Gustav Mahler e il volto della Natura

«La mia musica è sempre, e soprattutto, voce di Natura!»

Autore: Redazione

22 Ottobre 2020

Ristretta è stata, fin dalla giovinezza, la vita di relazione di Gustav Mahler, sempre chiusa nella cerchia esclusiva di poche devote amicizie e di coloro che prendono parte alla sua attività artistica. Ma tra lettere e dialoghi è possibile rintracciare alcune interessanti “chiavi di lettura” per comprendere la sua musica e la sua complessa personalità, che lo stesso Freud avrebbe definito «un gigantesco, misterioso edificio, sulla cui facciata non cade mai alcun bagliore di luce».
«Arte e cultura, arte come cultura – scrive Ugo Duse – e la vita stessa, con i suoi casi quotidiani, si incontrano e si scontrano nelle Lettere di Mahler: una straordinaria unità accompagna sempre i pensieri di quest’uomo che del teologismo kantiano della Critica del giudizio sembra aver lastricato la propria via tormentata». La via di un’esistenza votata fino all’ultimo alla scoperta dei suoni e dei colori di una Natura che, pur nella bellezza panica delle proprie forze, come negli umbratili richiami della notte, diviene Vita e Poesia di una modernità ancora oggi impressionante.

Mahler Natur

Gustav Mahler a Dobbiaco

«Probabilmente riceviamo tutti i ritmi ed i temi primigeni dalla Natura – testimonia un famoso dialogo [Naturlaute als Urmusik] del compositore con l’amica Natalie Bauer-Lechner, nell’estate 1897 – che ce li offre, già densi di significati, in ogni voce animale. L’uomo, e l’artista in particolare, trae sempre materie e forme dal mondo che lo circonda, per poi liberamente trasformarle; e ciò, sia che egli si trovi in gioiosa, armonica sintonia con la Natura, sia che le si contrapponga con dolore e ostilità, sia che, da un osservatorio sovrastante, tenti di evitarne lo scontro aggrappandosi all’umorismo e all’ironia. Ne derivano le basi di uno stile artistico sublime, sentimentale-tragico, ironico».
Se la Natura, dunque, è Vita in continua, microcosmica creazione, non può non trovar voce nello Streben delle Sinfonie di Mahler, nella continua evoluzione delle sue idee, nella Gestalt delle proprie visioni interiori: «La mia musica è sempre, e soprattutto, voce di Natura! – scrive Mahler a Richard Batka, da Amburgo, il 18 febbraio 1896 – Ciò mi pare che sia quel che Hans von Bülow una volta, con me, aveva definito “il problema sinfonico”. Non riconosco alcun’altra specie di programma per le mie opere. Se qualche volta ho fornito dei titoli, è perché ho voluto solo suggerire quali sensazioni debbano poi tradursi in visioni». Un tentativo, questo, di visualizzare per gli altri le sensazioni che egli stesso percepisce ed esprime in suoni. «Se la parola è poi necessaria – continua – si ricorra pure alla voce umana, capace di chiarire anche le intenzioni più ardite».
Quel “problema sinfonico” è per Mahler superato anche dall’esperienza interiore, che domina sulla sua intera produzione. Contrario, infatti, al poema sinfonico, ovvero a quella tendenza tardo-romantica di vincolare la musica a modelli letterari (come amava fare Richard Strauss), Mahler preferisce sempre, quando necessaria, l’aggiunta della parola, capace di divenire essa stessa musica se utilizzata in contesto sinfonico, perché «Chi vuole creare musica – scrive a Bruno Walter nel 1906 – non deve voler dipingere, poetare o descrivere. Ciò che viene tradotto in musica è sempre l’uomo nella sua interezza: l’uomo che sente, pensa, respira, soffre. Non ci sarebbe nulla da obiettare contro un programma, purché in esso si esprima un musicista e non uno scrittore, un pittore, un filosofo».

La lucidità con cui Mahler affronta i problemi estetici del suo tempo, l’impegno con cui lotta in difesa dei propri principi, la presa di coscienza delle difficoltà insite nel suo linguaggio musicale, vengono più volte chiariti nei suoi dialoghi: «Le mie sinfonie trattano a fondo il contenuto di tutta la mia vita; dentro vi ho espresso esperienze e sofferenze, verità e poesia in suoni. E se uno sapesse leggere bene, la mia vita gli apparirebbe davvero trasparente. In me creare e vivere sono tanto radicalmente congiunti che, se d’ora in avanti la mia esistenza scorresse tranquilla come un ruscello nel mezzo di un prato, io non sarei in grado di fare più nulla di buono». Quell’impegno, però, si paga spesso con l’incomprensione: «Non arriverò mai – leggiamo in un dialogo del 24 aprile 1896 – a vedere, da vivo, la mia causa vittoriosa. Troppo strano e troppo nuovo è ciò che scrivo per chi ascolta, che non trova modo di giungere a me. Ciò che ho scritto quando studiavo composizione, quando mi rifacevo ad altri, sono cose andate perdute o che non sono mai state eseguite; ma ciò che è venuto dopo, cominciando da Das klagende Lied, è già così mahleriano, così nettamente impostato al mio stile, da non aver più alcun legame con gli scritti precedenti. Ma gli uomini non hanno ancora accettato il mio linguaggio. Non hanno idea di quel che dico o che intendo dire; tutto appare loro insensato, incomprensibile. A mala pena capiscono ciò che io voglio i musicisti chiamati ad eseguire la mia musica. Ne presi tristemente atto a Berlino tra le insormontabili difficoltà delle prove del Primo movimento della mia Prima sinfonia; e fu un vero momento da suicidio! Perché mai, mi domandai, devo soffrire tutto ciò? Perché devo addossarmi questo terribile martirio? Provai allora una sconfinata sofferenza non solo per me ma per tutti quelli che, prima di me, sono stati crocifissi perché avevano voluto dare al mondo il meglio di se stessi, e per tutti quelli che lo saranno dopo di me». E ancora, in una Lettera ad Arthur Seidl da Amburgo, il 17 febbraio 1897: «Ciò che un musicista è, a mala pena si può esprimere a parole. Si potrebbe piuttosto dire ciò che in lui è diverso dagli altri. Ma di che cosa poi si tratti, egli per primo sarebbe meno di ogni altro in grado di raccontare. Lo stesso vale per ciò che riguarda le sue mete, verso le quali egli si dirige come un sonnambulo; non sa quale sia la strada che percorre, forse costeggia abissi vertiginosi, ma certo procede verso la luce lontana». Mahler, infatti, considera la creazione musicale «un atto mistico, governato da forze misteriose». Ma ogni arte ha sempre qualcosa di misterioso, di incommensurabile: «Se riesci ad abbracciare un’opera con uno sguardo – confessa a Natalie Bauer-Lechner Mahler, nell’estate del 1900 – ha già perso la sua magia, così come, se di un magnifico parco conosci tutti i sentieri, risulterà noioso passeggiarvi». E ancora, in risposta alla lettera di un’altra amica, sulla più spontanea fruizione della natura rispetto all’arte: «Gli uomini credono che la Natura si riveli solo in ciò che vediamo in superficie! Sì, è l’aspetto esteriore, ma neanche le sue impronte hanno visto coloro che, di fronte alla Natura, non abbiano ancora provato tutti i brividi di un infinito mistero, che non abbiano ancora afferrato, nel suo volto, quella divinità che possiamo solo intuire ma non comprendere, né penetrare. Una traccia di quell’infinito, che è in Natura, deve rimanere anche in ogni opera d’arte, che di quella Natura deve essere la rappresentazione».
Una posizione decisamente platonica, contro l’impostazione apparentemente aristotelica della poetica mahleriana! Ma egli, si sa, è Artista, in relazione con la totalità della Natura attraverso la propria sfera interiore, la propria sfera spirituale di emozioni scaturite dall’oscuro sottosuolo dell’inconscio; infatti, per Mahler, l’esigenza di esprimersi musicalmente nasce proprio «quando dominano le sensazioni oscure, e dominano sulla soglia che conduce al mondo altro: il mondo in cui le cose non si scompongono più nel tempo e nello spazio».

Adele Boghetich

Adele Boghetich è autrice del libro Gustav Mahler. Il Canto della Terra. All’ombra degli abeti (Zecchini, 2014)

 

Fonti:

Natalie Bauer-Lechner, Erinnerungen an Gustav Mahler, Leipzig, E. P. Tal Verlag, 1923

Gustav Mahler Briefe, Paul Zsolnay Verlag, Berlin-Wien-Leipzig,1924

Gustav Mahler im eigenen Wort-im Worte der Freunde, 1958

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