L’Orlando di Händel

al Theater an der Wien

Autore: Redazione

29 Aprile 2019

Forse non tutti sanno che Niccolò Paganini, prodigioso violinista e compositore genovese, era anche un abile chitarrista. Da ormai vent’anni a Parma, città in cui sono sepolte le sue spoglie e quest’anno designata Capitale Italiana della Cultura 2020-2021, si svolge una prestigiosa manifestazione in suo onore: il Paganini Guitar Festival. L’emergenza sanitaria degli ultimi mesi non ha scoraggiato però gli organizzatori del Festival, che hanno deciso di celebrare comunque il Maestro genovese proponendo il “Paganini Day”, in corrispondenza con il 180° anniversario della sua morte (27 maggio 2020).
Oltre al maxiconcerto virtuale “Grandi Star per Paganini”, che ha visto la partecipazione di alcuni tra i più importanti chitarristi dell’attuale panorama mondiale, sono stati pubblicati tre video musicali (Ghiribizzo n. 22, n. 27, Capriccio n. 13)
in cui è stato possibile ascoltare il suono di una delle chitarre appartenute a Paganini, quella del liutaio napoletano Gennaro Fabricatore (ciò è stato possibile grazie al restauro operato da Gabriele Lodi). Il protagonista dei tre video è Giampaolo Bandini, chitarrista parmigiano e direttore artistico del Festival, che ha utilizzato la Fabricatore nel CD “Intimate Paganini”, pubblicato da Decca nel febbraio di quest’anno.

Paganini

 

Copertina del CD. La chitarra in foto è la Gennaro Fabricatore del 1826

Maestro, prima di arrivare alla sua recente pubblicazione discografica, parliamo della figura di Niccolò Paganini. Almeno agli occhi del grande pubblico, Paganini è conosciuto maggiormente per la sua opera violinistica, mentre non molti hanno ben presente il suo rapporto con la chitarra e con altri strumenti a corda pizzicata.

Esatto, Paganini non è generalmente molto conosciuto come autore ed esecutore di musiche per chitarra. Probabilmente riservava alla chitarra il suo lato più confidenziale, più intimistico, tant’è che non si esibì praticamente mai come chitarrista.

Mi sembra di ricordare, poi, che da giovane egli si avvicinò allo studio della musica tramite il mandolino.

Esattamente, fu il padre Antonio a insegnargli i primi rudimenti e ad indirizzarlo poi verso il violino.

Alcune fonti ci informano di una sua performance delle variazioni per violino e chitarra sull’aria piemontese La Carmagnola, quando era dodicenne, ma sembrano non figurare tanti altri esempi di performance chitarristiche.

Vero, ci sono davvero pochissime notizie su altri suoi concerti dal vivo in veste di chitarrista. Tra le mura domestiche, credo che la chitarra fosse invece un po’ il suo “riposo per la mente”, visti tutti i tour che faceva (sembra che a volte arrivasse a suonare 150 concerti all’anno, un numero impressionante già oggi e ancor di più se si considera la fatica dello spostarsi nell’Europa di quel tempo). Probabilmente Paganini componeva con la chitarra in viaggio o la suonava anche con gli amici. Insomma, se la portava sempre dietro e quindi credo che a volte utilizzasse la chitarra come un pianoforte, anche per appuntarsi delle armonie: in alcuni pezzi come la “Sonata per la gran viola” o in un Concerto in particolare, Paganini scrisse la parte dell’orchestra sintetizzata nel rigo chitarristico.
C’è poi un aneddoto a proposito di una critica che gli fu mossa all’epoca: si diceva che l’orchestra di Paganini sembrasse “una grande chitarra”. Un giudizio certamente un po’ severo, se vogliamo, ma anche un po’ vero, perché il suo modo di orchestrare è anche il frutto, secondo me, del suo lavoro sulla chitarra.

Chi conosce un po’ i chitarristi e gli stereotipi su di loro sa quanto, a volte, abbiano la smania di acquistare sempre nuove chitarre e di collezionarne il più possibile. Stando alle fonti reperibili, quante chitarre aveva Paganini?

Gli strumenti che sono rimasti e poi lasciati in eredità sono quattro. Abbiamo due Gennaro Fabricatore molto simili, costruite orientativamente negli stessi anni, una delle quali con la firma autografa di Paganini sulla cassa (che è poi quella che ho utilizzato nel CD). Poi aveva invece due chitarre francesi: una è la famosa Grobert firmata da lui e da Hector Berlioz, conservata oggi nel Museo della Cité de la Musique di Parigi, che è proprio una chitarra romantica e che credo sia rimasta nelle mani di Paganini per pochissimo tempo; l’altra è di un autore anonimo e presenta caratteristiche barocche, ma probabilmente è stata riadattata per l’uso a sei corde. In quegli anni stava andando diffondendosi la “chitarra francese”, che dai cinque ordini di corde passò alle sei corde, ed era il tipo di chitarra per cui egli scrisse le Sonate.

Mi ricordo di aver letto da qualche parte di un suo rapporto con le chitarre Stauffer, ma immagino che non se ne abbia la certezza.

Può darsi che si siano incontrati con Stauffer perché Paganini capitò qualche volta a Vienna, ma di una frequentazione con le sue chitarre non sono totalmente sicuro.

 

Grobert

Paganini

 

Anonima francese

Paganini ha quindi dedicato molto tempo allo studio della chitarra e alla composizione per questo strumento, pur non sfoggiando pubblicamente questo suo lato. Ne è testimone proprio il tuo recente CD “Intimate Paganini”, inciso per DECCA utilizzando la Gennaro Fabricatore appartenuta al compositore. Quali musiche sono al suo interno e perché ha operato questa selezione?

Il progetto del CD è nato in virtù della possibilità di poter utilizzare questa straordinaria chitarra, quindi intorno alla Fabricatore stessa ho pensato e costruito il programma. In generale mi sono sbizzarrito nella ricerca dei brani che potessero essere più adatti alla mia sensibilità e che potessero suggerire differenti caratteri, che spaziano dalla drammaticità e teatralità a quella cantabilità serena e a volte quasi infantile del Paganini “intimo”. Nel disco ci sono tre dei 24 Capricci per violino, tra i quali figura anche il celeberrimo n.24, e ho incluso anche delle Sonate e delle Sonatine; una piacevole scoperta, però, sono stati i Ghiribizzi. Sono pezzi relativamente semplici ma dalla forte capacità comunicativa, una sorta di corrispettivo chitarristico delle Kinderszenen di Schumann o del Children’s Corner di Debussy. In una lettera al suo amico genovese Luigi Guglielmo Germi, Paganini afferma infatti di aver composto i Ghiribizzi per una ragazzina napoletana, anche se non è chiaro se lei esistesse davvero. In questi pezzi, secondo me, si vede la grandezza di Paganini e la differenza con i suoi contemporanei: mentre autori come Fernando Sor o Mauro Giuliani cercavano di riempire la scrittura chitarristica, Paganini si serve di una scrittura più spoglia che, sotto l’aspetto tecnico, favorisce maggiormente la cantabilità e l’espressività.

Chiaramente l’uso della Fabricatore permette di ricreare ancora più fedelmente l’espressività che caratterizza la musica di Paganini e ci dà la possibilità di ascoltare il suono che egli aveva in mente e che poi plasmava sotto le sue dita. Quanto ha influito l’impiego di questo strumento sulle tue scelte musicali, timbriche e tecniche?

Le scelte che ho operato sono partite proprio dallo studio della sonorità: nei giorni precedenti alla registrazione ho dovuto rimodellare alcune idee che avevo in partenza per potermi adattare al suono della Fabricatore e alla sua conformazione. Nel momento in cui mi sono approcciato alla trascrizione dei tre Capricci, per esempio, ho dovuto capire quali potessero funzionare su una chitarra romantica (si pongono vari problemi quali l’estensione o l’intonazione) e ho voluto elaborarli in una modalità molto più “intimate”, con una sonorità più pastosa e morbida rispetto al violino. Mi piace pensare, ad esempio, che Paganini stesso provasse sulla chitarra il Capriccio n.24 (che apre il disco) e che traslitterasse alcune soluzioni strumentali (pizzicati con la mano sinistra, colpi d’arco) dalla chitarra al violino.
Se dovessi risuonare lo stesso programma del CD con una chitarra moderna dovrei rimettere mano su gran parte della diteggiatura, dovrei lavorare nuovamente sul suono, sulla cavata, sull’articolazione.

Oltre ad essere una personalità di spicco del suo tempo, Paganini è stato un modello per molti compositori anche nel XX e XXI secolo. Mi vengono in mente, nel repertorio chitarristico, Mario Castelnuovo-Tedesco e il suo Capriccio Diabolico o ancora Maurizio Pisati con i suoi Ghiribizzi. Avendo suonato e studiato a fondo la musica di Paganini, quale ritieni che sia l’eredità musicale che il compositore ci ha lasciato e perché la sua figura continua ad essere di così grande ispirazione?

Paganini vanta certamente una fama straordinaria soprattutto in ambito violinistico, come compositore ed esecutore virtuoso. Credo che si debba mettere ancor più in risalto la sua capacità di essere un musicista a tutto tondo: era anche un grande manager di sé stesso (annotava tutto e stava dietro ai suoi conti), è stato probabilmente uno dei primi direttori d’orchestra nel vero senso della parola (a Parma, quando Maria Luigia gli chiese di riformare l’orchestra ducale) e può essere definito una vera e propria rockstar dei suoi tempi (creavano addirittura delle saponette con il suo nome!!). Paganini ha fatto anche il mecenate, dando una borsa di studio a Berlioz dopo averlo ascoltato in concerto. E non dimentichiamoci che lui e Liszt sono in un certo senso quelli che hanno dato inizio alla tradizione del concerto solistico, del one-man-show. Insomma, Paganini è stato una figura davvero all’avanguardia e continua ad essere incredibilmente attuale.

Parlando proprio di attualità, negli ultimi mesi il coronavirus e il lockdown forzato hanno influito profondamente su ogni nostra attività quotidiana. In che modo si è comportato il Paganini Guitar Festival di fronte a questa situazione di emergenza e quali sono i vostri progetti futuri?

Questo 2020 era, in effetti, un anno particolarmente importante per noi: Parma è la Capitale della Cultura 2020, il Festival ha festeggiato il 20° anniversario e ricorrevano inoltre i 180° anni dalla morte di Paganini. Il coronavirus ci ha costretti per un attimo a congelare i nostri progetti, però poi abbiamo pensato che si potesse e si dovesse comunque rendere omaggio al compositore. Abbiamo provato ad immaginarci qualcosa di non facilmente realizzabile dal vivo e che invece potesse esserlo sul web e tramite le nuove tecnologie. Solitamente organizziamo il Festival nel periodo intorno alla morte di Paganini (27 maggio) e, più in particolare, pianifichiamo anche una “giornata paganiniana”: quest’anno abbiamo chiesto a trenta importanti chitarristi di tutto il pianeta di regalarci un omaggio paganiniano, una loro video performance; la loro partecipazione ci ha dato modo di avere visibilità a livello internazionale, è stata davvero una buonissima vetrina per il Festival.

Oltre alla consueta giornata in onore di Paganini, il Festival quest’anno è stato dedicato ad Agustín Barrios Mangoré, definito dai critici del suo tempo il “Paganini sudamericano”. Avevamo ipotizzato inizialmente una grande maratona che prevedeva l’esecuzione delle oltre centro opere di Barrios, nell’arco dei tre giorni della manifestazione, ad opera di altrettanti ragazzi di tutti i Conservatori italiani. Non avendola potuta fare dal vivo, stiamo proponendo anche questa serie di concerti online (#BarriosMaratOnline), tuttora in corso sulla nostra pagina Facebook.
Riguardo ai progetti futuri, beh, bellissima domanda…Stiamo cercando di capire quello che sarà possibile riproporre in autunno – compresa l’eventualità di rifare un Festival, ma con delle modalità che andranno ripensate e ristudiate – oppure se convenga puntare direttamente al nuovo anno. Per carità, è bello rimanere positivi e dire “ripartiamo!”, però cercheremo di monitorare costantemente la situazione per evitare che il lavoro di tanti mesi venga compromesso da una possibile nuova chiusura.

 

https://www.youtube.com/watch?v=kRoRHqTIOuI&feature=youtu.be

Marco Surace

È in scena al Theater an der Wien, dal 14 al 28 aprile 2019, una nuova produzione di Orlando di Händel. Originariamente composto per il King’s Theatre di Londra (1733), il dramma per musica è oggi proposto nell’interpretazione di Giovanni Antonini e Il Giardino Armonico, con Christophe Dumaux nel ruolo del titolo, Florian Boesch (Zoroastro), Anna Prohaska (Angelica), Giulia Semenzato (Dorinda) e Raffaele Pe (Medoro). La regia del dramma è di Claus Guth e costituisce un grande elemento di attrattività della messinscena viennese, dopo il Messiah e il Saul da lui curati per lo stesso teatro. Il regista – facendo un uso massiccio del palco girevole (esagerato nel terzo atto, per supplire alla lentezza insita nella partitura di Händel) – fa muovere i cantanti in uno spazio cupo e alienante per isolare in particolare il protagonista, presentato come un eroe di guerra funestato da visioni e dall’ossessione per Angelica. Grazie a flashback proposti attraverso videoproiezioni, Guth introduce gli spettatori nel dramma del protagonista che, sollecitato dal mago Zoroastro (invenzione interamente legata al libretto händeliano), è spinto a risvegliare il suo spirito guerriero. orlando_189-©Monika-Rittershaus.jpeg Muovendosi in una struttura a due piani illuminata da luci al neon, Christophe Dumaux – nella parte originariamente composta per Senesino – stupisce per il controllo della voce in scene che richiedono una prestazione fisica da stuntman. Le capacità attoriali e vocali del controtenore francese risaltano principalmente nel terzo atto, dove Dumaux riesce a tenere alta la tensione del pubblico sia nei momenti più pacati, sia in quelli in cui la pazzia diventa azione nei tentativi di uccidere Angelica. Magistrale la sua interpretazione di Vaghe pupille (dove compare il celebre verso “sono lo spirto mio da me diviso”, essenza del bipolarismo orlandiano) e di Già l’ebro mio ciglio, aria di sonno che prelude il rinsavimento. Non entusiasmante la performance di Anna Prohaska, che non è la femme fatale che ci si attenderebbe di vedere in scena nelle vesti di Angelica (è tuttavia da sottolineare come la partitura händeliana renda il personaggio di Angelica piuttosto debole, nonostante sia al centro del desiderio di due uomini, come sottolinea lo stesso direttore Antonini). Con una pronuncia italiana incerta che rende poco intellegibili alcune sfumature del suo personaggio, la cantante sostiene comunque bene le notevoli arie a lei riservate (Verdi piante, erbette liete è un pregevolissimo lamento, reso ancor più straziante dall’andamento lento staccato da Antonini). Un raggio di luce nella generale ambientazione cupa è la Dorinda di Giulia Semenzato. La cantante sfrutta le arie civettuole (Ho un certo rossore; Oh care pupille) e di tempesta (Amor è qual vento) associate al suo personaggio per dare sfoggio di grande presenza scenica unita a un’intonazione sempre esatta e a una grande padronanza nell’emissione, anche laddove le scelte di regia la portano a cantare in pose scomode. Pur non essendo la protagonista del dramma, la sua Dorinda, ora vivace ora malinconica, attrae tutte le attenzioni ed è suo il primo meritatissimo applauso a scena aperta. Ottimo il Medoro di Raffaele Pe, specialmente nel ruolo di ammaliatore della pastorella Dorinda nell’aria Se il cor mai ti dirà. Il controtenore si muove infatti con molta agilità e notevole suono nella parte che fu da Händel concepita per il mezzosoprano Francesca Bertolli, gestendo con grande efficacia i registri e risultando perfettamente credibile nel ruolo di amante onesto di Angelica e corteggiatore (insincero) di Dorinda. Giustamente acclamato è lo Zoroastro di Florian Boesch, che sin dall’aria di esordio dimostra una particolare interpretazione del ruolo che, sebbene contraddistinto da sole tre arie, è fondamentale nel libretto händeliano per giustificare i repentini cambiamenti nei personaggi. Discutibile, ma scenicamente accattivante, la decisione di far cantare (magistralmente) a Boesch l’aria Tra caligini profonde in uno stato di ubriachezza simulata, che desta l’entusiasmo degli spettatori. orlando ©Monika-Rittershaus Vero protagonista dell’intero dramma è comunque Giovanni Antonini alla direzione de Il giardino armonico. L’orchestra è capace di un suono omogeneo e ricco di dinamiche (soprattutto nel terzo atto, dove alla pazzia di Orlando corrisponde un incessante crescendo), di un’intesa perfetta con gli interpreti vocali evidente sia nei recitativi che nelle arie con strumenti concertanti. Mirabile la scena d’amore accompagnata dal flauto a becco, suonato dallo stesso Antonini. Oltre tre ore e venti per il dramma per musica händeliano eseguito integralmente ma che, grazie agli interpreti di prim’ordine e alle scelte registiche, tiene gli spettatori incollati alla poltrona: meritatissima l’acclamazione dell’intero cast alla conclusione della recita. Giulia Giovani [copyright delle foto: Monika Rittershaus]