2020 Anno Zero: Marco Betta e il Massimo di Palermo

Il cammino del Teatro Massimo di Palermo

Il 2020 ha portato innumerevoli cambiamenti nelle nostre vite, nelle nostre abitudini e nel mondo della musica. Non tutti sono stati necessariamente negativi, nonostante le difficoltà: molte istituzioni musicali hanno cambiato volto, si sono adattate per rispondere alla situazione e alcune di queste hanno rinnovato i propri vertici, riconfigurando il panorama artistico manageriale italiano. Per questo abbiamo scelto di incontrare i nuovi volti delle Sovrintendenze e delle Direzioni Artistiche e Generali di teatri, orchestre, istituzioni concertistiche, festival, e accademie italiane, per capire dove andrà la nostra musica nei prossimi giorni, nei prossimi mesi e nei prossimi anni, quali sono i progetti più a lungo termine e cosa possiamo imparare da questo periodo per risolvere problemi con cui conviviamo spesso da molto più tempo.

Marco Betta è stato recentemente rinominato direttore artistico del Teatro Massimo di Palermo, proseguendo un cammino iniziato quasi trent’anni fa. Ora le sfide del presente sono altissime, ma uno sguardo lucido, unito a grande entusiasmo, permetterà al Massimo una fase inedita, sotto il segno del dialogo e della sinergia.

Marco, per il Teatro Massimo di Palermo non sei un volto nuovo, dal momento che ne hai curato la direzione artistica dal 1994 al 2002. Al tempo hai assunto questa carica diventando uno degli attori principali della riapertura del teatro, dopo 23 anni di inattività. Cosa significa per te, trascorsi due decenni, tornare al Massimo oggi, in un contesto così complesso?

È stato come tornare a casa, con la coscienza delle mille battaglie combattute al fianco di un amico come Francesco Giambrone, con il quale ho intrapreso un cammino impegnativo e peculiare. La Palermo ai tempi della riapertura del Massimo era una città complicatissima, dove il prendere posizione aveva un suo senso etico, civile, che indirizzava in maniera radicale le scelte da compiere, sia nella musica, che nella propria vita personale.

Fare tutto questo con un sodale come Francesco, con il quale condivido la visione di tanti orizzonti, è stato emozionante. E lo è tuttora. Prima del 1994 il Teatro Massimo era un cadavere enorme, che giaceva al centro di Palermo. Entrarci e immergersi nel buio delle sue sale, tuttavia, non ci ha scoraggiato: abbiamo notato fin da subito una grande possibilità di rinascita, la stessa che sto percependo ora, nonostante tutte le difficoltà.

Stiamo camminando sul filo del rasoio, è vero, ma questo è il momento dell’impegno quotidiano, per tenere in piedi un sistema che non vogliamo che muoia.

Questo tempo doloroso e difficile, d’altronde, da una parte ci porta a fronteggiare problemi inediti, che si manifestano quotidianamente in maniera repentina, e dall’altra ci impone fortemente un tema: come cambiare in maniera intelligente e in armonia con i tempi, conservando un’idea di equilibrio tra un lavoro che porti al consolidamento e un altro che lavori necessariamente di fantasia, virtuosisticamente.

Credo sia molto interessante questo aspetto dell’equilibrio tra le diverse energie, che si traduce nel connubio tra pragmatismo e creatività. Che tipo di proposta artistica stai definendo, e cosa stai valorizzando in questa fase?

Ho sempre ritenuto che la progettazione artistica in teatro debba avvenire attraverso un percorso di armonizzazione umana nello staff, coinvolto in un cammino condiviso – è una grande scommessa sull’umanità dell’arte. E questa visione etica si riflette con consapevolezza sul rapporto con il pubblico. In questo senso la scelta, condivisa da moltissime fondazioni, di utilizzare le nuove tecnologie come lo streaming, diventa cruciale. A Palermo il Teatro aveva già scommesso negli anni passati sul Web e sullo streaming grazie al lavoro di Gery Palazzotto.

Ma oggi, paradossalmente, in un contesto in cui il contatto fisico è inevitabilmente ridotto, siamo riusciti a realizzare un’interazione alternativa attraverso la tecnologia. Siamo testimoni di una modalità di ascolto totalmente nuova, inedita: per sentire la voce dell’altro, mediata attraverso uno schermo, è necessaria una grande concentrazione.

Tutto l’entourage con il quale collaboro intuisce che ci sono dei grandi cambiamenti in atto, quindi è fondamentale costruire una visione condivisa. Al Teatro Massimo abbiamo accolto con grande entusiasmo le possibilità offerte da questa nuova tecnologia, utilizzando lo streaming come tratto linguistico innovativo per costruire una nuova capacità di narrare l’opera.

Ma, devo essere sincero, questa nuova dimensione mi fa sentire come se fossi su un treno in corsa, in galleria: riesco a percepire une luce flebile, ma non so cosa ci sia effettivamente dopo la curva.

Il dibattito sullo streaming è, effettivamente, ancora aperto e problematico. Come ha reagito la comunità del vostro pubblico ai cambiamenti che state mettendo in atto?

Lo streaming è, ovviamente, una grande possibilità per allargarsi, perché l’offerta si posiziona su parametri diversi rispetto a quelli del pubblico fisico. Ci sono stati sia commenti entusiastici, che circospetti che in qualche modo nascondono il dolore per l’assenza di un convenzionale rapporto pubblico-teatro. Il pubblico è sicuramente diviso nel concepire questa nuova formula, ma d’altro canto penso che la musica del futuro si coniugherà sempre di più a questa dimensione tecnologica.

La questione nasconde molte contraddizioni, ovviamente. Nell’esperienza dell’ascolto acustico tu sei “bombardato”, ma rimani seduto e godi dell’effetto del suono che arriva in modo naturale nel teatro, mentre nello streaming tu potresti anche staccare e smettere: questa funzione di spegnimento e accendimento è una possibilità dell’ascolto online che non tutto il pubblico apprezza.

Diciamo che crea una distinzione molto netta tra chi si distrae facilmente e chi invece riesce a entrarci con tutto se stesso…

È vero, ma sono convinto che questo porterà sempre di più a scegliere consapevolmente. Nei commenti del nostro pubblico si evidenza questa tematica della ricerca della soddisfazione massima o anche della nostalgia verso ciò che era questo mondo. Ma se c’è una nostalgia per un mondo incrinato, vuol dire che siamo in cammino verso una nuova direzione. Già guardiamo a tutto in modo diverso.

Come?

Concretamente, dal punto di vista della fruizione della musica: procedere con un’intera riscrittura del codice del comportamento e del linguaggio delle opere di repertorio. Attraverso lo streaming inoltre, certi contenuti vengono trasmessi gratuitamente. Ciò significa un cambiamento sociale fondamentale, perché costruisce un rapporto diverso con le opere che nascono sotto il segno di un grande bisogno di democrazia. Un tempo si poteva programmare un’opera di richiamo, dando per scontata la larga partecipazione del pubblico.

Nella forma-streaming punti sulla rappresentazione, sul taglio cinematografico che dai all’opera. La cosa che sta diventando sempre più importante non è il titolo dell’opera in sé, come se fosse un bene economico che di per sé ha un valore di contenuti e fama, ma il progetto artistico che sta dietro. Non è detto che facendo un’opera famosa in streaming arrivi lontano, c’è una “democrazia del click” e delle visualizzazioni, che è implacabile. È tutto molto più fluido: il pubblico su internet accede in modo sfaccettato agli spettacoli, rispetto al confronto con lo spazio fisico. Quindi sento sempre di più che la cosa importante non sia più l’opera in sé, ma è il progetto dell’opera stessa.

Se dovessi sintetizzare in una parola il lavoro della tua squadra in teatro, quale sceglieresti?

Direi sicuramente: “stupore”.

Spiegati.

Oltre a immaginare come saranno le opere del futuro, in questo contesto così elettrizzante, al Massimo stiamo riflettendo sulle possibilità che ci vengono dal passato. Per esempio, con il progetto Il crepuscolo dei sogni, realizzato da Johannes Erath e Omer Wellber abbiamo tentato di creare una sorta di nuova narrazione dell’opera lirica: un cammino in 500 anni di musica, usando una nuova formula narrativa.

È un cammino ideale che va da Purcell a Boito, spingendosi fino a Korngold: una narrazione sull’uomo che riflette attivamente sul proprio tempo; una “rappresentazione onirica”, quasi irreale, del cammino dell’essere umano; un’opera contemporanea, che però è basata sul repertorio. Di fatto è una narrazione di narrazioni. Quest’opera per me rappresenta anche un senso della novità di questo tempo, quel sincretismo tra repertorio e opera nuova, caratterizzato da grande libertà formale.

Il dialogo con il passato è un dialogo naturale e a noi interessa che rappresenti anch’esso un cammino profondamente umano. È una ricerca delle radici e delle gemme da cui proveniamo. È come ritrovare l’identità attraverso i nonni, i bisnonni. Questa attività di ricreazione della forma per me è veramente una manifestazione di energia creativa.

Marco Betta

Prima hai accennato alla tua personale concezione di direzione artistica, ovvero una “sinergia di visioni”. Come si sta articolando, quindi, la collaborazione con le altre anime del Teatro – per esempio, tanto per fare un nome, con il direttore musicale Omer Meir Wellber?

“Sinergia di visioni” è una formula perfetta per definire il lavoro che stiamo portando avanti al Massimo. Omer Wellber è un musicista veramente straordinario, magnetico. È quello che si può definire un musicista completo, sotto tutti i punti di vista, sospeso fra profondità, perizia tecnica, intuizione e capacità strategica.

Ma l’aspetto più significativo è che stiamo lavorando tutti in cammino, con Ciro Visco il Maestro del Coro, con Davide Bombana, il direttore del ballo, con Paola Lazzari Direttore di Produzione, Alessandro Di Gloria responsabile della programmazione, Fedora Sorrentino Segretario artistico, Mimmo Pirrone Coordinatore dell’orchestra e con tutto lo staff. Parlo di una strategia umana collettiva. Credo sia significativo che in una condizione di distanza obbligata, siamo così sollecitati a capire l’importanza dell’essere vicini, anche se è una vicinanza telepatica.

Omer Meir Wellber

Non è più importante che ci sia la visione del singolo, ma le visioni di un mondo intero, quello del teatro, le cui parti sono coinvolte in un cammino sinergicamente, trovando l’unicità nello stile e nell’armonia: una coreografia complessiva, invece dei gesti. È molto più importanti sincronizzarci sull’ascoltare i sussurri del tempo e poterli amplificare, lavorando tutti insieme.

Siamo di fronte a una svolta: abbandonare gli individualismi per intraprendere un cammino collettivo, nella consapevolezza che non possiamo più bastare a noi stessi.

Su quali prospettive vedi proiettato il Teatro Massimo?

Nonostante il periodo doloroso e difficile, io vedo delle prospettive molto positive. Vedo un rapporto riconquistato con il pubblico, legato all’idea che non sarà più un’abitudine andare in teatro, ma una scelta. Non più un habitus sociale che riflette la propria posizione, ma un bisogno di crescita. Il teatro continuerà a vivere anche grazie alla tecnologia e a progetti alternativi, saranno due cammini che si incroceranno e si incontreranno spesso.

La mia visione sul futuro è quella di un teatro umano che può finalmente diventare un centro civile, in qualche modo dispensatore di riflessioni e di aperture di nuove porte, di nuovi orizzonti. Continueremo a raccontare quello che siamo, dove siamo arrivati, come riusciremo a essere sempre in cammino rispetto alle nostre questioni, piccole e grandi. Quelle dell’ecologia, della dignità sociale, ma anche i grandi temi personali, delle individualità. Da questo punto di vista mi vedo ottimista sul rinascimento che ci aspetta.

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