni è la sua capacità di amore incredibile, la sua energia, e il saper vivere con il suo strumento, mettendo tutto questo nella sua arte, riuscendo sempre ad ottenere quel grado di libertà con la musica. Questo per me è uno stimolo pazzesco, perché mi ritrovo a suonare con un vulcano attivo che da un momento all’altro potrebbe esplodere o rimanere in una calma apparente, ma sempre caratterizzato dalla sua vibrazione interiore costante. Ogni momento condiviso con lui è per me una sconfinata fonte di apprendimento.

Come è cambiata secondo te la considerazione dell’artista oggi?

S- In effetti ce lo stiamo chiedendo tutti, fino a poco fa non siamo esistiti, abbiamo avuto il forte istinto che ci ha reso reattivi, soprattutto durante la pandemia, ma purtroppo non abbiamo avuto appoggio e supporto adeguato da parte delle istituzioni.

A- È cambiata moltissimo, il musicista oggi sembra quasi una mosca bianca senza alcun peso. Oltre alla transizione al digitale, è cambiata l’essenza della ricerca e della percezione dello svago, una volta si andava a teatro, ora si apre un video e sembra che quasi non ci sia più quel bisogno. E questo cambia molto la percezione dell’artista.

La nuova modalità pandemica di approcciarsi alla musica ha in qualche modo cambiato gli equilibri e modificato i tempi. Secondo te ha cambiato anche l’approccio con lo strumento?

S- Non con lo strumento, ma ha totalmente cambiato la mia dimensione del suono, così come quella della mia scrittura. Il lockdown ha portato con sé una lentezza che ho affrontato con approccio sano e naturale, e mi ha permesso di studiare con pazienza, cercando una dimensione molecolare del suono, tornando all’essenza della musica, in un’atmosfera più intima.

A- Sì, sta cambiando moltissimo il mio approccio con lo strumento, e alla musica in generale, in bene e in male. A casa abbiamo avuto tutti molto più tempo, per suonare e studiare con calma, ma devo ammettere che negli ultimi tempi mi sono sentito molto denigrato dall’alto, realizzando il fatto che la figura dell’artista non è stata prettamente considerata una figura necessaria, di nessun interesse per l’anima e per la società. Questo mi ha ferito profondamente, portandomi molte emozioni negative, e mettendo in difficoltà il mio approccio con lo strumento.

Il momento storico attuale ci ha reso orfani di un pubblico diretto: c’è, ma non interagisce, dunque non è più parte integrante dell’atmosfera dell’esecuzione. Come contrasti questa mancanza dell’alchimia dello scambio di emozioni con il pubblico?

S- In questo momento è una necessità, il pubblico comunque non manca, la sua forza si sente lo stesso, e sono sicuro che quando tutto ciò passerà tornerà anche l’alchimia, sicuramente ancora più forte di prima.

A- Sì, è un cambiamento talmente potente che lo trovo a tratti aberrante. Ricordiamoci che la musica è un dialogo. Quando studiamo a volte, può essere un importante monologo profondamente interiore, se vogliamo, ma in concerto non si può fare a meno di quell’alchimia che ti regala il pubblico, che serve per plasmare la tua materia. Su questo cambiamento ci sto ancora studiando.

Domanda finale di rito, progetti futuri?

S- Durante il lockdown ho avuto la calma e il tempo di studiare, scrivere e pensare. Questo mi ha portato finalmente a lavorare ad alcuni progetti che rimandavo sempre per mancanza di tempo, come lo studio profondo dei manoscritti di Bach, e quindi alla registrazione delle sue Suites, e per me è stato come toccare l’essenza della musica. Il lockdown inoltre ha risvegliato la natura, e mi ha permesso di scrivere in un’altra ottica. Ho sentito questa natura comunicare in maniera diversa, e così è nato il progetto Acqua Profonda, nato dalla necessità di sensibilizzare, soprattutto i giovani, su una sana cultura della natura e del riciclaggio, in un dramma musicale, celebrando la riscoperta ambientale e dei nostri mari, in modo più profondo. Ho lavorato al Libro della Giungla che sta ora iniziando la sua rappresentazione, già iniziata a Kiel. Inoltre ho finito di lavorare ad un quintetto, ad un brano per due violoncelli di fieno, e ho un’idea nuova, che però al momento non posso ancora rivelare.

A- In questo periodo mi sono impegnato in profonde ricerche per scoprire quanta musica sia stata composta in seguito all’ispirazione del testo dantesco, ed ho trovato una grande quantità di musica composta dal medioevo fino ai nostri giorni, con brani che partono da Marenzio fino ad arrivare a Rachmaninov. Ho cercato quindi di trovare un percorso di brani ispirati dalle parole di Dante per cercare un connubio musicale, con una musica non concepita originariamente per pianoforte, cercando di far fluire la mia immaginazione per riprodurre un repertorio inusuale, riadattare partiture orchestrali o brani come madrigali per uno strumento come il pianoforte. Dunque ho potuto scavare nella storia e combinare l’eredità musicale con la mia contemporaneità, cercando di reinterpretare, con il mio personale apporto.

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