Il Quartetto Werther e un’Eroica cameristica

Portare in concerto una trascrizione per quartetto con pianoforte dell’Eroica è un’idea tanto folle quanto stuzzicante, quindi ne abbiamo parlato con il quartetto Werther, che tenterà l’impresa al Festival Cristofori di Padova

Autore: Filippo Simonelli

8 Settembre 2020

Il Quartetto Werther è una formazione per molti versi tipica: musicisti giovani e talentuosissimi, cresciuti nelle migliori scuole e con maestri di chiara fama, primi a importanti concorsi e concerti in luoghi prestigiosi, fino a una consacrazione con il Premio Farulli ricevuto lo scorso anno. Ciò che distingue questo quartetto rispetto a tante realtà simili che stanno emergendo o sono emerse nel corso degli anni è l’organico: il Quartetto Werther infatti accosta ai tre archi un pianoforte, cosa che lo rende per certi versi un ibrido. Non certo un unicum, visto che per questa formazione si è scritto fin da prima dell’Ottocento, ma comunque una macchina complessa e sfaccettata che merita una piccola digressione.

Il pianoforte è uno strumento che da sempre ha fatto storia a sé, con un repertorio sterminato e su cui si sono cimentati più o meno tutti i grandi compositori. Lo stesso discorso vale per gli strumenti ad arco, che nella veste di quartetto sono diventati probabilmente la formazione da camera per eccellenza. In mezzo a questi due estremi si collocano numerose formazioni intermedie, tra cui il quartetto con pianoforte costituisce un ibrido pressoché perfetto. La sua affermazione, tuttavia, è relativamente minoritaria nella storia compositiva, quindi parliamo di formazioni che devono fare affidamento su un repertorio ancora oggi in espansione. Per questo i concerti del Quartetto Werther, pur poggiando su una solidissima base romantica – costituita necessariamente in gran parte su Brahms, dalla cui opera 60 prende il nome – sono un esempio di come il concetto stesso di quartetto con pianoforte sia un cantiere in evoluzione, sperimentando musica di autori del Novecento come Copland e Schnittke affacciandosi fino alla contemporaneità.

Il Werther al Cristofori: di cosa parliamo?

Da questa natura sperimentale dell’approccio dei “wertherini” alla scelta del repertorio possono nascere esperimenti interessanti, come quello di portare in programma una versione di Ferdinand Ries della Terza Sinfonia, l’Eroica di Beethoven. Ries, compositore anch’egli ma soprattutto divenuto celebre come assistente e biografo del Maestro di Bonn, è stato anche colui che ci ha tramandato il celebre episodio della dedica a Napoleone della sinfonia poi stralciata con disprezzo da Beethoven dopo la notizia dell’incoronazione del generale corso a Imperatore dei francesi; il suo forte legame oltre che con il compositore con questo lavoro in particolare lo portò a realizzarne due arrangiamenti: uno per piccola orchestra, e il secondo proprio per quartetto con pianoforte. Quest’ultimo sarà al centro del programma che il Quartetto Werther porterà in concerto al Festival Cristofori di Padova, quest’anno necessariamente centrato sulla figura di Beethoven. L’occasione del concerto con questo programma offre spunti decisamente interessanti per parlare di quartetto, repertorio, dualismo tra musica sinfonia e musica da camera anche solo per cominciare. Ne ho parlato con Antonino Fiumara, pianista del quartetto e già affermato anche come solista e in altre formazioni d’occasione, e Misia Sophia Jannoni Sebastianini, violinista del Werther e solista in rampa di lancio. Una nota per i lettori, prima di cominciare: le risposte nella nostra intervista sono sempre frutto di una sintesi tra il pensiero dei due musicisti, tranne dove espressamente specificato. I miei occasionali interventi sono indicati dal corsivo; più che delle domande vere e proprie, si è trattato più di commenti, sollecitazioni, solo per favorire il naturale scorrere di una conversazione.

Una ricerca Eroica

Beethoven: Eroica e trascrizioni. Come vi è venuta in mente l’idea di affrontare un’impresa così ardua?

L’idea è nata chiaramente con l’anniversario dei 250 anni dalla nascita di Beethoven, così ci siamo messi a curiosare se esistessero delle trascrizioni per la nostra formazione pubblicate. L’idea in realtà c’era da molto tempo: già quando studiavamo con il Trio di Parma si era parlato più volte di trascrizioni. Loro avevano spesso affrontato quella dello stesso Beethoven della Seconda Sinfonia, ma il discorso era caduto più volte anche su altri lavori simili, come la trascrizione di Hummel della Jupiter di Mozart. Hummel, in effetti ha fatto anche una versione dell’Eroica, ma con altri strumenti. Comunque, queste idee ci avevano stuzzicato la curiosità e ci siamo messi a cercare fino a scoprire questa versione di Ries, una persona comunque importante nella vita di Beethoven come consulente, segretario e amico; così ne abbiamo parlato con Alessandro Tommasi e sfruttando l’occasione del Festival Cristofori, che è incentrato non solo su Beethoven ma proprio su Terza e Nona Sinfonia, è nato questo programma che poi porteremo anche un po’ in giro a Portogruaro e a Torino.

Dell’Eroica di Beethoven in quartetto esistono solo due versioni online, una spezzettata nei vari movimenti su Youtube e l’altra integrale. Non ha mai riscontrato un particolare successo sia perché è stata pubblicata tardi, nel 1870, sia perché non esiste la partitura vera e propria, ma solo le quattro parti degli strumenti; abbiamo dovuto ordinare quattro partiture per orchestra per poter seguire tutto assieme e coordinarci.

Ferdinand Ries, in un ritratto del 1832

Per il pianoforte, specifica Antonino sfogliando la partitura, è come suonare un brano da solo perché non ci sono i riferimenti degli altri strumenti.

Rispetto al lavoro abituale che facciamo per preparare un programma di quartetto, abbiamo trovato sicuramente delle difficoltà aggiuntive: sia per l’edizione discutibile, sia per il fatto che con tutti i disagi di questi mesi abbiamo avuto poche occasioni per vederci e studiare anche il modo di approcciarci ad un lavoro così insolito. Però bisogna anche considerare il fatto che è un brano talmente famoso, popolare, immediato che non si fa fatica a ritrovarcisi, a ricordare e riconoscere i temi. La difficoltà principale è stata quella di usare proprio questa partitura, che come trascrizione è assolutamente ben fatta, ma a livello editoriale è lacunosa di qualsiasi tipo di indicazioni. Non ci sono molte legature, fraseggi, sforzati che sono essenziali per rendere l’idea originale. Questo ci ha spinto molto a studiare sulla partitura orchestrale, ci siamo divertiti tantissimo a scambiarci i ruoli, rileggere la partitura orchestrale con gli altri strumenti. Magari un domani potremmo anche pensare di curare una nuova edizione un po’ più completa, con i numeri di battuta, le lettere, insomma mettere su carta il nostro lavoro di ricerca che possa aiutare altri che possano dedicarsi a questa grande impresa e rendere poi in versione cameristica lo spirito di questa meravigliosa sinfonia.

Io mi sto divertendo tantissimo, in compenso, conclude Misia.

C’è poi un altro aspetto importante di fare un lavoro del genere con una formazione cameristica: le Sinfonie di Beethoven in versione pianistica sono oramai ben rodate, occorre un gran pianista senza dubbio ma una volta trovato quello, come sarà Maurizio Baglini al Festival Cristofori, il gioco è fatto. Per le formazioni da camera questo ancora manca, e ci piacerebbe colmare questa lacuna.

Progetti discografici

A questo punto si potrebbe pensare anche di mettere un progetto del genere su disco, visto che manca una sorta di incisione di riferimento.

L’idea di mettere l’Eroica su disco non ci dispiacerebbe, anzi: fare un programma discografico con due trascrizioni di Beethoven, questa e quella del quintetto di fiati, ci piacerebbe – sostiene Antonino. Ma non c’è consenso universale tra i componenti del quartetto: è importante difendere l’identità della formazione. Già abbiamo meno repertorio rispetto alle grandi formazioni come quartetto d’archi e trio e con pianoforte, e fare un progetto di trascrizioni per quanto ben studiato e coerente con il lavoro dello stesso Beethoven rischierebbe di ridurre un po’ la nostra missione come gruppo. È vero anche, replica Antonino, che dei capisaldi del nostro repertorio esistono già grandissime registrazioni; questo non significa che non si possano affrontare, anzi ci dobbiamo mettere alla prova con questo repertorio. Potremmo affiancare a questo e anche delle rarità come la nostra trascrizione.

Sull’idea di fare magari un progetto discografico che faccia una sorta di 50/50 tra repertorio originale e trascrizioni mi sembra che ci sia una certa intesa, un ottimo punto di equilibrio. Occorrerebbe sentire anche il parere degli altri due componenti, ma avendo seguito anche in altre occasioni i concerti ed i progetti del Quartetto Werther, mi sento di dire che non si dovrebbe faticare a venirne a capo. I quattro musicisti, oramai in attività da quattro anni abbondanti, sono decisamente molto affiatati nel fare musica, e questo mi da l’occasione di ripercorrere un attimo la loro storia a ritroso.

Facciamo un passo indietro e concentriamoci più sul Quartetto che non su Beethoven. Se la vostra formazione è certamente anomala, come vi regolate nei concorsi? Vi sentite un po’ intrusi?

Spesso ci capita di essere soli, massimo in due quartetti con pianoforte. Poi dipende molto dal tipo di concorso di musica da camera, quelli più piccoli spesso separano il quartetto d’archi da tutte le altre formazioni e ci troviamo insieme ad un duo, un trio e un quartetto di sassofoni per dire. In casi del genere inizia a diventare un po’ complicato anche immaginare un giudizio. In contesti invece come il concorso di Trieste, la situazione cambia e siamo più nel nostro ambiente naturale, sempre inseriti in un contesto di pianoforte ed archi. Anche qui i problemi ci sono, perché ogni formazione ha delle difficoltà oggettive diverse. C’è un lavoro cameristico diverso, a livello analitico, di equilibri per esempio.

Verso la contemporaneità

Spesso i concorsi poi mettono gli interpreti di fronte a brani d’obbligo di musica contemporanea, magari scritti per l’occasione. Come si lavora in questi casi?

Abbiamo in repertorio un brano di Gabriele Cosmi, Voci, come rappresentante della musica contemporanea, ma si tratta di un brano piuttosto anomalo: è una suite strutturata per vari gruppi che compongono il nostro quartetto fino ad arrivare nell’ultimo tempo alla formazione completa. Voci in effetti è stato composto come brano d’obbligo per il Concorso di Trieste, quindi abbiamo iniziato da lì ad allargare la nostra prospettiva.

Ora stiamo preparando un nuovo brano per il concorso di Osaka, The Water of Lete, un lavoro interamente basato sugli effetti. È interessante perché utilizza in tutta la sua durata una serie di suoni anomali per tutti gli strumenti, ricercando una timbrica molto particolare. Forse è quella la strada che cercheremmo, quella di esaltare il timbro che in fondo è la nostra vera e propria cifra stilistica rispetto alle altre formazioni da camera. Il pianoforte è comunque un intruso, diciamo.

Però perché il pianoforte è un intruso? Anche la viola lo è, rispetto al trio con pianoforte ad esempio.

Perché a livello timbrico sono io l’intruso – spiega Antonino – anche perché spesso lo si pensa come ensemble di archi e pianoforte. Anche la viola può essere diversa rispetto ad alcuni standard, certamente, ma insomma il pianoforte – prosegue il pianista, anche un po’ compiaciuto – porta una nuova ricchezza di suono ben distinta rispetto agli archi, mentre la viola può integrarsi meglio nel discorso rispetto al pianoforte rispetto alle sue caratteristiche tradizionali.

Però se gli effetti sono ciò che cercate in un brano di musica contemporanea, poi come si potrebbe integrare rispetto al vostro repertorio tradizionale che è tutto fuorché effettistico?

Diciamo che dipende da come si costruiscono i programmi a monte: se si adotta un approccio “filologico” o comunque che segua una coerenza stilistica, oppure per contrasti. Noi stessi, abbiamo portato spesso già mondi distanti accostati l’uno all’altro. In Sicilia, spiega Misia, abbiamo affiancato Beethoven a Copland: c’è chi scuote la testa anche solo vedendo il programma, ma poi può capitare che il brano contemporaneo sia più apprezzato di quello di repertorio standard.

Quando possiamo, per cominciare, noi portiamo spesso il quartetto di Schnittke come complemento di quello di Mahler. Si tratta di un brano del 1976, quindi non è propriamente musica di oggi, ma serve per esplorare anche quel tipo di sonorità. L’idea di inserire un brano di musica contemporaneo nei nostri programmi dovrebbe essere una pratica comunque più diffusa, altrimenti rischiamo di perpetuare costantemente dei programmi museo in cui si suona e risuona sempre la stessa musica.

Il quartetto Werther sarà protagonista del concerto dell’11 settembre al Festival Cristofori di Padova, e su questa pagina trovate anche una lista dei loro concerti futuri, tra cui segnalo quelli di Portogruaro e Torino in cui riproporranno l’Eroica cameristica, per chi fosse curioso.

Written by Filippo Simonelli

Studente di composizione presso il Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, chitarrista e pianista di formazione. Laureato magistrale in Relazioni Internazionali alla LUISS Guido Carli, fondatore di Quinte Parallele

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