Beethoven risuona alla Rocca di Ravenna

Gergiev, Rana e Cherubini per il Ravenna Festival

Autore: Alessandro Tommasi

2 Luglio 2020

È quasi assurdo trovarsi di nuovo a recensire un concerto. Il mio ultimo articolo su uno spettacolo risale a fine febbraio, per l’Onegin dell’Opera di Roma: dopo quello, il silenzio. Nessuno ha più suonato nelle sale ampie e vuote, nessuna fila interminabile in biglietteria, nessuna corsa all’ultimo secondo prima che chiudano le porte, nessuna scomoda poltrona di teatro o auditorium ha più accolto le torme di pubblico agghindato. Poi, timidamente all’inizio ma presto con esuberanza esplosiva, sono iniziate le attività online, tra riscoperte di archivi e concerti dal pianoforte di casa, per culminare nel già storico Europakonzert dei Berliner Philharmonilker, che ha segnato l’apice e un punto di svolta verso un sempre maggiore intensificarsi delle attività concertistiche, man mano che i vincoli si allentavano. E dal 15 giugno anche in Italia si è tornato a far musica, inaugurando simbolicamente questo ritorno il 21 con il primo concerto orchestrale, Riccardo Muti e l’Orchestra Cherubini al Ravenna Festival. E proprio dal Ravenna Festival vengono queste pagine, dedicate al concerto che domenica 28 ha visto Valery Gergiev e Beatrice Rana dividersi il palco (ad un metro di distanza) insieme all’Orchestra Cherubini (ad un metro di distanza anche loro) sul Terzo Concerto per pianoforte e la Sesta Sinfonia di Ludwig van Beethoven.

A un metro di distanza

Recensire questo concerto è ovviamente sfida ardua: i concerti all’aperto, alla Rocca Brancaleone, lasciano ben poco spazio per le finezze musicali, anche se la cornice è suggestiva e ben curata. La Cherubini si è infatti trovata a suonare ad un metro di distanza tra ogni musicista, in uno spazio di suo non adatto e quindi con l’obbligo di amplificazione e di conseguenza con tutti i problemi di gestione degli equilibri orchestrali e soprattutto di ritorni sul palco che questo comporta. Non si potrebbe dunque certo imputare al primo fagotto il fatto che, pur soffiando a pieni polmoni, il solo sul Terzo Concerto di Beethoven non sia stato quasi percepito né in Rocca né in streaming, e così è assai complesso valutare i giochi dinamici, piuttosto appiattiti, o anche solo il suono della compagine e il suo relazionarsi con la solista. Gergiev è noto per cercare di far sedere i musicisti il più vicino possibile onde ottenere un suono denso e compatto, mentre i frequenti scambi tra pianoforte e orchestra che tengono vivo tutto il Concerto (e in particolar modo il Rondò) erano resi farraginosi dalle difficoltà di ascolto e in generale da una Cherubini sulle uova. Se Beatrice Rana, con la sua solida chiarezza, era la solista perfetta per una situazione così instabile, sorprende la scelta di un direttore come Gergiev, uno dei più grandi musicisti al mondo certamente, ma anche noto per un gesto molto personale e poco chiaro, cui serve tempo per potersi adattare. A momenti estremi occorrono estremi rimedi e un numero più congruo di prove sarebbe stato fondamentale per adattarsi alla situazione più che atipica. Ma tutte le difficoltà del caso non hanno impedito comunque al concerto di essere un momento importante, anche musicalmente.

Ravenna

Beatrice Rana ©Zani-Casadio

 

Il Terzo di Beatrice

Il Terzo Concerto di Beatrice Rana era maestoso e drammatico, affrontato con la disinvoltura tecnica che abbiamo imparato tutti ad ammirare nella pianista pugliese, ma anche con un dominio e una chiarezza delle voci che rendevano giustizia al dialogo tra il pianoforte e i legni, con passaggi che (soprattutto sul pianoforte delle prove) evocavano nitidamente effetti orchestrali, come il saltellare dei fagotti nei non legati della mano sinistra. Se nel terzo tempo il Concerto ha perso un po’ di slancio, soprattutto nelle ripetizioni del Rondò che sono apparse un po’ spente rispetto alla baldanza iniziale, è nei primi due tempi che la pianista ha raggiunto l’effetto migliore e nello specifico nella cadenza del primo movimento. Forse anche per la maggiore libertà data dal non dover più controllare pedissequamente l’insieme con l’orchestra (insieme peraltro spesso eccellente, se consideriamo gli scomodi attacchi di questo Concerto), in quella cadenza Rana ha espresso con più chiarezza la propria idea beethoveniana: un suono nitido e declamato, unito ad un’esuberanza tecnica e ad una forte carica teatrale che ha raggiunto alcuni notevoli picchi di tensione magnificamente affannosi. In quei punti, l’intemperanza della pianista emergeva con un fuoco che sembra fin troppo spesso covare sotto le ceneri di un controllo adamantino: da questo contrasto originano alcuni punti in cui il fraseggio si carica anche eccessivamente, fino a diventare quasi manieristico, perdendo di naturalezza. Forse proprio perché l’espressività che anima Beatrice Rana (e che troppo spesso non le viene riconosciuta) può trovare più spesso una forma di serena libertà e spontaneità. Certo, non era questo il concerto in cui sperimentare nuovi approcci, ma chissà, forse sì: la condizione di eccezionalità dei tempi in cui viviamo consente di lanciarsi in idee, riflessioni e progetti che nei rigidi e cauti confini della vita prima della quarantena non pensavamo di poterci permettere. Al pubblico entusiasta, Rana ha concesso uno dei suoi più celebri bis, la Giga dalla Prima Partita di Johann Sebastian Bach.

Ravenna

Valery Gergiev, ©Zani-Casadio

 

L’Arcadia ritrovata

Complesso è anche parlare dell’interpretazione di Gergiev della Sesta Sinfonia di Beethoven, in questa condizione. La Cherubini appariva veramente attentissima ad ogni nota nel tentativo di controllare un insieme non semplice e quindi l’istante di libertà che ho menzionato per la cadenza del Concerto non c’è stato nella Pastorale. Si possono però osservare diversi aspetti: da un confronto con le richieste del direttore alle prove, mi ha stupito notare la rotonda pienezza del suono, anche nei punti più popolareggianti in cui Gergiev aveva cercato invece una più rustica pesantezza. Che sia stato un effetto dell’amplificazione o invece un cambio di prospettiva data dalla Rocca? In ogni caso il risultato è stata una Sesta di Beethoven particolarmente idilliaca e bucolica, senza particolari torsioni e tensioni, ma ben controllata nei fraseggi e con momenti di splendido e candido intimismo, in particolare nel primo movimento, ma anche nella splendida e ponderosa Scena al ruscello, in cui Gergiev ha evitato ogni possibile idea descrittiva per rivolgere l’ondulante scorrere dell’Andante molto mosso verso l’interno. Stessa assenza di descrittivismo anche nella Tempesta, che è anzi apparsa assai composta e sobria. Una sobrietà che probabilmente era dovuta alle condizioni straordinarie ma che è comunque affascinante in un artista come Gergiev. Ciò che invece è rimasto del suo lavoro con l’orchestra è sicuramente stata la massa sonora degli archi, con particolare attenzione a violoncelli e contrabbassi, con ampie dosi di vibrato e impegnati quasi in un tenzone con i fiati. Tenzone vinto nettamente dagli archi, ma temo soprattutto per i sopracitati problemi di equilibrio sonoro che rendevano complesso l’impasto dei legni ed esponevano trombe e soprattutto corni in modo spesso impietoso. Anche nella Pastorale si è apparsa un po’ di stanchezza verso la fine, manifestatasi soprattutto nel calo ti tensione espressiva e in alcuni momenti dall’insieme un po’ confuso, ma l’Orchestra Cherubini si è presto ripresa e con nettezza e caparbia ha riportato la Sinfonia sui corretti binari, terminando il concerto con una tenuta più che convincente. Tanto di cappello a questi giovani professionisti per aver saputo gestire una situazione che avrebbe messo in difficoltà anche orchestre ben più stabili e rodate. Applausi lunghi ed estesi per tutti, a dimostrazione del gradimento fortissimo da parte del pubblico per il ritorno alla vita concertistica, compreso un accenno di standing ovation.

 

Ravenna

La stretta di mano finale, ©Zani-Casadio

Written by Alessandro Tommasi

Instancabile viaggiatore e improvvido organizzatore, studia pianoforte a Bolzano, Padova e Roma con Andrea Bonatta, Adriana Silva e Konstantin Bogino e frequenta i corsi della Fondazione Fitzcarraldo per la progettazione culturale. Dal 2015 scrive per numerose riviste e nel 2020 pubblica il suo primo libro sull'opera pianistica di Alfredo Casella. È Tour Manager della Mahler Jugendorchester, Direttore Artistico del Festival Cristofori, Assistant du Jurie per il Concours d'Orléans, Consulente per la Regione Veneto sul Turismo Musicale e Ufficio Promozione e Internazionalizzazione per l'Accademia di Pinerolo. Dal 2019 è membro dell'Associazione Nazionale Critici Musicali.

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