L’arte musicale come narrazione

Intervista a Michele Di Filippo

Autore: Marco Surace

21 Settembre 2020

Michele Di Filippo è un chitarrista e compositore dei Castelli Romani che, nonostante la giovanissima età, ha già lasciato tracce significative della sua passione per la musica e del suo essere musicista a 360°. Galeotto di questa intervista fu il suo ultimo disco, uscito il 14 settembre scorso sotto l’etichetta Da Vinci, dedicato interamenteRoland Dyens, compositore e chitarrista francese dalla grande versatilità e sensibilità. Il progetto discografico rappresenta senza dubbio il piatto forte ma, nel corso della chiacchierata, abbiamo avuto modo di parlare di Beethoven (non si capisce come ma si finisce sempre a parlare di lui), di Stravinskij, dell’essere compositori e chitarristi oggi, di progetti futuri. Conoscendo Michele da un po’ di tempo mi sono permesso di intrattenere con lui una chiacchierata virtuale senza formalizzarmi troppo: credo che la mia canottiera deputata a ricoprire il ruolo di “tenuta da casa” e il mio continuo sorseggiare ossido di diidrogeno con il tipico atteggiamento salottiero non gli abbiano dato alcun fastidio.

 

Michele, come è nata la passione per la chitarra e in che modo si è articolato il tuo percorso di studio dello strumento?

Ero giovanissimo – avevo a otto anni – e in casa c’era una vecchia chitarra che aveva strimpellato qualche volta mio fratello. In una calda estate mi sono messo a provare questo strumento, vedendo cosa potesse venirne fuori. Mia madre un po’ la suonava la chitarra e quindi mi ha indirizzato all’inizio, poi piano piano è insorta questa “malattia benefica” della musica, che non mi ha più abbandonato. Da lì ho iniziato un percorso con un grande maestro di Genzano, Andrea Pace, che mi ha preparato per affrontare gli esami di Conservatorio da privatista. Nel 2011, con la riforma dei Conservatori che ha istituito i trienni e i bienni accademici, mi sono dovuto fermare con gli esami; nel 2017, però, è uscita una sentenza del Consiglio di Stato che ha permesso ai privatisti di finire il percorso iniziato, ragion per cui ho terminato gli studi accademici sostenendo in un’unica sessione gli esami di armonia, storia della musica e di ottavo e decimo anno.

Una bella impresa, eh!

Eh sì insomma, un bel percorso ad ostacoli!

Ad un certo punto hai deciso di affrontare anche gli studi di composizione. Cosa ti ha spinto a farlo e come descriveresti la tua attività compositiva, ad oggi?

Sì, finita la scuola sentivo la necessità di approfondire la scrittura musicale e mi sono iscritto al Triennio di composizione al St. Louis di Roma, studiando con Gianluca Podio. È un musicista che viene da un’esperienza molto allargata, visto il suo rapporto diretto con Petrassi (era amico di famiglia) e Morricone ma anche nella musica pop con Renato Zero e Pino Daniele. Per questo studiare con lui mi ha aperto a molte prospettive, dalla composizione tradizionale (contrappunto, fuga, variazioni per orchestra ecc.) alla musica applicata, permettendomi di raccordare la formazione triennale con quella biennale. Ho completato i miei studi al Conservatorio di Frosinone con Antonio D’Antò e devo dire che lo stacco tra i due maestri quasi non s’è sentito, avendo entrambi i maestri un pensiero musicale molto simile e in cui mi rivedo.
Non sento il bisogno di etichettarmi, di allegarmi ad una situazione musicale piuttosto che un’altra, ma il mio intento principale è senza dubbio quello di recuperare l’elemento della narrazione nella scrittura musicale. A mio avviso in alcuni momenti della storia più recente, soprattutto nei movimenti d’avanguardia, un po’ si è persa questa caratteristica per quanto concerne l’organizzazione del materiale sonoro. Vorrei far emergere un filo conduttore del discorso musicale, uno svolgimento intellegibile che possa far comprendere non solo l’idea compositiva ma possa anche rieducare all’ascolto consapevole: oggi siamo in una società smart, molto veloce, e invece per ascoltare la musica e contemplare l’arte bisogna darsi del tempo.

Mentre mi parli dell’elemento della narrazione non può che venirmi in mente Beethoven, del quale quest’anno ricorrono i 250 anni dalla nascita, e che è senza dubbio una figura emblematica sotto tanti fronti, compreso l’aspetto della coerenza narrativa. Qual è il tuo rapporto con il Meister di Bonn e quali sono i compositori che maggiormente prediligi?

Penso di essere molto scontato in questa risposta, ma Beethoven è un punto di partenza imprescindibile per me come lo è per ogni musicista. La sua coerenza interna era pensata e ponderata ma allo stesso tempo legata all’espressione stessa, quindi questo fa di lui forse il primo grande compositore della storia che ha scelto musicalmente cosa voleva fare (al di là di committenze e condizionamenti) e che lo rende una figura eternamente attuale.
L’altro compositore a cui mi ispiro molto e in cui trovo grande coerenza è Stravinskij. Pur avendo opinioni molto nette e, per certi aspetti, controverse sulla musica applicata o sul significato stesso della musica, l’esperienza di Stravinskij mi è servita per razionalizzare il mio rapporto con la tradizione: la ricerca della novità non è per forza positiva, ma soprattutto non deve essere fine a sé stessa. Insomma, il mito del “primitivo”, questo filo conduttore che ci accomuna tutti dall’inizio della nostra esistenza è ciò che mi lega maggiormente alla sua musica. Ovviamente ce ne sono tanti altri che non sto qui ad elencarti!

© davinci-edition.com

 

Passiamo ora al tuo CD, “Roland Dyens: Guitar Works”, uscito il 14 settembre per DA VINCI CLASSIC. Francese di origine tunisina, Dyens è stato un eclettico chitarrista, compositore, arrangiatore che ci ha lasciato ormai quasi quattro anni fa. Ti chiederei di raccontare ai lettori della sua figura e del tuo rapporto con la sua musica per chitarra, nello specifico quella che hai incluso nel disco.

Il rapporto con la musica di Dyens è nato chiaramente nell’ambito della mia attività chitarristica, essendo lui un autore-chitarrista, che parte dall’esperienza sul suo strumento. La sua era una volontà di esprimersi sul suo strumento in molti modi diversi e questo lo ha reso capace davvero di trascendere, di andare oltre, toccando qualcosa che per il suo strumento non era, appropriandosi di qualcosa di lontano e trasponendolo sulla chitarra. Dyens ha quindi parlato di sé, attraverso la sua visione, però parlando molte lingue. Ciò che mi ha stupito di più sono, paradossalmente, le sue esecuzioni non di musica da lui composta ma di un repertorio chitarristico precedente, come gli studi di Fernando Sor o Mauro Giuliani. La peculiarità, però, è la sua personale rivisitazione di questi studi didattici per chitarra sola in una nuova versione per chitarra e quartetto d’archi; il contorno che è riuscito a creare intorno all’originale parte chitarristica è molto particolare e raffinato, secondo me.

La scelta di fare un disco su di lui è stata una sfida con me stesso e mi ha fatto crescere molto, perché ho cercato di rappresentare il più fedelmente possibile il suo essere così poliedrico (anche se un disco solo non basta!), il Dyens compositore e il Dyens che è in grado di rimanere sé stesso su musica d’altri. Nel CD infatti eseguo i suoi arrangiamenti di tre canzoni francesi (Revoir Paris, Syracuse, La Biciclette), che dimostrano anche il suo profondo legame con la musica popolare, e altre sue composizioni più o meno eseguite. La più celebre è sicuramente la Libra Sonatine (1986), scritta in seguito ad un’operazione al cuore che ha dovuto sostenere e che rappresenta quel periodo della sua vita: la caotica “India” (prima dell’operazione), poi il “Largo” (durante l’operazione) e infine il “Fuoco”, i cui i ritmi sfrenati simboleggiano una vera e propria incarnazione del suo ritorno alla vita, del cuore che riparte. Dyens era poi molto affascinato dalla musica latino-americana ma anche da tradizioni musicali più vicine: in Santo Tirso si vede un Dyens “pittore musicale” che crea un affresco sonoro dell’omonima cittadina portoghese, nelle Trois Saudades si fa riferimento all’atmosfera tipica della musica brasiliana e nei Trois Pièces Polyglottes assume un approccio compositivo europeo, quasi beethoveniano soprattutto nel primo dei tre pezzi, Sols D’Ièze, una fantasia costruita su un solo mattoncino: la nota Sol#.

Vista la sua passione per la musica brasiliana, chissà che non lo abbia ispirato la famosa Samba de uma nota só!

Chi lo sa, può essere! Certamente un esperimento del genere rappresenta una sfida con sé stessi, per provare ad esprimersi con un altro linguaggio ancora.

Ci sono poi tre brani “sfusi”, Songe Capricorne (richiama una dimensione quasi astrologica, “intergalattica”, Lettre encore (anche qui aleggiano sonorità brasiliane) e Alba nera (una Habanera dall’atmosfera crepuscolare).

Insomma, con questo disco cerco di rappresentare un po’ tutte le sfaccettature di una personalità varia come quella di Dyens, che non si è risparmiato nulla: dalla Sonatina solistica alle sonorità jazzistiche e alla musica popolare.

 

Son sicuro che tu sia riuscito a restituire un’immagine di Dyens piuttosto fedele e anzi, nonostante il tragico momento che abbiamo vissuto negli scorsi mesi e che, purtroppo, ancora stiamo vivendo, sei riuscito a darti da fare al meglio delle tue possibilità e a lavorare ad un progetto decisamente interessante e ambizioso. A questo punto ti chiedo, per concludere, quali sono i tuoi programmi per il futuro prossimo (se ci puoi dare qualche spoiler)?

Sono sempre favorevole agli spoiler! Ovviamente c’è tutta una programmazione legata alla presentazione del disco, se ce la fanno fare…Dal punto di vista compositivo ci dovrebbe essere a breve tutta una serie di prime esecuzioni, previste già qualche tempo fa con l’orchestra e che abbiamo dovuto rimandare, per forza di cose, nonché alcune pubblicazioni di partiture sempre per la DA VINCI EDITIONS. Per quanto riguarda la discografia ho in cantiere un’altra idea su un autore piemontese poco conosciuto, Giuseppe Rosetta, vissuto tra la fine dell’Ottocento fino agli inizi della seconda metà del Novecento.

Beh questo mi sembra proprio un big spoiler! Ci puoi dire qualcosa in più sulla sua figura?

Certamente! Rosetta è stato docente di chitarra del M° Angelo Gilardino, a cui ha dedicato alcune (non molte) opere per chitarra, ma della sua figura non si è parlato molto nel corso del Novecento poiché faceva parte di quella schiera di compositori che utilizzava, sì, un linguaggio “allargato” in alcuni gesti e soluzioni ma decisamente tradizionale rispetto all’avanguardia che aveva preso piede intorno alla metà del XX secolo.
Trovo che sia importante recuperare e riscoprire il suo contributo in ambito chitarristico e, in generale, musicale (era un compositore tuttofare, tanto che in questo trovo sia molto simile al coevo Mario Castelnuovo-Tedesco), e mi sembra doveroso oggi dare un po’ più fiducia e di lustro, con un approccio storico e critico, a lui e ad altri compositori dalla poetica simile.

Written by Marco Surace

Laureato in chitarra classica al Conservatorio "Santa Cecilia" di Roma e in Musicologia all'Università "La Sapienza". Nella mia quotidianità cerco di far convivere la mia ossessione per Maurice Ravel con l'entusiasmo della scoperta di nuove sonorità. Innamorato perso del violoncello, della musica minimalista e della pasta alla Carbonara. Ho una battuta o un meme per ogni occasione.

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